100 anni di UDC in un libro

Nov 27 • Dal Cantone, Dall'UDC, Prima Pagina • 329 Views • Commenti disabilitati su 100 anni di UDC in un libro

Piero Marchesi
Consigliere nazionale, Presidente UDC Ticino

Un libro per conoscere, capire e motivarsi

Certo, 100 anni sono tanti anche per un partito. Molte persone in questi anni hanno dedicato tempo alla cosa pubblica con passione, tenacia e ostinazione. In particolare nell’Unione democratica di centro (UDC) – allora Partito agrario – che, seppure a quei tempi rappresentasse il settore economico più importante, non ha mai goduto della popolarità dei partiti maggiori. Ma si sa, quando c’è convinzione e tenacia, l’uomo affronta le sfide più incredibili. Anche quella di fondare e crescere un partito spesso ai margini della politica cantonale, lottando contro mille difficoltà e obiezioni. A questi uomini va il nostro ringraziamento, perché se oggi l’UDC è il primo partito in Svizzera e nel nostro cantone è una realtà che negli ultimi anni ha registrato importanti successi, lo dobbiamo anche a chi in questi lunghi 100 anni si è impegnato e ha faticato, si è arrabbiato e pure scoraggiato. Ma, fortunatamente, non ha mai mollato. Munito dello stesso spirito per affrontare le sfide difficili, da cinque anni ho assunto la presidenza cantonale pieno di voglia di fare e attorniato da persone altrettanto motivate e preparate. Ho fortunatamente potuto cogliere gran parte di quei frutti seminati negli ultimi decenni. Chi avrebbe immaginato, solo pochi anni orsono, di avere ben due rappresentanti ticinesi UDC alle Camere federali? Chi avrebbe scommesso che il presidente nazionale del partito potesse essere un ticinese? Questo è il bello della politica e forse, quella stupenda sensazione gli allora fondatori del partito già la percepivano. L’UDC in Ticino è un’importante realtà che ben viene raccontata dagli autori in questa opera. Quando Giovanni Maria Staffieri mi propose di realizzare un libro per questa speciale occasione non ci pensai due volte, neppure quando mi disse chiaramente che autori indipendenti avrebbero potuto anche raccontare episodi poco entusiasmanti. La storia è storia e i fatti non cambiano. Anzi, fanno parte di quel vissuto che oggi portiamo con noi, fieri di quello che è stato e, soprattutto, con l’auspicio che il conoscerlo possa essere un arricchimento e uno stimolo per il domani. Ringrazio di cuore la Fondazione Carlo Danzi per aver sostenuto in modo fondamentale quest’opera, i vari sponsor, gli autori per l’ottimo lavoro svolto e Giovanni Maria Staffieri per aver guidato questo straordinario progetto. Buona lettura!

Giovanni Maria Staffieri, Promotore del libro

Dal Partito Agrario all’Unione Democratica di Centro: 1920 — 2020

Amor di Patria di Libertà di Federalismo

È’ con una certa commozione che ho assunto il compito di commemorare questa nostra ricorrenza centenaria quando ricordo che nel novembre del 1970 organizzai, nella mia funzione di Segretario cantonale, la manifestazione del cinquantesimo di fondazione del Partito Agrario, che si tenne presso il Centro Quadri di Taverne alla presenza dell’ex-consigliere federale Wahlen. L’anziano granconsigliere Giovanni Tettamanti di felice memoria, già Segretario agricolo cantonale, solennizzò la ricorrenza giubilare con toccanti parole che suscitarono l’emozione dei presenti. ln un anno, quello attuale, funestato dalla micidiale infezione pandemica, potrebbe essere considerata inopportuna la celebrazione del centenario di esistenza e di presenza attiva di un partito che ha rivestito e svolge tuttora un ruolo significativo nel panorama politico cantonale. Tuttavia, l’averne consegnato il patrimonio storico in un pregiato volume redatto da un ottimo team di studiosi competenti e indipendenti mi consente, accanto a una sintetica rievocazione degli avvenimenti che hanno segnato l’esistenza secolare del Partito agrario e dell’Unione democratica di centro, di focalizzare oggi alcune riflessioni sullo spirito che ha animato i fondatori del partito e sul valore del loro messaggio patriottico, civile e morale.

Messaggio che assume un valore di attualità e di universalità di cui ci viene affidata la missione di trasmettere intatto il germe fruttifero alle generazioni presenti e future, protagoniste della gestione della cosa pubblica.

