Chiusa in bellezza la stagione OSI in Auditorio

Feb 23 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 793 Views • Commenti disabilitati su Chiusa in bellezza la stagione OSI in Auditorio

Spazio musicale

L’ouverture “Coriolano” di Beethoven, che ha dato avvio al concerto del 31 gennaio all’Auditorio Stelio Molo di Lugano, ultimo della serie OSI in Auditorio, si basa su due elementi opposti: accordi perentori combinati con un tema aggressivo e minaccioso da un lato, un motivo dolce e implorante, ripetuto insistentemente, dall’altro. Di questo contrasto si sono date interpretazioni diverse. Secondo alcuni rifletterebbe un conflitto esistente nell’animo di Coriolano, combattuto tra la volontà di attaccare Roma e la voce della coscienza, che lo indurrebbe ad amore per la patria e alla pietà. Secondo altri invece ai propositi bellicosi del protagonista si opporrebbe l’invito della madre a lasciarsi guidare da sentimenti più umani. Qualunque sia l’interpretazione giusta, resta da ammirare il modo in cui Beethoven scolpisce il dissidio, la forza dei passaggi riflettenti le furie di Coriolano e la soavità di quelli che fanno emergere le esortazioni a mitezza e bontà. Krzysztof Urbanski dal podio e l’Orchestra della Svizzera italiana hanno dato dell’ouverture una esecuzione complessivamente buona, tuttavia non con la compattezza e la cura dei particolari che siamo abituati a sentire.

Il concerto per pianoforte e orchestra KV 503 di Mozart – secondo numero in programma – non è tra i più eseguiti del Salisburghese eppure si distingue per numerose particolarità. Valga come esempio la cellula che all’inizio dell’”allegro maestoso”, dopo i pomposi accordi introduttivi, compare nei primi violini, viene ripresa immediatamente, sia pure variata, dai secondi e passa poi ai fagotti. È semplicissima, conta solo cinque note, quattro di esse sono ribattute. Ma assume importanza perché viene usata insistentemente, non solo nel primo tempo ma anche in diversi passaggi del secondo. Attorno ad essa Mozart costruisce un tessuto musicale abbastanza complesso. La partitura offre al pianoforte un certo numero di episodi a semicrome dove l’esecutore può lanciarsi in rapide corse. Tuttavia nella maggior parte dell’”allegro maestoso” lo strumento solista rimane in stretto contatto con l’orchestra, sia dialogando con essa, sia svolgendo il suo discorso intensamente accompagnato. Sono particolarmente importanti in questo profilo gli interventi dei legni. Il rapporto tra pianoforte e orchestra non cambia sostanzialmente nell’”andante” di mezzo. Con l’”allegretto” finale giunge poi la parte migliore del concerto. Se il primo tempo contiene cenni di umorismo e ironia, nel terzo questi aspetti sono portati, per così dire, a pieno regime. Già il frizzante motivo iniziale ha un fare birichino inconfondibile (e ci rammenta che la composizione di cui sto parlando è del 1786, l’anno delle “Nozze di Figaro”). Più avanti si inserisce anche il virtuosismo, dando origine a una musica esuberante, gioiosa, da annoverare tra le più belle scritte da Mozart. Ma non dimentichiamo che al centro del rondò c’è anche un momento in cui appare una fine espressione di lieve tristezza svolta con mano leggera ed elegante.

L’esecuzione ha avuto tutti i pregi che possono rendere pienamente godibile l’ascolto di composizioni mozartiane. Il pianista Andrea Bacchetti, che possiede un tocco chiaro e netto come pure ottime qualità di fraseggiatore, ha conferito alla sua interpretazione scioltezza, trasparenza e limpidità. Bella la cadenza composta da lui medesimo, che si è inserita agevolmente nel primo tempo, tra l’altro utilizzando intensamente, come era logico, il motivo di cinque note di cui si è detto. Altre parole elogiative vanno dette passando dal pianista al direttore e all’orchestra. L’uno e l’altra hanno saputo trovare, al pari di lui, un autentico spirito mozartiano. Pressoché perfetto è stato l’equilibrio tra solista e orchestra: la discrezione dei legni, chiamati in causa assai spesso nell’accompagnamento, ha sempre evitato che il pianoforte venisse messo in ombra. Nei due numeri fuori programma, dedicati a Bach, il Bacchetti ha poi dato una nuova prova delle sue capacità con esecuzioni avvincenti, in cui tutte le voci del contrappunto venivano percepite in modo assolutamente netto.

