Un dubbio razzolare nulla toglie al valore della predica

Mar 21 • L'editoriale • 2368 Views • Commenti disabilitati su Un dubbio razzolare nulla toglie al valore della predica

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

Io non vado a “fare la spesa” in Italia, essendo la mia un’economia domestica a componente unica, il mio reddito mi permette di campare decentemente acquistando il necessario in Svizzera. Ciò nonostante, una volta alla settimana vado a Ponte Tresa (Italia) a comperare giornali, riviste, libri e DVD. Perché? Semplice, oltre ad avere una scelta molto maggiore nel campo dell’editoria, quest’ultima è un ramo nel quale spesso e volentieri l’importazione – specie se monopolistica – permette al rivenditore svizzero di applicare dei prezzi da borsa nera. Potrei anche aggiungere fra i motivi della mia scelta la presenza di un’edicolante particolarmente carina e simpatica o il fatto che deviando leggermente dal tragitto ne approfitto per andare a tirare qualche colpo al poligono di tiro di Madonna del Piano e fare quattro chiacchiere con l’amico Ferruccio che lo gestisce ma, inutile girarci attorno, la ragione principale è il prezzo. Ma non tanto in termini assoluti. Torno a ripetere, tutto sommato potrei permettermi – fortunatamente e finché dura – anche i prezzi applicati in Svizzera, no, quello che non mi va è la fastidiosa impressione di essere sfruttato e preso per i fondelli. Una differenza ragionevole l’accetterei volentieri, giustificherebbe la comodità di acquistare qui senza sorbirmi settimanalmente la perenne coda dalla Piodella a Caslano, ma quando delle riviste del costo di 8 o 10 Euro si pagano il doppio a Lugano, non ci sto più. In Ticino compro gli alimentari, gli abiti, le scarpe o altri articoli sui quali l’importatore e il rivenditore non si dimostrano esosi oltre i limiti della decenza, ma i prodotti editoriali no. Sono per questo incoerente con la mia posizione politica volta a un certo protezionismo del mercato indigeno e della priorità della manodopera residente sul mercato del lavoro? Io non credo proprio.

Eppure, sempre più si incontra in politica un atteggiamento talebano volto a colpevolizzare gli avversari politici o anche solo una certa categoria imprenditoriale, una politica d’intimidazione tramite una caccia alle streghe tendente a sbattere il mostro in prima pagina che però, in realtà, non mira a risolvere il problema bensì solo a tentare di delegittimare chi il problema lo denuncia. Un po’ come pretendere che un Verde sia incoerente perché ha la patente di guida. Non importa se utilizza il veicolo privato due volte l’anno, un ecologista la macchina non la deve usare mai. Fortunatamente per i Verdi, o fra i loro avversari politici non militano talebani, oppure non sono particolarmente portati alla caccia alle streghe. O forse sono semplicemente corretti.

L’apice di questo giornalismo d’infimo livello scandalistico, lo ha raggiunto la settimana scorsa – ma altri l’hanno preceduto nel tempo – Il Caffè, con la sua denuncia dei politici che assumerebbero frontalieri e padroncini, naturalmente prescindendo accuratamente dalle motivazioni a monte di questa scelta, né tantomeno curandosi del fatto che i casi denunciati corrispondessero o no alla realtà.

Qua accanto pubblichiamo una risposta di Alberto Siccardi alle insinuazioni del giornalaio di turno, rammaricandoci nel contempo del fatto che il bersaglio di siffatte denunce si ritenga tenuto a giustificarsi.

Intanto non si dovrebbe dimenticare che l’attuale regime giuridico (nella fattispecie la libera circolazione delle persone) permette, al di là di ogni valutazione etica, di assumere e dare lavoro a chiunque. Noi stiamo combattendo questa legge, perché ci siamo resi conto dei danni che reca alla popolazione indigena ma, fintanto che non l’avremo cambiata ce la dobbiamo tenere. Quindi, tanto di cappello a quegli imprenditori che, come Siccardi in Ticino o Blocher a livello svizzero, pur rendendosi conto di perdere qualche comodità nella procedura d’assunzione nell’ambito della propria azienda, antepongono a questo l’interesse della popolazione e ci danno una mano. Ciò non impedisce loro, del tutto legalmente, di far capo a personale estero quando non riescono a trovarlo in loco o di affidare qualche lavoro a padroncini italiani quando le pretese delle aziende nostrane risultano esageratamente esose. Siccardi accenna al fatto di aver offerto il 25% in più dell’offerente italiano, ricevendone il rifiuto di quello svizzero. Io stesso, qualche anno fa, ho visto un preventivo di un artigiano svizzero per dei lavori di risanamento nella casetta di un conoscente, per l’importo di 25’000 franchi nei quali erano dettagliatamente enumerate voci quali “affilatura delle punte del trapano” o “noleggio carriola”. Questo mio conoscente mi diceva: “Sai, è arrivato l’artigiano italiano, s’è guardato in giro, ha valutato approssimativamente i lavori da fare e mi ha detto: Le vanno bene 10’000 Euro?”. E, non essendo un milionario, si era poi rivolto al padroncino in questione. Questo per dire che, a volte, anche i nostri artigiani contribuiscono a far sì che ci si rivolga all’estero per dei lavori a breve termine, prescindendo da qualsiasi apprezzamento sulla qualità del lavoro. Ma, appunto, la legge lo permette e quindi giusta è la battaglia per modificare queste condizioni giuridiche in modo tale da impedire questa concorrenza sleale, ma senza per questo essere obbligatoriamente accusati d’incoerenza quando, per motivi peraltro giustificati, a questa legge si fa capo.

Intendiamoci, non c’è nulla di male – fa parte del gioco politico – attirare di tanto in tanto l’attenzione sull’incoerenza di un avversario che predica bene e razzola male. Ma il sistematico uso (e abuso) di questo strumento denota finalmente solo una totale mancanza di argomenti validi.

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