L’irrefrenabile declino

Giu 28 • L'editoriale, Prima Pagina • 44 Views • Commenti disabilitati su L’irrefrenabile declino

Eros N. Mellini

«Forse uno dei guai dell’Italia è proprio questo, di avere per capitale una città sproporzionata per nome e per storia, alla modestia di un Popolo che quando grida “forza Roma” allude solo a una squadra di calcio». (Indro Montanelli)

La caduta di un impero

Se penso alla caduta dell’impero romano – ma anche di altre civiltà che per periodi più o meno lunghi dominarono nell’antichità – mi convinco sempre di più che tale caduta non sia da attribuire alla prevaricazione da parte di forze esterne, quanto all’indebolimento interno, frutto avvelenato di anni di benessere, ricchezza e dell’illusione che l’onnipotenza potesse durare senza un ribadimento costante dei valori e dei princìpi che ne avevano permesso l’affermazione a suon di duri sacrifici. Le invasioni barbariche, rispettivamente la progressiva integrazione di intere tribù nordiche furono possibili solo perché, a poco a poco, le generazioni che avevano conquistato il mondo allora conosciuto, avevano ceduto il posto ad altre – sempre più deboli e rammollite – che trovavano più comodo delegare a stranieri la difesa di quei princìpi in cui, ormai, non credevano più o, quantomeno, per i quali non ritenevano valesse la pena di impegnarsi.

La citazione iniziale del grande giornalista italiano è tratta dalla pagina finale della sua mirabile «Storia di Roma» ma, con qualche dovuto ritocco, vale per quasi tutte le odierne civiltà ormai globalizzate. Anzi, a pensarci bene, quest’ultime non hanno una «Roma» a cui fare riferimento, quindi la citazione non è da considerare letteralmente, ma vale solo per il significato che Montanelli ha voluto darle (perdita dell’orgoglio di un passato glorioso). A giudicare dalla multietnicità della nostra nazionale di calcio, dubito che i tifosi che oggi urlano «Hopp Schwiiz!» conoscano i sacrifici che nostri antenati confederati hanno dovuto affrontare affinché oggi abbiano una Svizzera da sostenere in uno stadio di calcio.

La nuova minaccia: la globalizzazione politica

Oggi, la «civiltà» non è più rappresentata da Roma, con la globalizzazione è diventata un coacervo di popoli autonominatisi «paesi industrializzati», cui si affiancano i «paesi in via di sviluppo» e – dai primi considerati poco più della merdaccia fantozziana – i «paesi sottosviluppati o Terzo mondo». Ciò fa si che, già a livello interstatale, i valori storici e politici siano diversi da un paese all’altro, e quindi a difenderli siano sempre più pochi nostalgici «reazionari e antiprogressisti». Vedo difficile che un cittadino del Gabon difenda il nostro Guglielmo Tell, o che uno Svizzero si sacrifichi al martirio per il culto di Ganesh, tutt’al più ci si appellerà al diritto di credere a ciò che si vuole, ma senza scaldarsi tanto, il pianeta ha problemi ben più importanti. Quello internazionale non è più un sano confronto di pensieri, ideologie, religioni, dottrine politiche o economiche, è una continua rinuncia a usi, costumi e credenze fin qui radicate e irremovibili, a favore di un peraltro fasullo quieto vivere. Ingannevole, perché non basato sul reciproco interesse, bensì sul predominio progressivo di movimenti nati come minoranze ma infiltratisi sempre più negli organismi statali e nella società fino a indebolirla, addirittura a putrefarla.

Oggi, si può dire che le minoranze abbiano più voce in capitolo della maggioranza che, pur non raggiungendo sempre un risultato ottimale, è pur sempre la base del nostro sistema democratico.

Concessioni e inclusione: una resa incondizionata a ogni aberrazione

Questo rilassamento dei costumi ha portato a sempre più concessioni. A partire dalla famiglia: quella che era la cellula base della società e ne garantiva la continuazione (un padre, una madre, dei figli) è stata snaturata con il matrimonio gay, la loro adozione di figli e la maternità surrogata). Alla collettività LGBTQ+ (…XYZ) si è data un’ufficializzazione che le permette di picchiare i pugni sul tavolo pretendendo di aprire le porte a qualunque sorta di perversione, all’individuo è data la facoltà di scegliere il proprio sesso a prescindere dall’attributo di cui ci ha fornito madre natura. Mai avrei pensato di dovere un giorno attingere al gergo ferroviario per definire la mia «normalità». Sì perché, a dispetto della suscettibilità di tutti i LGBTQ+ (…XYZ), io continuo a considerare normale l’eterosessualità, rispettivamente il sesso che la natura ci ha dato, e anormale qualsiasi altra forma di attitudine sessuale (fermo restando il diritto legittimo a seguire le proprie tendenze).

«Binario, triste e solitario… », cantava Claudio Villa o, per dirla con Highlander, «Alla fine ne resterà uno solo».

Sempre più velocemente verso il baratro

Aggiungiamo altre amenità quali la cultura «woke», il linguaggio «gender», i genitori A e B, la subdola infiltrazione di comunità d’importazione nella nostra società, eccetera, e abbiamo lo specchio di una comunità planetaria viziosa e rammollita, nei confronti della quale la Roma del 476 d.C. sembra ancora intatta e determinata. E se è caduta Roma, immaginiamoci quanto resisterà la società contemporanea. Il problema è che oggi – oltre ai conflitti ormai di ordinaria amministrazione, per intenderci quelli con armi convenzionali come Ucraina o Gaza – lo spettro che s’intravvede è quello di una guerra nucleare, che verosimilmente lascerebbe in vita solo una manciata di superstiti. C’è da sperare che questi ne uscirebbero abbastanza forgiati da ritornare ai sani princìpi – dell’antica Roma o dei tempi moderni fino agli anni cinquanta, ha poca importanza – e prendere in mano la clava all’apparire dei primi sintomi di sindrome di LGBTQ+ (…XYZ).

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