Con la terza composizione della serata si è tornati a Beethoven. Le prime due sinfonie del grande maestro hanno avuto la “sfortuna” di precederne altre sette di altissimo valore e grande popolarità. Pertanto, molti frequentatori di concerti che apprezzano quelle dalla terza in su e magari ne conoscono a memoria molti temi sentono una certa diffidenza nei confronti della prima e della seconda, come se si trattasse di prove giovanili, scritte sotto l’influsso di grandi compositori venuti prima, interessanti semmai per dare la misura del salto effettuato in seguito dal loro creatore. Sbagliano. Per cominciare Beethoven le compose quando era ormai sulla trentina e quindi non ha senso parlare di tentativi giovanili. Soprattutto però questi lavori recano già, sia pure non ancora interamente, l’impronta del genio di Bonn. Per quanto riguarda la prima sinfonia, quella eseguita a Lugano il 31 gennaio, si può osservare che il tema fondamentale dell’”allegro con brio” ha un piglio così deciso e volitivo da non lasciare dubbi sulla personalità del compositore. Interessante è poi il fatto che nello sviluppo tale tema viene scomposto e i suoi frammenti usati in imitazioni, anticipando un modo di procedere che apparirà frequentemente nei futuri capolavori. Tutto il primo tempo vive di forti contrasti dinamici e ci dice che non siamo più nel mondo di Haydn o Mozart. Meno convincente è l'”andante cantabile con moto”, dove effettivamente Beethoven guarda indietro e si perde anche in qualche leziosità; si apprezzano peraltro l’accuratezza della strumentazione e dei contrappunti come pure il tono semplice e bonario. Nuove prospettive apre invece il minuetto, che è tale solo di nome, in quanto reca già i tratti di uno scherzo: parte con una grande e focosa ascesa dei violini, è tutto fremiti e stringatezza, possiede una dinamica fortemente rilevata, con largo uso di “fortissimo” e “sforzando”; perfino il trio, nonostante i carezzevoli accordi dei legni, non rappresenta un’oasi di totale tranquillità perché i violini vi inseriscono rapide figurazioni di crome. Quanto al tempo finale si può dire che, se i suoi temi fanno correre il pensiero a Haydn e Mozart, lo slancio, la veemenza e la vitalità di questa musica la spingono oltre i presunti modelli. Nell’interpretazione dell’Urbanski e dell’Orchestra della Svizzera italiana gli elementi che anticipano i grandi raggiungimenti beethoveniani sono emersi egregiamente, specialmente nel primo tempo, risultato teso e a volte perfino sferzante.

La sala era completa; fatto notevole se si considera che la medesima serata, al LAC, suonavano Schiff e la Cappella Barca. Direttore, pianista e orchestra sono stati festeggiatissimi. Ci siamo così congedati, in bellezza, dalla serie OSI in Auditorio, purtroppo comprendente soltanto quattro appuntamenti.

Markus Poschner

Il concerto di cui ho parlato sopra doveva essere diretto da Markus Poschner, direttore principale dell’Orchestra della Svizzera italiana. Nel frattempo, però, il Poschner ha ricevuto l’incarico di dirigere “La Valchiria” ad Abu Dhabi con i complessi di Bayreuth. Evidentemente non poteva rinunciare a una occasione di così grande importanza e che potrebbe aprire la via ad ulteriori sviluppi di rilievo. Va aggiunto che, se da un lato la rinuncia a dirigere il concerto luganese può aver deluso alcuni suoi ammiratori, d’altro lato il fatto che il direttore principale dell’orchestra ticinese venisse chiamato a un compito di grande prestigio fa molto onore a lui e, di riflesso, anche all’OSI. Non resta dunque che rallegrarci e felicitarci con il Poschner.

 

Carlo Rezzonico

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