Splendida «Gioconda» al Teatro Sociale di Como

Nov 18 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 32 Views • Commenti disabilitati su Splendida «Gioconda» al Teatro Sociale di Como

Spazio musicale

«La Gioconda» di Ponchielli è un’opera della quale è facile parlar male. Il libretto narra una vicenda complicata, colma di tradimenti, inganni ed efferatezze che nascono da una catena di amori contrastati: Barnaba ama Gioconda, che però lo disprezza, Gioconda ama Enzo, Enzo ricambia ma solo come ripiego dopo aver perso Laura e si infiamma di nuovo per questa non appena la rivede, Laura tuttavia nel frattempo è andata sposa ad Alvise. Ne derivano, nella ridda di crudeltà e orrori, una lunghezza eccessiva e una atmosfera continuamente fosca.

L’impresa di mettere in musica un dramma del genere, scritto da Arrigo Boito celato sotto il nome Tobia Gorrio, poteva sembrare un atto di follia. Eppure il compositore, benché non ne fosse per nulla entusiasta, seppe svolgere il suo compito molto onorevolmente. L’aspetto positivo che si impone subito all’attenzione consiste nella varietà e nella intensità espressiva delle melodie. Ponchielli ne ha fatto un uso intelligente, collegandole strettamente agli sviluppi della vicenda. Prendiamo il canto della Cieca, la madre di Gioconda, quando dona un Santo Rosario a Laura dopo che questa l’ha salvata dalle trame di Barnaba e dal rischio di un linciaggio: è una musica colma di fede, affetto e gratitudine, destinata a svolgere una parte importante nell’opera. È stata anticipata nel preludio e ricomparirà più volte in episodi fondamentali, svolgendo quasi una funzione di motivo conduttore. Elogiate le melodie possiamo spostare il discorso sulla ricchezza timbrica e armonica del tessuto orchestrale. Ad esempio, non c’è momento in cui Barnaba concepisce una perfidia senza che lo strumentale ne dia conto con passaggi brevissimi, a basso volume, quasi semplici accenni, ma efficacissimi nel rivelare anche sul piano musicale le sinistre intenzioni che serpeggiano nella mente del personaggio. Ponchielli poi attinge grandezza quando voce e orchestra si alleano nella definizione psicologica e drammatica di una scena. Qui il pensiero corre al punto in cui la protagonista medita il suicidio. Nell’«andante» con il quale inizia il quarto atto gli strumenti provvedono a farci conoscere ciò che si muove nell’animo della donna: accordi dei corni, brevi scariche dei timpani, qualche pizzicato negli archi bassi, il tutto in «pianissimo», seguito però da una discesa in «fortissimo» degli archi alti, in una manifestazione improvvisa di empito e risolutezza. Il contrasto dinamico si ripete e, dopo l’incontro di Gioconda con i cantori, esplode nell’esclamazione della donna: «Suicidio!».

A Como, stranamente, «La Gioconda» non era mai stata rappresentata e bisogna dire che il Teatro Sociale, con l’allestimento andato in scena il 10 novembre, si è fatto perdonare la negligenza del passato. Rebeka Lokar, una valida e attenta protagonista, è stata circondata da una compagnia di canto di primo ordine. Comincio da Barnaba, il losco maligno della vicenda, cui il baritono Angelo Veccia ha dato vita in modo magistrale, tanto sul piano vocale quanto su quello interpretativo (del resto, conoscendo il valore del cantante mostrato in diverse precedenti apparizioni a Como, non mi sarei aspettato altro). Teresa Romano è stata una Laura perfetta: voce bella e limpida, leggermente brunita, a suo agio tanto nell’ottava bassa quando negli acuti. Toccante e commossa la preghiera «Stella del marinar!». Una prestazione molto positiva ha dato il tenore Angelo Villari, dotato di mezzi solidi ed estesi che gli permettono di affrontare sia parti liriche sia parti drammatiche. Molto lungo l’applauso dopo l’aria del secondo atto. Le vere contralto si sono fatte rare nel mondo del melodramma: Agostina Smimmero è una di queste. Ha talento interpretativo e le risorse vocali giuste per caratterizzare la Cieca. Degna di ampio consenso la fredda determinazione del basso Simon Lim nei panni di Alvise. Eccellente sotto ogni aspetto è stata la direzione di Francesco Ommassini (quanto diversa da quella, mediocre e scialba, di Frédéric Chaslin per «La Gioconda» scaligera del giugno scorso sulla quale avevo riferito per «Il Paese»). Aveva ai suoi ordini gli ottimi Orchestra e coro della Fondazione Arena di Verona (il coro istruito da Ulisse Trabacchin) e il bravissimo Coro di voci bianche A.LI.VE (istruito da Paolo Facincani).

Le scene di Filippo Tonon sono consistite in elementi architettonici evocanti Venezia, in parte spostabili secondo le esigenze dell’azione. La regia, anch’essa del Tonon, ha mosso cantanti, coro e comparse con mano molto felice. Ci sono stati quadri assai belli grazie all’alto numero di coristi e comparse.

Una recensione sulla «Gioconda» non può ignorare la «Danza delle ore»: su una esecuzione musicale assolutamente ammirevole per finezza ed eleganza si è apprezzata la coreografia originale e interessante di Valerio Longo, sostanzialmente tradizionale e comprendente varie pose e passi accademici, però arricchita da un intensissimo lavoro di braccia e largo impiego di gambe alte. Con ciò il balletto ha perso in parte la funzione di una pausa riposante tra tante crudeltà e strazi, tuttavia, acquisendo toni inquietanti e perfino tormentati, come se alludesse al fatto che contemporaneamente, in un’altra sala, si stava consumando una vendetta e un tentato omicidio. Assai brave le ballerine, ma il programma si limita a dire «Danzatrici del Balletto di Roma».

In articoli precedenti mi è capitato di parlare della «Gioconda» come di un «quasi capolavoro». Dopo aver ascoltato la versione allestita questo mese a Como, che grazie soprattutto all’impeccabile e intensa direzione dell’Ommassini è risultata davvero memorabile, sarei tentato di togliere il «quasi».

Pubblico numeroso, ma non da esaurito, e applausi intensi, ma non quanto lo spettacolo avrebbe meritato, forse anche a causa dell’ora tarda (durata quattro ore, compresi due intervalli relativamente brevi).

 

Carlo Rezzonico

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