L’istupidimento programmato

Apr 17 • Dall'UDC, L'opinione, Prima Pagina • 88 Views • Commenti disabilitati su L’istupidimento programmato

L’immigrazione di massa nuoce ai nostri giovani

Oskar Freysinger,
già Consigliere nazionale UDC

Dall’organo ufficiale dell’UDC in lingua francese “Franc parler”, un interessante articolo di Oskar Freysinger

In una quindicina d’anni, il quoziente intellettuale medio in occidente è diminuito del 5%. I test PISA l’hanno appena confermato, completando di fatto questa situazione con dei risultati sempre più mediocri.

Le ragioni di questa discesa agli inferi sono molteplici. Alcune sono evidenziate dagli analisti e dai media: l’effetto devastante dei gadget elettronici, la massiccia regressione della lettura presso i giovani, le riforme scolastiche tanto numerose quanto inefficaci e la disgregazione delle famiglie.  Altre sono sottaciute per paura di mettersi in cattiva luce.

Le classi ordinarie diventano dei contenitori

Nessuno osa puntare il dito sull’arrivo di massa, nelle classi, di figli d’immigrati che non padroneggiano i nostri codici culturali e, ancora meno, le nostre lingue nazionali. Invece di prepararli efficacemente al percorso scolastico in classi adeguate nelle quali imparano a padroneggiare la lingua e i codici del paese d’accoglienza, si trasformano le classi ordinarie in contenitori nei quali regna un caos indescrivibile. L’ideologia dell’integrazione a qualsiasi costo e senza freni genera delle situazioni scolastiche più simili all’addomesticamento che non all’istruzione pubblica. Gli insegnati si trovano confrontati a situazioni quasi ingestibili nelle quali devono essere di volta in volta psicologi, psichiatri, infermieri, sostituti dei genitori, ergoterapeuti, logopedisti e via di seguito.  Perché, oltre a degli allievi dagli orizzonti culturali più disparati che non parlano o parlano male la lingua corrente, devono gestire allievi con andicap diversi, fisici o intellettuali, gli iperattivi, gli allievi presunti essere «ad alto potenziale», allergie diverse, situazioni di violenza, di racket, di  bullismo elettronico e via dicendo. Il sistema reagisce facendo intervenire una marea di specialisti che atomizzano ancora di più il gruppo della classe. Tutto ciò, in nome di una “normalità” teorica e astratta, di una pari opportunità mal compresa e di un’ideologia ostile alla trasmissione del sapere.

Penalizzazione della maggior parte

Il risultato è sconfortante: demotivazione degli allievi e degli insegnanti, tensioni esacerbate nelle aule e nei cortili e livellamento verso il basso. L’allievo è al centro del nulla, addirittura del caos. La piccola percentuale di superdotati ce la fa, perché questi pochi allievi non hanno veramente bisogno della scuola per progredire, ma gli allievi medi e buoni sono lasciati indietro. Non parliamo di deboli, che tali restano perché niente li tira più verso l’alto. Invece di rafforzare quest’ultimi senza indebolire i forti, si aboliscono i compiti a casa in nome dell’uguaglianza, perché – nevvero – i genitori svizzeri, perlopiù abbienti, possono aiutare la loro progenie, mentre i genitori immigrati non ne sono capaci. Al fine di ristabilire l’uguaglianza, si penalizzano tutti.

Per contrastare la crescente ostilità suscitata da questa deriva, si organizzano delle «giornate del rifugiato» durante le quali gli allievi sono costretti a strisciare attraverso una sala oscura nella quale risuonano grida e colpi d’arma da fuoco, affinché possano «identificarsi con i rifugiati che fuggono dalle violenze». Li si rimpinzano di «tolleranza» e di «apertura», rendendoli nel contempo corresponsabili di tutti i mali del mondo per colpevolizzarli. Non si tratta più di imparare, di sviluppare il proprio spirito critico, ma di ingurgitare il dogma dei «diritti dell’altro» a scapito del proprio diritto di accedere a una formazione di qualità. Le università sono diventate delle vere e proprie fabbriche di anatemi, nelle quali le opinioni contrarie non sono né discusse, né tollerate, bensì vietate come ai tempi di Torquemada. La psicopolizia sta all’erta affinché la globalizzazione del pensiero e la distruzione dei riferimenti tradizionali preparino il terreno alla «Grande sostituzione».

Nell’attesa, è il futuro dei nostri figli che si oscura a ogni poesia che non si osa più imparare a memoria, a ogni lettura alla quale si rinuncia perché troppo complessa per degli analfabeti che sono stati creati scientemente, a ogni capitolo della storia che si evita per non urtare gli immigrati. L’aula scolastica non è più uno spazio d’apprendimento e di acquisizione del sapere, ma un’oasi di buone maniere nella quale si impara unicamente a essere gentili, aperti e tolleranti, nella quale gli ultimi pilastri della società tradizionale sono sradicati e rimpiazzati dal «gender», dal pensiero unico, dal dogma della tolleranza fino all’abbandono di sé stessi e all’autodistruzione. I docenti che resistono vengono brutalmente riportati all’ordine e i genitori che si rivoltano rischiano il tribunale per razzismo, incitazione all’odio e via di seguito. Tutti tacciono quindi, fino a che il silenzio degli innocenti diventa assordante.

Non ci sono più limiti

L’immigrazione è sempre esistita e, di per sé, rappresenta un’opportunità tanto per il paese ospite quanto per l’immigrato. Ma quando l’apertura diventa un dogma sull’altare del quale si sacrificano la propria cultura, le proprie tradizioni e la propria identità, nessuno ne esce vincitore. Come per tutte le cose, bisogna dare un quadro all’immigrazione, con delle regole precise e delle strutture adeguate, come pure con un controllo al fine di impedire a degli elementi patogeni d’introdursi nel nostro sistema sociale, scolastico ed economico. Prima della libera circolazione delle persone, le derive erano molte meno. L’integrazione avveniva spontaneamente, in modo naturale. Il figlio d’immigrati entrava in un sistema coerente, solido, bene strutturato, si adattava, si piegava alle regole. Oggi, lo stesso allievo entra in un sistema che non osa porre dei paletti, tollera tutto, non impone alcun limite e abolisce qualsiasi nozione di autorità. Risultato: si sente perso e automaticamente respinto verso il suo sistema di valori d’origine che, a volte, è in contraddizione con i valori che il nostro sistema scolastico predica senza più osare difenderli. Questo giovane non s’integra più, vive in parallelo. Inoltre, l’impunità conferitagli dal suo statuto di straniero o di richiedente l’asilo, l’incita a trasgredire gli ultimi rari divieti rimasti e a infischiarsi delle regole della convivenza, in nome della «multiculturalità». È il gatto che si morde la coda: la tolleranza senza limiti nuoce alla tolleranza, la libertà senza limiti distrugge la libertà.

 

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