Inclusione = discriminazione al contrario

Nov 18 • L'editoriale, Prima Pagina • 61 Views • Commenti disabilitati su Inclusione = discriminazione al contrario

Eros N.Mellini

Da qualche anno si fa un gran parlare di inclusione, di diritti delle minoranze, di parità di diritti e di tanti altri splendidi princìpi.

Il PS, paladino dei diritti

Il partito socialista è in prima linea sull’argomento dei diritti (dei doveri invece mai) e dell’inclusione – parola che va molto di moda – di veri o presunti emarginati dalla maledetta società capitalista. A ogni piè sospinto, partito e sindacati, radunano in piazza una masnada urlante di qualche centinaio – a volte, ma raramente, qualche migliaio – di dimostranti contro detta società capitalista che li opprime e li emargina (e che li mantiene, ma su questo si sorvola). Una posizione non priva di incongruenze, perlopiù dipendenti dal fatto che, dietro le quinte, sono ben contenti di vivere in questa società che odiano, sì, ma che, a suon di sussidi ed esenzioni fiscali, permette loro un livello di vita ben superiore a quello dei paesi a conduzione rossoverde.

L’incongruenza più evidente è di questi giorni: per la successione in Consiglio federale di Simonetta Sommaruga, il partito paladino dell’anti-emarginazione vuole emarginare i maschi e imporre una donna, assicurandone la nomina con un ticket esclusivamente rosa. Bene fa – ogni tanto anche qualche socialista ha ragione – lo zurighese Daniel Jositsch a insistere sulla sua candidatura, andando contro i vertici del suo partito.

Più che alla parità di diritti, si mira alla rivalsa

A livello internazionale si lotta ormai da qualche secolo per l’emancipazione e contro l’emarginazione di minoranze etniche, religiose, culturali, eccetera. Un esempio concreto: l’abolizione della schiavitù e dello sfruttamento degli Africani sia in patria sia all’estero. Un obiettivo sacrosanto – condiviso da una maggioranza bianca, altrimenti non sarebbe stato raggiunto – ma da parecchi male interpretato. Infatti, a tre o quattro secoli di sfruttamento del nero, non può far seguito un uguale periodo di sfruttamento del bianco, come invece sotto sotto auspicherebbero certi ambienti. Non tanto nel senso di una schiavitù del bianco, oggigiorno ormai impossibile, ma di uno sfruttamento finanziario – perché alla fin fine è sempre ai soldi che si mira – poggiante su un assurdo senso di colpa che le generazioni di oggi dovrebbero avere per il comportamento di quelle di ieri.

«Black lives matter» docet

Un esempio eloquente è il movimento americano, ma ormai diffuso in tutto il mondo, «Black lives matter» (le vite dei neri contano). Nato a seguito dell’uccisione di un Afroamericano durante un arresto da parte della polizia, già il suo nome indica discriminazione. Infatti, perché dovrebbero contare sollo le vite dei neri o, quantomeno, perché quelle dei neri meritano la costituzione di un movimento e quelle dei bianchi no? Qualora la vittima della polizia fosse stata bianca (e ce ne sono state sicuramente), probabilmente nessuno si sarebbe sognato di creare un movimento a tutela di questa razza e, se ci fosse stato, non si sarebbe certamente potuto chiamare «White lives matter», pena un processo per discriminazione razziale. Tutt’al più, un semplice «Lives matter», perché già «Human lives matter» avrebbe probabilmente incontrato l’opposizione degli ambienti animalisti. C’è qualcosa di perverso in questo atteggiamento, qualcosa di molto simile al ricatto unilaterale da parte di minoranze che non mirano più all’emancipazione – quella ormai, almeno ufficialmente, l’hanno ottenuta – bensì alla supremazia.

Dietro gli idealismi, c’è sempre l’interesse finanziario

L’ipocrisia è un oceano dilagante. Perché, dietro a tutti i pomposi proclami idealisti, non c’è un singolo caso che alla fine non venga risolto con un profitto finanziario, sia sotto forma di contante, sia di miglioramento delle condizioni sociali, sia di ottenimento o mantenimento del posto di lavoro, o quant’altro. Da una parte, si è disposti a «perdonare» una presunta discriminazione contro congruo compenso, dall’altra si è disposti a pagare cedendo all’implicito ricatto, al fine di evitare danni peggiori.

Colpevoli entrambe le parti

Il concetto di maggioranza è il pilastro su cui si basa ogni democrazia. Ed è giusto che la maggioranza prenda in conto una ragionevole tutela delle minoranze, al fine di evitarne la prevaricazione, quella discriminazione – a volte vera e a volte presunta – contro cui più o meno ragionevolmente ci si batte. Ma quando si arriva al paradosso che le minoranze prevalgono sulla maggioranza, evidentemente qualcosa è andato storto. Minoranze che troppo chiedono, maggioranza che troppo concede, entrambi i fronti sono responsabili di questa situazione ormai fuori controllo. Per ridare equilibrio a una democrazia sempre più traballante, occorrerebbe un’iniezione di buonsenso: alle masse che starnazzano e alle classi che le governano. Ma credo che sia un’utopia.

 

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