“L’è vera, i l’han dìì a la radio!”

Ott 4 • L'editoriale, Prima Pagina • 186 Views • Commenti disabilitati su “L’è vera, i l’han dìì a la radio!”

Eros N. Mellini

L’evoluzione tecnologica ha portato, e porta tuttora, grandi benefici all’essere umano. L’istruzione anche ma, come succede i tutte le cose, il troppo stroppia, e la citata evoluzione non manca di portare con sé degli effetti secondari a volte estremamente dannosi.

L’emancipazione delle masse: una grande conquista, ma…

Ma siamo sicuri che si siano davvero emancipate? Non è che invece, da un’ignoranza che le rendeva facilmente sfruttabili da parte di un’oligarchia furba e senza scrupoli, si sia passati a un’ignoranza camuffata da presunta conoscenza scientifica – diffusa grazie a un uso spregiudicato dell’evoluzione tecnologica della comunicazione – che fa agire comunque le masse nella direzione voluta dalla stessa ridotta oligarchia (cambiano le persone, ma gli obiettivi sono gli stessi) che si è fatta ancora più furba?

Dalla Rivoluzione francese, che viene considerata da molti come il primo vero fenomeno moderno di emancipazione delle masse, alla diffusione nelle case della radio fra gli anni ’30 e ’40, la comunicazione veniva fatta tramite la stampa scritta e, dato l’alto grado di analfabetismo, ben poca era la gente toccata dalle notizie e dagli eventuali indottrinamenti. Francamente non so quanti, a parte ovviamente coloro che ne approfittarono, si resero conto negli anni immediatamente susseguenti al 1789 che si erano liberati dal giogo dell’aristocrazia per finire sotto quello di una classe borghese ridotta e famelica come quella che l’aveva preceduta e che li sfruttava altrettanto, sebbene in nome di alti ideali di “liberté, égalité, fraternité”. Massa emancipata? No, semplicemente illusa di aver modificato finalmente una triste realtà, mentre invece le avevano semplicemente cambiato la scenografia e (forse) il cast degli attori. In realtà, lo stato d’indigenza delle masse era diffuso quanto e forse più di prima, per cui il problema ben più concreto di conciliare il pranzo con la cena, fece in fretta a far passare in seconda linea gli alti ideali. Va inoltre considerato che la grande massa popolare non era interessante quale consumatrice – più che pane e, qualche volta, un po’ di formaggio, non poteva permettersi – e, come detto, la classe borghese che poteva concedersi qualche sfizio, era limitata.

“L’è vera, i l’han dìì a la radio!”

Ma il benessere che fece seguito al secondo conflitto mondiale grazie alla ricostruzione – accompagnato dalla scolarizzazione obbligatoria e conseguente drastico calo dell’analfabetismo – mise a disposizione dell’economia un vasto mercato di consumatori, al quale divenne interessante indirizzarsi per vendere i propri prodotti. Fra questi, ci fu anche la radio (seguita più tardi dalla televisione) che, sfruttata al meglio dalla furba oligarchia di cui sopra, si mise a trasmettere messaggi e informazioni, interessate certo, ma che davano l’impressione all’utente di acquistare un determinato prodotto o di condividere qualsiasi panzana in piena cognizione di causa. La radio come incontestabile oracolo: “L’è vera, i l’han dìì a la radio!” era un dogma indiscutibile. E per certuni, neanche il fatto che la radio abbia spinto la vendita di prodotti rivelatisi poi cancerogeni ha scalfito la loro fede: anzi, oggi sono cancerogeni proprio perché “i l’han dìì a la radio!”. Il fenomeno si è poi sviluppato in modo esponenziale con l’avvento della televisione e, soprattutto, oggi con l’imperversare dei social media.

Anatemi su chi dissente

Come le religioni trattano da eretico chiunque le metta in discussione, altrettanto gli apostoli dei messaggi mediatici fanno con chi si permette di dissentire. E in un battibaleno, si formano due fronti acriticamente pro o contro che, incuranti o inconsapevoli di essere abilmente manipolati, si sparano addosso a colpi di scherno e disprezzo. Perché non si tratta di ragionevole scetticismo nei confronti delle tesi altrui, bensì di cieca quanto becera fede nelle proprie, o meglio, in quelle che abbiamo permesso ci inculcassero delle lobbies i cui obiettivi sono ben lungi dagli ideali dietro i quali si dissimulano. E, apparentemente, nessuno dei due fronti più estremi è esente da questa manipolazione.

