Sono davvero andati i bei tempi? Maledetta «inclusione»

Giu 14 • L'editoriale, Prima Pagina • 58 Views • Commenti disabilitati su Sono davvero andati i bei tempi? Maledetta «inclusione»

Eros N. Mellini

Sono nato e cresciuto con dei valori e delle regole che la società imponeva, senza farsi eccessivi patemi d’animo se la loro non ottemperanza ponesse dei problemi di «esclusione». Che poi, esclusione non era, dato che un posto nella società l’avevano tutti anche se, ovviamente al livello che si meritavano per capacità e impegno. Capitava così che uno fosse bocciato e dovesse ripetere la classe mentre l’altro, più dotato, tirava diritto per la sua strada fino e oltre l’università. Per i primi – e anche per coloro che non intendevano comunque continuare gli studi – dopo le elementari, c’erano la «scuola maggiore», rispettivamente un anno di «avviamento professionale» che, oltre ad avviarli verso professioni artigianali di tutto rispetto (falegnami, meccanici, muratori, elettricisti, eccetera, non avevano e non hanno nulla da invidiare ai laureati sfornati dalle nostre università), avevano il grande pregio di essere gratuiti.

Per i secondi – e per coloro che, pur avendo dei risultati «così, così», avevano dei genitori che ci speravano ancora – c’era il «ginnasio», rigorosamente a pagamento, che li preparava più adeguatamente al liceo e, successivamente, alla maturità che avrebbe loro dischiuso le porte degli studi accademici.

In altre parole, alla laurea arrivavano i più meritevoli – qualche volta anche i più dotati finanziariamente, ma non era la regola – ma gli altri trovavano comunque la loro legittima posizione in una società che apprezzava qualsiasi lavoratore, fosse esso del settore primario, secondario o terziario.

Personalmente, a 15 anni mia madre mi pose di fronte alla scelta: «se vuoi continuare gli studi, io e i tuoi fratelli faremo tutti i sacrifici necessari ma, a tua volta, devi promettere di impegnarti a fondo». E siccome io «col cacchio» che avevo l’intenzione di impegnarmi a fondo, scelsi la strada del tirocinio quale «laborant chimico», conscio peraltro che la mia scelta di quindicenne non sarebbe stata per la vita ma mi avrebbe fornito un diploma, un pezzo di carta che mi avrebbe permesso in qualsiasi momento di intraprendere un’attività professionale in un settore che mi piaceva. E non ebbi alcun motivo per sentirmi frustrato o, come è tanto di moda oggi, escluso.

Ma il benessere del dopoguerra – e l’assurda pretesa di ogni famiglia di avere in casa almeno un medico o un avvocato o un ingegnere, a prescindere dai limiti intellettuali dimostrati dalla progenie fin dalle scuole elementari – portò al sovraffollamento degli istituti universitari, per adire più facilmente ai quali si abbassarono progressivamente le asticelle a tutti i livelli scolastici: passaggio alla classe superiore nonostante delle bocciature, esami (quand’anche ancora ci fossero) edulcorati e alla portata di tutti, livellamento verso il basso dell’insegnamento per non «escludere» nessuno. L’accesso incondizionato della massa agli studi superiori poi, fu a mio avviso quello che diede il via ai moti studenteschi e alle rivendicazioni del ’68, secondo me causa principale del degrado scolastico, ma anche sociale, cui stiamo assistendo oggi. È inevitabile, l’accesso delle masse alle attività fino a lì riservate a una certa, spesso autoproclamata, élite fa sì che quest’ultima non sia più tale. L’«inclusione» degli uni comporta l’«esclusione» degli altri, o quantomeno il loro appiattimento che, se giusto (forse) dal punto di vista etico, non necessariamente costituisce un miglioramento.

Porto un esempio, ancora una volta, che ho vissuto personalmente e che conosco bene: il tennis. Quando alla morte di mio padre, negli anni ‘50, approdai al Tennis Club Locarno per racimolare qualche soldo facendo il raccattapalle, il tennis era uno sport d’élite, riservato a benestanti un po’ snob che arrivavano addirittura a parlare francese perché faceva «chic». Tenuta rigorosamente bianca, comportamento «sportingly correct» (la smorzata era considerata alla pari di un colpo basso nel pugilato, fare versacci era addirittura punito dalle regole della Federazione internazionale) sia da parte dei giocatori sia da parte del pubblico. Quest’ultimo assisteva in assoluto silenzio esprimendo il proprio gradimento con un applauso a punto terminato. Poi, a un certo momento, l’azienda elettrica OFIMA fece al comitato una proposta allettante: avrebbe installato l’illuminazione di due campi gratuitamente, contro la possibilità per i suoi impiegati di usufruire delle infrastrutture diventando soci del club a tutti gli effetti. Fu la fine dell’élite, dello «sportingly correct», del pubblico silenzioso. Al club arrivò una massa di persone che, fino ad allora, avevano svolto la loro attività sportiva in prevalenza nel calcio, che non era decisamente uno sport d’élite. E il linguaggio popolare, per non dire sguaiato, prese il posto del francese, «rubare» il punto all’avversario gridando spudoratamente «out» mentre la pallina aveva palesemente toccato la riga, non divenne la regola ma non fu comunque più un tabù, il pubblico si fece vociante anche durante gli scambi disturbando i giocatori. Più tardi, si perse anche la tenuta bianca, con linee di marca in colori pastello come FILA o ELLESSE, ma anche con gente che indossava liberamente indumenti che con la «tenuta» tennistica non avevano niente a che fare. E anche a livello agonistico internazionale, c’è stata una notevole evoluzione (o involuzione?). Giocatori e giocatrici che cacciano urla disumane a ogni colpo di palla, pubblico urlante che l’arbitro cerca, spesso con scarsi risultati, di riportare al silenzio prima della ripresa del gioco («S’il vous plait!» abbiamo sentito ripetere mille volte al Roland Garros), fischi e tifo unilaterale che spesso ricevono come risposta dal giocatore il dito medio alzato, eccetera.  È stata un bene la popolarizzazione del tennis nel senso dell’«inclusione»?

Ovviamente, come anche per ciò che riguarda la scuola, dipende dal lato da cui si guarda: per lo sfigato cui risultano ostici gli esami, rispettivamente per la massa che si è vista permettere l’accesso a uno sport fino a lì precluso, indubbiamente sì, l’«inclusione» è stata ed è un fattore positivo.

Ma per chi si vede frenare la sua formazione per attendere quelli (e sono tanti) che non devono rimanere esclusi, no, l’«inclusione» non è un bene.

E nemmeno per quelli che, come me, hanno vissuto il tennis «d’antans» con il suo francese, appunto, con la sua tenuta bianca e il suo «sportingly correct». Per noi, quelli rimangono ormai i bei tempi andati.

Eros n. Mellini

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