I liberali

Giu 28 • L'opinione, Prima Pagina • 275 Views • Commenti disabilitati su I liberali

L’avvocato Tito Tettamanti ha scritto recentemente un piccolo libro che ci ha gentilmente concesso di pubblicare a puntate ne «Il Paese». Il libro non è in vendita, si tratta di una pubblicazione che Tito Tettamanti ha realizzato per farne omaggio ad amici e conoscenti. La pubblicazione tramite il nostro giornale è quindi un’occasione per farne conoscere i contenuti anche al di fuori di questa stretta cerchia, e siamo sicuri dell’interesse che riscontrerà fra i nostri lettori. Consideriamo infatti l’avvocato una delle menti più brillanti del nostro cantone, un acuto osservatore di quanto succede sul palcoscenico politico, economico e finanziario (locale, cantonale, nazionale e internazionale) – ma non solo, i suoi interessi sono innumerevoli. Il suo libro è una lucida disamina di avvenimenti che hanno costellato la sua vita e che possono costituire un insegnamento per chiunque si trovi a vivere nella realtà odierna.

Il massimo successo il pensiero liberale l’ha avuto nell’Ottocento. Il liberalismo classico si è opposto agli assolutismi di allora uscendo vincitore contro i poteri monarchici, spesso alleati con le gerarchie ecclesiastiche e sostenuti da ceti nobiliari reazionari. Anche per questo il liberalismo, soprattutto nelle sue espressioni di radicalismo, ha avuto posizioni anticlericali che hanno portato Papa Pio IX al grande errore del Sillabo, un’enciclica che censura il liberalismo (e altro) e mette al bando pubblicazioni di autori liberali critici nel confronto dei regimi vigenti e della politica della Chiesa. Il successo del «metodo» liberale (il liberalismo è una forma seria e strutturata di pensiero in cammino, non è una ideologia) si manifesta già prima degli eventi rivoluzionari europei, in primis quello francese, sull’altra sponda dell’Oceano Pacifico, negli Stati Uniti, con la dichiarazione di indipendenza americana del 1776 redatta da Thomas Jefferson, che si schierava per la libertà, la protezione della proprietà, il diritto di opporsi al potere, vale a dire per le colonne concettuali del pensiero dei liberali. Come più volte ho detto, la libertà è il diritto di fare tutto ciò che non danneggia gli altri.

Essendo appunto una scuola di pensiero e non una ideologia paralizzante, la dottrina liberale (chiamiamola così) si è evoluta e adattata alle successive fasi che la società ha conosciuto.

Ma già nel 1800 in linea generale e pure anche da noi in Svizzera, si sono delineate due concezioni diverse della declinazione del pensiero liberale. La Svizzera di oggi e la nostra Costituzione del 1848 sono, è cosa nota, opera dei liberali: ma già allora nel Partito Liberale vi erano due correnti. Una (specialmente in Romandia) era più di sinistra, più radicale; l’altra era più aderente a una concezione classica del liberalismo. Lo storico svizzero vivente Olivier Meuwly ha descritto bene nei suoi studi e nelle sue pubblicazioni proprio questa divergenza importante. D’altronde, questa frattura ha toccato anche le vicende politiche liberali del Ticino, tanto che nel 1934 il Partito Liberale si era persino diviso, con una scissione, tra Democratici e Unificati.

Ma veniamo ai nostri tempi, per constatare che vi sono ancora oggi delle posizioni liberali diversamente profilate, le quali non sono totalmente antitetiche tra loro ma risultano chiaramente divise nel giudizio di fondo sul concetto stesso del liberalismo e sui suoi esiti realizzativi. Michael Walzer, intellettuale americano vivente, vede nell’essere liberali una posizione morale e nel suo ultimo libro considera il termine «liberale» quale aggettivo (ovvero una condizione in essere) e non quale sostantivo (ovvero un soggetto ideologico). Walzer divide i liberali in democratici, socialisti-liberali, nazionalisti e internazionalisti comunitari, dedicando ulteriori pagine alle femministe liberali e ai professori e intellettuali liberali e infine agli ebrei liberali.

Ora, con tutto il rispetto per le riflessioni di Walzer, le considero piuttosto come un gioco intellettuale, per giustificare il concetto di «liberal» statunitense che è una forma meno dottrinaria di socialdemocrazia. Il liberale con la «e» finale, quello europeo, è più aderente alle radici del movimento e al pensiero originale, diciamo pure alla lezione di Adam Smith, il grande filosofo ed economista scozzese del Settecento.

Un «liberal» si distingue da un liberale persino nel linguaggio ed egli accondiscende, specie negli USA, a preoccupanti sviluppi che rammentano l’eccezionale intuito e la genialità di George Orwell (1903-1950) il quale derideva già a suo tempo la dittatura comunista e la «neolingua», quella che avrebbe dovuto rendere impossibili (ossia vietate) altre forme di pensiero: e questa premonizione orwelliana a noi ricorda molto il «politically correct» odierno.

Per tutte queste ragioni, un conservatore si trova più a suo agio discutendo con un liberale (con il quale condivide molte convinzioni di base) e si trova invece in opposizione con un liberal, che risulta naturalmente alleato per affinità di pensiero con la sinistra. Non per nulla ci imbattiamo spesso oggigiorno nel binomio «liberal-conservatore», con il quale si intende chi sul piano economico aderisce all’economia di mercato con tutte le sue conseguenze e sul piano dei valori si definisce conservatore e si batte apertamente e senza compromessi contro le tesi del progressismo totalitario di sinistra che si propone quale successore e sostituto della cecità marxista.

Continua nel prossimo numero

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