Gli “spin doctors” dell’economia

L’ecologia potrebbe senz’altro essere un discorso serio e, chissà, anche ragionevolmente preoccupante. Personalmente, sono dell’opinione che la natura ha sempre saputo difendere sè stessa – magari eliminando certe forme di vita o modificando drasticamente certe sue caratteristiche, altrimenti non ci sarebbe stata quella che chiamiamo evoluzione della specie – per cui credo sia quantomeno supponente pensare che l’essere umano possa modificarne il decorso nella sua globalità. I dinosauri si sono estinti, l’uomo di Cro Magnon ha portato alla sparizione di quello di Neanderthal, il deserto del Sahara ha preso il posto di rigogliose foreste, eccetera, ma il pianeta terra è ancora qui. E continuerà a esistere – magari trasformato in maniera che non ci piace – anche in futuro.

Ma l’industria dell’ecologia – che crea cifre d’affari da capogiro a un’economia esclusivamente materialista – è riuscita a coinvolgere le masse, a inculcare loro dei sensi di colpa e a farne dei preziosi consumatori dei propri prodotti, grazie alla comunicazione. Si commissionano pareri e studi da parte di scienziati compiacenti che paventano scenari apocalittici supportati da cifre impressionanti e che il semplice cittadino non è in grado di contestare, e si divulgano con grande eco mediatica. Grazie a Internet, il cittadino così manipolato, può trovare link scientifici o pseudo tali, che avvalorano la tesi. Ma, soprattutto, che abili “spin doctors” (credo proprio che questi siano nati al servizio dell’economia, ben prima di essere utilizzati dai politici) hanno inserito a tale scopo.

Un atteggiamento paradossale

Nel dibattito sul cambiamento climatico si assiste a degli atteggiamenti a dir poco paradossali. Basta leggere i numerosi post inerenti al “gretinismo” imperversante per rendersene conto. C’è chi nega la competenza di un premio Nobel della fisica come Rubbia di esprimersi sul tema “perché è un fisico, non un climatologo, quindi non capisce niente”. Incredibilmente, però, si dà piena fiducia e credibilità a una ragazzina sedicenne che non ha terminato la scuola media. C’è chi ardisce addirittura avanzare l’ipotesi che la sindrome di Asperger, nella fattispecie, invece di essere un eventuale andicap, sarebbe un valore aggiunto alla credibilità di Greta Thunberg “perché io ho avuto a che fare tutta la vita con bambini affetti da questa sindrome, e non vi rendete conto di che cosa siano capaci…”. 500 scienziati scrivono all’ONU negando l’emergenza climatica (attenzione, non il cambiamento climatico, ma la sua emergenza), e vengono definiti irrilevanti, privi di credenziali. Inutile dire chi assegni le “credenziali” agli autori degli studi commissionati dalla stessa ONU.

Basta isterismi, dedichiamoci a problemi ben più importanti

Il cambiamento climatico è un problema? Forse, ma non è IL PROBLEMA. Lo si tenta di far diventare, perché dietro c’è un nugolo di miliardi che fanno gola a economia e governi. Sotto forma di produzione, vendita e consumo di apparecchi e dispositivi ecologici, di “incentivi” ecologici che in parole povere si traducono in tasse, restrizioni e divieti.

In particolare nel nostro paese (la Svizzera produce già oggi solo lo 0,1% delle emissioni globali di CO2 ed è all’avanguardia nelle tecnologie ecologiche), non c’è motivo di accodarsi all’isteria abilmente organizzata dalle lobbies ecologiche. La nostra attenzione va rivolta invece ai problemi di casa nostra – casse malati, immigrazione incontrollata, sicurezza, AVS, eccetera – di fronte ai quali, il cambiamento climatico è l’ultimo in classifica. Nonostante ciò che “i han dìì a la radio”.

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