Giacomo Puccini compositore sfortunato

Giu 14 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 48 Views • Commenti disabilitati su Giacomo Puccini compositore sfortunato

Spazio musicale

Giacomo Puccini

Il titolo va controcorrente. Infatti, Puccini ha fama di essere stato un compositore molto fortunato. I suoi antenati si erano tramandati il posto di organista a Lucca fin dalla metà del ‘700. Nella città nessuno pensava all’eventualità di interrompere quella tradizione. Così Giacomo, nato nel 1858, venne al mondo con il privilegio notevole di avere un posto di lavoro già assicurato. La buona sorte lo assistette anche quando mosse i primi passi della sua carriera di compositore. La prima opera, «Le Villi», venne scartata a un concorso ma un gruppo di eminenti personalità, tra le quali Arrigo Boito, si impegnò con molta energia e sostanziosi contributi finanziari a favore di Puccini. Il 31 maggio 1884 «Le Villi» videro la luce al Teatro Dal Verme di Milano e conseguirono un successo di pubblico e critica tale che Giulio Ricordi diede l’incarico al giovane musicista di scrivere un melodramma per la Scala. Questo fu «Edgar», accolto dagli spettatori cortesemente ma senza entusiasmo. L’esito tiepido tuttavia non scosse la fiducia di Ricordi nel compositore, che lo difese anche contro il parere di azionisti della sua azienda. Si giunse così alla terza opera, «Manon Lescaut», alla quale arrisero caldissimi consensi. Con essa prese avvio la serie dei grandi capolavori della maturità. Solo con «Madama Butterfly» Puccini conobbe l’amarezza dell’insuccesso, ma pochi mesi dopo l’infelice e tempestosa prima assoluta alla Scala ci fu un trionfo a Brescia.

Questi pochi cenni biografici accreditano senza dubbio l’idea di Puccini compositore favorito dalla sorte. Ma nella ricezione della sua produzione, specialmente dopo la morte, si inserirono valutazioni contrastanti, sulle quali vorrei soffermarmi. Dividerei coloro che si accostano ai melodrammi del Lucchese in due gruppi.

Il primo comprende coloro che ammirano incondizionatamente la sua vena melodica, aspettano le arie e i duetti trascinanti, si abbandonano senza reticenze all’onda della musica e amano commuoversi per le avversità incontrate da qualche personaggio. In questo ambito Puccini scrisse pagine di alto valore. Lo dimostra il fatto che, a distanza di oltre un secolo dalla loro apparizione, riscuotano ancora ampi consensi dal pubblico. Si tratta dunque di composizioni non legate a un gusto momentaneo ed effimero, ma capaci invece di penetrare a fondo nell’animo umano. Tuttavia gli ascoltatori di cui sto parlando apprezzano a tal punto gli elementi più vistosi, si potrebbe dire più abbaglianti, seppure validissimi, delle partiture pucciniane che non prestano attenzione ad altri pregi. Ce ne sono tanti, come vedremo.

Al secondo gruppo appartengono i grandi puristi della musica, ai quali non piacciono le espressioni scoperte e sincere dei sentimenti e delle passioni, le giudicano di cattivo gusto e contrarie a una concezione della musica come arte. Nel campo del teatro musicale gradiscono semmai i lunghi recitativi delle tre opere monteverdiane, ma anche di fronte ai capolavori di Mozart arricciano il naso. Brani come l’accorata implorazione di Des Grieux quando chiede al capitano della nave di poter seguire Manon in America, come la seconda aria di Mimì nella «Bohème» («D’onde lieta uscì»), pregna di toccante tristezza, come l’ansia di Tosca, manifestata genialmente dall’orchestra, prima dell’esecuzione di Cavaradossi li lasciano indifferenti. Queste persone tanto sono condizionate dal disprezzo per gli aspetti più appariscenti della musica di Puccini che non spingono oltre la loro attenzione, probabilmente pensando che da un musicista del genere non si possono aspettare cose buone e pertanto chiudono un discorso considerato una perdita di tempo.

E così, gli uni per un eccesso di ammirazione parziale che blocca la ricerca di valori diversi e gli altri per frettolosi giudizi negativi sulle melodie trascinanti non colgono il senso del teatro, la forza, le finezze e la modernità del compositore. In primo luogo, vorrei mettere in evidenza l’attenzione riservata da Puccini alle tendenze e alle novità delle musiche coeve. In qualche pagina del «Tabarro» si addentra perfino in uno stile stravinskijano. Ogni opera di distingue grazie a caratteristiche proprie, particolarmente per quanto attiene alla specialità del colore strumentale generale. Eugenio Montale (che studiò canto – era baritono – e svolse per parecchi anni la funzione di critico musicale sul «Corriere d’informazione», l’edizione del pomeriggio, ormai da tanto tempo scomparsa, del «Corriere della sera») usò per «Turandot» un aggettivo secondo me indovinato: «livido». Puccini trovò per l’inizio del terzo atto della «Bohème» una soluzione originalissima. La didascalia dice: «È il febbraio, al finire. La neve è dappertutto.» Non appena si apre il sipario l’orchestra esegue due accordi perentori in «fortissimo», come se volesse avvertire il pubblico che, la pausa essendo finita, era venuto il momento di ascoltare. Segue un tremolo in «pianissimo» dei violoncelli sul quale flauti ed arpa pongono una discesa di quinte, suscitando un senso di freddo pungente, come se la musica fosse intirizzita: un colpo di genio, che crea una atmosfera inconfondibile per gli avvenimenti che stanno maturando. Sarebbe facile e piacevole scorrere ulteriormente le partiture pucciniane e raccogliere una larga messe di deliziose sottigliezze timbriche, ritmiche e armoniche. Cito un passaggio contenuto nell’ottima biografia del Lucchese scritta da Claudio Sartori: «Tecnicamente la differenza di scrittura con “Manon” è evidente. In “Bohème” si è detto che Puccini scopre la vitalità degli strumenti a fiato e l’effetto del silenzio, mentre la sua scrittura armonica anticipa addirittura i tempi con arditezze che dovevano risultare ostiche ai contemporanei.»

Puccini è stato sfortunato – riprendo ora l’idea del titolo – in quanto una vasta cerchia di ascoltatori si lascia trascinare solo dai momenti lirici mentre un’altra fascia, nel suo disprezzo per lui, non si degna di andare oltre. Agli uni e agli altri gioverebbe un accostamento alla produzione del grande Lucchese meno superficiale e più libera da pregiudizi.

Puccini nacque il 22 dicembre 1858 e morì il 29 novembre 1924. Tra qualche mese ricorreranno cento anni dalla sua scomparsa. Tra le iniziative in preparazione per la ricorrenza si distingue quella del Teatro Sociale di Como in collaborazione con il Teatro Regio di Parma. È stato organizzato un concorso tra registi giovani per un nuovo allestimento della «Bohème». L’opera verrà rappresentata prima a Como, come spettacolo inaugurale della prossima stagione lirica e poi in una serie di altro teatri.

Carlo Rezzonico

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