Questa celebrazione intende quindi essere al tempo stesso solenne e misurata perché, come ho accennato, non possiamo ignorare la contemporaneità con l’emergenza pandemica che andiamo subendo e la sua triste analogia con quella verificatasi proprio un secolo fa. Infatti, anche allora, come oggi, in Ticino si soffriva per la presenza di un’altra terrificante pandemia, nota come “influenza spagnola”, che mieté oltre venticinquemila vittime in Svizzera e più di venti milioni nel mondo.

Scorriamo ora in sintesi il percorso del Partito agrario e dell’Unione democratica di centro che ne ha raccolto, aggiornato e sviluppato l’eredità politica.

Domenica 19 dicembre 1920, alla vigilia delle cruciali elezioni cantonali del febbraio 1921, l’assemblea dei delegati dell’Unione dei contadini ticinesi, riunita all’Albergo Internazionale di Bellinzona, decideva la costituzione del Partito agrario popolare ticinese, precursore dell’Unione democratica di centro.

Ne fu promotore e animatore un gruppo di distinte personalità già attive da anni nella vita pubblica ticinese nei ranghi dei due maggiori partiti del tempo, quello liberale Rrdicale e quello conservatore democratico.

Ma erano, sopra tutto e sopra tutti, persone unite, direi cementate, dal comune profondo amore per il nostro paese e da un autentico “senso dello Stato”, sentimenti che rifuggono e superano gli steccati ideologici delle divisioni partitiche.

Per loro infatti, il partito cui davano vita doveva rappresentare la sintesi di quanto di positivo era presente nella classe politica del tempo, per una gestione ottimale della cosa pubblica, in particolare per contribuire alla soluzione delle problematiche del settore e del ceto agricolo, a quel tempo alquanto trascurati.

Quelle persone preferirono allora sacrificare la propria brillante e già avviata carriera politica e di magistrati nei rispettivi partiti di appartenenza, per creare una nuova realtà di interesse pubblico nella quale credevano fermamente, nel pieno rispetto delle istituzioni.

“Ruit hora”, fremono i tempi, proclamavano: e l’ora venne con il successo elettorale che portò a conseguire nelle prime legislature fino a sette deputati in Gran Consiglio e un seggio in Consiglio di Stato, occupato dal compianto Dott. Raimondo Rossi, e ricorderò lui per tutti i benemeriti pionieri del nostro partito. Raimondo Rossi, cui il Ticino degli anni dal 1923 al 1927 deve il risanamento delle finanze cantonali in quei tempi seriamente compromesse.

Senza contare l’ampia rappresentanza che ebbe subito il neocostituito partito anche in gran parte delle amministrazioni locali, segnatamente in quelle rurali

Il fenomeno politico “agrario” si diffondeva intanto negli anni ’20 a macchia d’olio ugualmente nella Svizzera centrale e orientale, eleggendo una trentina di deputati all’Assemblea federale e conseguendo stabilmente un seggio in Consiglio federale dal 1929.

Nei decenni successivi, la deputazione parlamentare ticinese si presentò più ridotta ma sempre attenta, attiva e combattiva in tutte le materie di interesse politico cantonale, aggiornandosi nel tempo assieme al partito senza soluzione di continuità, come si è dimostrato nello storico congresso cantonale tenutosi il 24 gennaio 1971 presso la Scuola d’Arti e Mestieri di Bellinzona, in pratica una rifondazione dove, al termine di un aperto e vivace dibattimento, venne adottata a grande maggioranza l’attuale, definitiva denominazione di “Unione democratica di centro”. E sottolineo che il nostro fu il primo partito cantonale a stabilirla, prima quindi che essa venisse sancita a livello di altri cantoni e in sede federale .

A cavallo dei due secoli, l’UDC ha sviluppato nuovi importanti stimoli politici e ottenuto sempre maggiori consensi, malgrado le difficoltà oggettive della realtà ticinese, realizzando un ampio rilancio di adesioni, tuttora in atto, che riflette quello che si è manifestato nei partiti cantonali fratelli e in quello federale.

Per tornare alle origini dell’UDC ticinese: qual è il messaggio sempre ancora efficace e attuale che ci viene consegnato dai padri fondatori del partito? Esso si riassume nella loro fedeltà ai tre valori essenziali che ne hanno sempre guidato l’azione, e sono quelli primordiali sui quali è edificata la nostra società: la Patria, la Libertà e il Federalismo.

Sono, questi, valori ideali e assieme concreti che siamo chiamati a rispettare e a difendere con la medesima fedeltà di chi ci ha preceduto, e a consegnare inviolati e inviolabili assieme alla loro funzione istituzionale a chi verrà trasmesso il nostro testimonio.

