Ma dégan ‘na féta!

Apr 1 • L'editoriale, L'opinione, Prima Pagina • 12 Views • Commenti disabilitati su Ma dégan ‘na féta!

Eros N. Mellini

Tradotto: ma dategliene una fetta! Nel nostro dialetto ticinese è usato per indicare che si è ormai giunti a un grado di insofferenza insopportabile, che la misura è colma, in altre parole: piantatela di rompere le scatole!

È l’inevitabile conseguenza dei petulanti annunci ufficiali di misure anti-Covid-19 nuove o confermate oltre ogni buonsenso da un Consiglio federale che, in mancanza di idee proprie, segue supinamente tutto ciò che viene fatto dagli altri, nella fattispecie dall’Unione europea.

Premetto che, per quanto scettico sull’utilità di alcune misure, personalmente le ottempero nel limite del possibile. Dunque, mascherina nei locali chiusi, distanziamento, esco poco e ho già chiesto l’appuntamento per la vaccinazione. Non nego quindi di principio la serietà con cui deve essere affrontato questo coronavirus, sebbene non lo ritenga più grave dell’Asiatica che sperimentai sulla mia pelle alla fine degli anni ’50 (dall’1 ai 4 milioni di morti a livello mondiale), o della Spagnola che colpì i nostri nonni alla fine degli anni ’10 (50 milioni di morti). C’è da dire che in quei tempi – che sotto questo aspetto non esito a definire beati – non c’erano i mezzi di comunicazione di massa (o dovremmo piuttosto dire di terrorismo di massa) e quindi, sebbene non fossero meno letali, la Spagnola e l’Asiatica furono chiamate semplicemente «influenza». Del resto, il termine «pandemia», al di fuori delle cerchie specializzate, non l’avrebbe capito nessuno.

E della Svezia non parla quasi più nessuno

Già, i media hanno contribuito e contribuiscono in grande misura a diffondere il panico necessario a far sì che fasce della popolazione sostengano e giustifichino l’atteggiamento assunto dal Consiglio federale di timorosa adorazione del nuovo «Dio Lockdown». Un esempio in questo senso è l’atteggiamento della stampa nei confronti della Svezia. Questo paese ha fin dall’inizio puntato sulla responsabilità personale del singolo individuo, rinunciando a drastiche chiusure che avrebbero paralizzato l’economia, a favore di semplici raccomandazioni ad adottare delle minime misure di sicurezza. A suo tempo, i media si scagliarono contro questa decisione pronosticando scenari apocalittici. Oggi, passato più di un anno, è possibile tirare le prime somme e da queste emerge un fattore indiscutibile: il paese scandinavo ha fatto registrare il 7,7% di morti in più nel 2020 rispetto alla media dei quattro anni precedenti, contro cifre ben superiori registrate nella maggior parte dei paesi dell’UE che hanno adottato dei lockdown restrittivi contro il Covid-19. A titolo d’esempio, la Spagna con il 18,1% o il Belgio con il 16.2%. Ventuno dei 30 Paesi le cui statistiche sono state rese disponibili hanno certificato un tasso di mortalità in eccesso più alto della Svezia. Un dato di fatto che non lascia dubbi, ma del quale è stata dedicata solo qualche riga in sordina. E nell’ambito di quest’ultime si è cercato di arrampicarsi sugli specchi con dati secondari volti a minimizzare il risultato della politica svedese. La Svezia avrebbe fatto peggio di altri paesi nordici come la Danimarca o la Finlandia.

Misure insensate e contraddittorie

Su la mascherina, giù la mascherina, chiudiamo tutto, riapriamo tutto, richiudiamo tutto non riapriamo più  niente, riapriamo qualcosina, e così di seguito, questa è la politica adottata dal Consiglio federale da un anno a questa parte. Basta pararsi le spalle (la parola giusta sarebbe il culo, ma non è politicamente corretta, e quindi la utilizzo lo stesso, ma tra parentesi) in caso di un peggioramento della situazione. Come dire: se non facciamo nulla, il popolo ci crocifigge quindi, a titolo profilattico, mettiamo in croce il popolo. E l’economia, il che è una faccia della stessa medaglia. Infatti, se l’economia si paralizza, falliscono aziende, saltano posti di lavoro e quindi anche i consumi che a loro volta alimentano l’economia.

Toglietemi tutto… ma non il «lockdown»

Lo slogan pubblicitario di una marca di orologi, che imperversava alla televisione qualche anno fa, sembra essere stato fatto suo dal Consiglio federale. Non importa se il parlamento e i cantoni consultati vogliono un allentamento delle misure che stanno strangolando le aziende, permettendo di tornare a una relativa normalità, seppure mantenendo le norme di protezione come la mascherina o il distanziamento. Il «lockdown» è mio e lo gestisco io – il ministro responsabile della sanità pubblica, Alain Berset, sembra essersi appropriato del motto delle abortiste degli anni ’70, sostituendo adeguatamente l’oggetto in questione.

Con una tenacia degna di miglior causa, il Consiglio federale insiste sulla via di un esasperante controsenso. A fronte di mezzi pubblici che la gente è libera di intasare (e lo fa) riempiendoli di centinaia di utenti stipati spalla a spalla, si vieta la frequentazione di ristoranti che hanno peraltro investito somme non indifferenti per assicurare ai propri clienti le necessarie misure di sicurezza, come il distanziamento e la riduzione dei tavoli. Quale concessione al turismo, mentre gli esercizi pubblici devono rimanere chiusi e non possono utilizzare nemmeno le terrazze (cosa peraltro permessa in certe stazioni sciistiche), i ristoranti degli alberghi sono esenti da questa misura e possono tranquillamente servire i propri clienti. Girava ultimamente una vignetta su Facebook: una mamma che dice al bambino «Se fai il bravo, a Pasqua ti porto in piazza a vedere i turisti che mangiano al ristorante». Questo amaro sarcasmo riflette bene lo stato d’animo della gente, che – «situazione particolare» o no – di questo «lockdown» ne ha pieni gli zebedei. Tanto più che è opinabile che la maggiore fonte di contagio sia costituita dagli esercizi pubblici e, in ogni caso, perché dovrebbero essere più a rischio di cene fra parenti e amici ora aperte fino a 10 persone e senza distanziamento da rispettare.

Non ci si può fidare… ma di chi?

Adesso è arrivato anche l’assurdo obbligo della mascherina anche in spazi aperti. Ci si dice: se non si impongono regole ferree, non ci si può fidare della gente, vedi assembramenti tipo Foce del Cassarate. Ma in questi casi si tratta di una palese infrazione che va repressa con interventi energici, se necessario anche con qualche benefica legnata. Ma in linea di massima, quando vado in città vedo solo persone rispettose delle norme che, prima di entrare nei negozi o alla posta, indossa regolarmente la mascherina e, dove possibile, si disinfetta le mani.

Se c’è qualcuno di cui ho imparato a non fidarmi ormai da qualche anno non è tanto la gente, quanto chi ci governa a Berna. Ma anche a Bellinzona.

Non se ne può più! Dégan ‘na féta!

 

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