Un «Nano» alla Casa bianca

Giu 15 • L'editoriale, Prima Pagina • 294 Views • Commenti disabilitati su Un «Nano» alla Casa bianca

Eros N. Mellini

«Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare fino a quando arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa» (Albert Einstein)

Innanzitutto, qualche cifra. Ticino: 2812 Km2 – USA, 9 834 000 km²; Ticino, 360’000 abitanti – USA, 340’000’000 abitanti.

Già questi dati indicano che, per effettuare questi del tutto arbitrari e ipotetici parallelismi, occorre elevare il contesto ticinese a una non ben definita potenza, nella fattispecie, a una superpotenza. È evidente che, con 3500 volte la superficie e 950 volte la popolazione degli USA rispetto al Ticino, il confronto – per impatto e conseguenze sulle politiche del pianeta – sarebbe del tutto improponibile.

Ciononostante, per quanto riguarda il carattere, gli atteggiamenti e la comunicazione dei due personaggi – in particolare un linguaggio crudo ma comprensibile alla gente comune, che è valso ad ambedue un vasto consenso elettorale – credo di avere ragione intravedendo qualche parallelismo, soffermandomi ovviamente sull’attualità, e quindi sul personaggio Donald Trump.

L’insofferenza al «politicamente corretto»

Come Bignasca nel suo piccolo, mi sembra che Trump rifiuti di attenersi al «politicamente corretto», sia nelle decisioni che negli atteggiamenti che nella comunicazione. Le affermazioni roboanti e poco credibili circa l’acquisto della Groenlandia o l’annessione del Canada, quelle – che personalmente spero più attuabili e in parte già attuate – riguardanti un ritiro degli Stati uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità, o la rinuncia alle posizioni iper-verdi, la cancellazione delle concessioni fatte dalla precedente amministrazione all’assurda «cancel & woke culture», rispettivamente alle rivendicazioni di genere della comunità LGBTQ+XYZ, o la battaglia contro la politicizzazione (di sinistra) delle università americane, unitamente all’altalenante politica dei dazi e altre decisioni che sarebbe troppo lungo elencare in dettaglio, hanno scombussolato l’«establishment» politico mondiale e tutta la stampa «mainstream» che lo sostiene.

Un dogmatismo improvvisamente confutabile

Anche qui, il parallelismo con Bignasca continua: riprendendo la citazione di Einstein all’inizio di questo articolo, entrambi hanno «osato» affrontare dei problemi che il pensiero unico dominante riteneva irrisolvibili, proponendo soluzioni semplici. «Orrore e vilipendio!, non resistono soluzioni semplici per problemi complicati» – dicono dei sedicenti intellettuali che, qualora venissero smentiti, si troverebbero a mal partito perché, la maggior parte delle volte, a complicare il problema sono stati proprio loro.

Ma chi sono poi questi «intellettuali»? Si tratta di una casta che spesso confonde una formazione universitaria con l’intelligenza, e si ritiene quindi legittimata a sparare cazzate, camuffate da teorie supportate da pseudo-studi i cui risultati sono quelli commissionati da chi li finanzia – politica, media, ONG, eccetera. E quest’ultimi erano riusciti finora – e purtroppo riescono tuttora – a far passare per dogmi assoluti quelli che invece sono i loro obiettivi di potere o interessi finanziari, vedi misure anti-Covid, inquinamento atmosferico, cambiamento climatico dovuto all’uomo, e altre amenità del genere. Ma ora arriva Trump e ne manda parecchi, se non tutti, a quel paese. Leggo nella NZZ: «Trump non ha competenze e azioni razionali. Ritiene che il suo istinto sia in gran parte infallibile e nutre una profonda sfiducia negli esperti che, per lui, insieme alla burocrazia, rappresentano lo “stato profondo”». Io non credo che si ritenga infallibile – lo dimostrano le altalenanti decisioni sui dazi, una volta su, una volta giù, li applico, non li applico… Chi gli fa cambiare idea? Io credo che anche lui faccia capo a degli «esperti», ma a quelli che fondamentalmente la pensano come lui, ossia che spesso le soluzioni più semplici sono atte a risolvere dei problemi anche complicati. Ma, grazie a Trump, sempre più spesso il mito dell’infallibilità della casta di intellettuali «mainstream» viene sfatato. Come gli abiti nuovi dell’imperatore di Andersen, rivelano la loro inconsistenza e il re è nudo.

Tavolo di sasso a Bellinzona o scrivania dello studio ovale a Washington?

L’obiettivo che Bignasca dichiarava alla sua discesa in politica era quello di «bütaa pa l’aria ul tavolin da sass», buttare in aria il tavolino di sasso, termine con il quale definiva spregiativamente il potere fin lì esercitato da un «establishment» intoccabile formato da PLR, PPD e PS. Per analogia, credo che l’immagine si possa traslare su Donald Trump che, è indubbio, qualche metaforico scossone alla scrivania dello studio ovale della Casa bianca – inteso come «establishment» politicamente corretto della classe politica americana – l’ha dato. C’è da sperare che – dopo una brutta parentesi nella quale le smanie ideologiche rosso-verdi-LGBTQ+XYZ hanno prevalso – questo ritorno a un moderato conservatorismo abbia a prendere di nuovo il sopravvento. A differenza di quello di Bignasca, circoscritto al Ticino, l’impatto della politica del presidente degli Stati uniti influenza quella di tutte le nazioni del pianeta. E chissà che quest’ultime siano incoraggiate a seguirne l’esempio?

Unico problema a questo punto: come sarà il dopo-Trump?

Non pretendo che il mio parere sia ampiamente condiviso ma, per quel che vale, la mia opinione su questo primo periodo del mandato di Donald Trump è abbastanza positiva. Come Bignasca, non è certo privo di difetti ma, nell’insieme, il bilancio costi/benefici è a suo favore. Non ultimo, sta mantenendo parecchie delle promesse fatte in campagna elettorale, il che è particolarmente apprezzato dal suo elettorato, e anche da qualche oppositore che ha dovuto rimangiarsi il suo scetticismo sulla possibilità che ciò avvenisse. Io spero che continui su questa strada per tutta la durata del suo mandato. Purtroppo, però, il XXII° emendamento della Costituzione americana impedisce l’elezione del presidente per più di due legislature. E dubito che Trump riuscirà a finire il lavoro nei tre anni e mezzo che gli restano. Il «mainstream» sostenuto dai sedicenti esperti e dai media condiscendenti è ancora fortissimo e sicuramente tornerà alla carica al più tardi nel 2028.

Sarebbe bello se Trump e il Partito repubblicano approfittassero di questo lasso di tempo per preparare un «erede» fidato che dia continuità all’attuale politica americana.

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