La Patria è una costante creazione: non la possiede se non chi la crea.

La Patria è una costante apparizione: non la merita se non chi la vede.

La patria è una costante dedizione: non la serve se non chi abnega sé stesso.

Finalmente la Patria è una sola, come la nostra madre naturale.

Per questo possiamo ben comprendere le penetranti parole con le quali quel grande uomo di pensiero e d’azione di stirpe latina che fu Giuseppe Mazzini, assai legato al nostro Paese, definiva il ruolo e il rapporto tra la Libertà e la Patria, parole che possiamo senz’altro fare nostre:

Amo la Libertà e l’amo forse di più di quanto io amo la Patria, ma io la Patria l’amo prima della Libertà.”

E per quanto attiene all’origine e alla stabilità del nostro federalismo, si ponga mente alla lezione della storia che ci riconduce direttamente a un altro eccezionale genio latino, comunque lo si giudichi, che fu l’unico originale ideatore e creatore dello Stato federale elvetico .

Infatti, il 12 dicembre 1802, il toscanissimo Napoleone Bonaparte, Primo console della Repubblica francese, richiamava energicamente e convocava nella sua residenza di Saint Cloud alle porte di Parigi cinque notabili, scelti fra la delegazione di diverse decine di rappresentanti delle regioni svizzere riuniti in Consulta in città, per definire il nuovo assetto istituzionale da assegnare all’Elvezia che usciva da quattro anni di guerra civile, ma anche qui continuavano ancora a litigare tra centralisti e federalisti senza giungere ad alcuna conclusione.

Egli rivolse loro, a braccio, un mirabile discorso che venne fortunatamente stenografato e del quale riporto, perché siano meditati, i passi salienti nella versione in lingua italiana:  Il ristabilimento dell’antico ordine di cose nei cantoni democratici è ciò che vi ha più di conveniente e per voi, e per me. Questo è quello che vi distingue nel mondo e che vi rende interessanti agli occhi dell’Europa. Senza queste democrazie, voi non presentereste nulla che non si trovi altrove; riflettete bene all’importanza di avere tratti caratteristici: questi allontanano l’idea d’ogni rassomiglianza agli altri Stati, di confondervi con essi o di incorporarvi. Lo so bene che il regime di queste democrazie è accompagnato da molti inconvenienti e che urta con l’esame della ragione; ma infine esiste da più secoli: ha la sua ragione nel clima, nella natura, nei bisogni e nelle abitudini primitive degli abitanti; esso è conforme al genio dei luoghi e non è necessario invocare la ragione a fronte della necessità … Allorché l’uso e la ragione si trovano di fronte, è il primo che prevale.”

Sono, queste, parole di impressionante attualità e di efficace monito nel presente universo dove impera la globalizzazione, parole cui seguirono dopo poche settimane i fatti: il 19 febbraio 1803 Bonaparte firmava e promulgava l’Atto di mediazione che rappresenta la prima moderna Costituzione federale comprendente la Confederazione degli allora 19 cantoni fra cui il Ticino. E, a riconferma, nel tempo presente, dell’importanza e dell’universalità di questi principi civili fondanti e non ideologici della nostra realtà elvetica, fa autorevole eco recentemente, con estensione alla dimensione dell’Europa, l’inascoltato appello del Vescovo emerito di Roma, quando avverte che “non è possibile costruire una casa comune europea ignorando l’identità dei popoli del nostro continente”.

Mi si consenta a questo punto di ribadire quanto sia essenziale per tutti la corretta conoscenza, sia pure nelle linee essenziali, degli avvenimenti storici e di segnalare in proposito il limpido pensiero del celebre economista statunitense Joseph Stiglitz, Premio Nobel 2001, che ultimamente così si esprime in un’intervista: “Per quanto mi riguarda, la cosa più importante è lo studio della storia. La storia non si ripete mai esattamente uguale, ma riflettere sulle vicende del passato ci suggerisce delle intuizioni sul presente. L’emergenza della pandemia ha dimostrato che, a dispetto della globalizzazione, lo Stato nazione è ancora la fondamentale unità di azione politica”

Quanto ho esposto costituisce il patrimonio storico e istituzionale che, ripeto, ci è affidato affinché venga da noi tutti conservato e vitalizzato per trasmetterlo integro e valorizzato nei suoi elementi essenziali alle generazioni attive presenti e che verranno.

Il che significa trasmesso segnatamente ai giovani ed è all’indirizzo della gioventù che in conclusione richiamo qui, più valido che mai, il vibrante appello che il nostro compianto deputato avvocato Francesco Cattaneo, cofondatore e presidente del Partito agrario , rivolgeva nel febbraio 1947 nel discorso al Gran Consiglio quale suo Presidente anziano in occasione della seduta costitutiva della nuova legislatura:

“È’ a questa gioventù – diceva – che il Presidente anziano del Gran Consiglio si volge con affetto e speranza. Porti essa, nella politica e nelle cariche pubbliche, insieme con l’impeto e con l’ardore dell’età, lo studio e la conoscenza rispettosa del passato, vi porti il desiderio sincero di comprensione per i problemi della coscienza e dello spirito; vi porti la fedeltà austera al proprio dovere. Porti insomma, negli uffici e nella vita, il segno e le prerogative migliori della gioventù. Quelle che Goethe con verso immortale definiva “Des Hasses Kraft und die Macht der Liebe”: la forza dell’odio per tutto ciò che è falso, ingiusto e indegno; la potenza creatrice dell’amore per tutto ciò che è vero, giusto e buono”

Dal 1920, da un secolo, l’Unione democratica di centro, erede del Partito agrario, si onora, attraverso i suoi rappresentanti nei consessi politici a ogni livello, di servire questo paese. E oggi, come allora, chiamata dal corpo elettorale a recare da protagonista il proprio contributo alla gestione pubblica, l’Unione democratica di centro risponde: PRESENTE!

 

Carlo Danzi, Editore

L’UDC e «Il Paese»: un legame stretto e quasi secolare

In casa si è sempre respirata aria di Agrari e di UDC. Mio nonno Riccardo negli Anni ’30, mio padre Luciano negli Anni ’60 e il sottoscritto negli anni ’90 del secolo scorso, siamo stati deputati al Gran Consiglio. Ho pertanto raccolto subito con piacere l’invito di Giovanni Maria Staffieri a fungere da editore di questo volume, finanziandone la ricerca e la pubblicazione. Oltre al legame con il partito, tuttavia, in famiglia ci siamo sempre occupati – assieme ai Pinoja, ai Cattori e ad altri – del giornale «Il Paese» che festeggerà presto pure lui il secolo di vita. Mio nonno vi scrisse fino agli Anni ’80, mio padre se ne occupò per oltre 50 anni assicurandone la direzione e io lo amministro dal 1987, salvo una parentesi a gestione UDC. Mi piace notare come «Il Paese» abbia contribuito in modo determinante alla svolta dell’UDC ticinese in senso blocheriano. Negli Anni ’80 infatti, come ricordano gli autori, vi furono ripetute e accese discussioni: una maggioranza di rappresentanti del mondo contadino, assieme alla famiglia Staffieri, considerava troppo a destra il settimanale – che aveva Elio Bernasconi e Paolo Camillo Minotti quali redattori responsabili-; una crescente minoranza costituita da collaboratori, commercianti, esponenti dell’Alleanza Liberi e Svizzeri e altri ancora sosteneva invece il giornale e la linea vicina a Christoph Blocher. Nel 1989, il partito si spinse fino a togliere al settimanale la denominazione di «Organo ufficiale dell’UDC». In un certo senso fu la sua fortuna poiché gli furono tolte le «catene». «Il Paese» poté infatti avvicinare numerosi esponenti della destra di PLRT e PPD come pure dell’ALS, che entrarono così a far parte della Cooperativa editrice. Fra questi Alexander von Wyttenbach, Gianfranco Soldati e Giorgio Morniroli. Avvicinatisi al giornale, indipendente ma di fatto vicino all’UDC, furono poi catapultati in modo naturale in seno all’UDC e fu la svolta in senso blocheriano a partire dalla fine degli Anni ’90. Oggi più nessuno di chi allora si opponeva si sognerebbe di criticare quanto accaduto. Da ultimo, attenzione: il volume che tenete fra le mani è frutto di un lavoro di ricerca importante e di qualità per il quale ringrazio gli autori. Leggiamolo comunque in modo critico, poiché non è certamente stato scritto da aderenti al Partito… Qua e là, ma solo nell’ultima parte del volume, vengono utilizzati termini quali «nazionalisti, populisti, antistranieri e sovranisti». Blocher non è quasi mai Christoph bensì un colpevole «multimilionario». Sembra di ascoltare il TG della RSI di Comano. Ma va bene così. Per fortuna la sinistra fa sempre crescere la destra. Altri 100 anni garantiti.

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