Orchestra della Svizzera italiana all’Auditorio

Feb 21 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 275 Views • Commenti disabilitati su Orchestra della Svizzera italiana all’Auditorio

Spazio musicale

Accanto al concerto per pianoforte e orchestra in re maggiore di Haydn la serata del 30 gennaio all’Auditorio di Lugano Besso ha fatto ascoltare due lavori raramente eseguiti, uno di un grande compositore, il quintetto per pianoforte, oboe, clarinetto corno e fagotto di Mozart, l’altro di un musicista dimenticato, la sinfonia op. 36 di Vranicky. Anche questa volta dunque i Concerti dell’Auditorio si sono distinti con programmi inusuali e quindi particolarmente interessanti anche per chi frequenta regolarmente manifestazioni di musica sinfonica e da camera.

Il quintetto in questione possiede i meriti ricorrenti in gran parte della produzione mozartiana: semplicità e bellezza dei motivi, flusso continuo di idee valide, scioltezza del discorso, trasparenza, equilibrio. In più però, questa volta, le risorse timbriche dei quattro strumenti associati al pianoforte e le sonorità speciali che il compositore ha saputo ricavarne. È assai pregevole il motivo del “largo” iniziale, portato dal pianoforte tra accordi scanditi da altri strumenti, e non meno ammirevole quello che apre il “larghetto”, dove oboe e fagotto procedono parallelamente a decime e introducono un tempo di tranquilla espressione lirica, tuttavia con qualche ombra che, di quando in quando, senza creare contrasti marcati, oscura momentaneamente l’atmosfera. Piace, per concludere, il tema dell’”allegretto”, ben profilato ma non privo di garbo. L’esecuzione, effettuata da Maxim Emelyanychev (pianoforte), Federico Cicoria (oboe), Paolo Beltramini (clarinetto), Zora Slokar (corno) e Mathieu Brunet (fagotto), si è svolta in uno spirito rigorosamente cameristico, nel quale nessuno strumento ha prevaricato sugli altri. Per quanto riguarda l’espressione si è data la preferenza agli aspetti intimi. Ammirevole è stata l’ottima fusione dei timbri. Tuttavia, un tantino di evidenza in più accordata al pianoforte e qualche spunto di maggior vivacità avrebbero potuto, senza intaccare lo spirito cameristico nè la fusione, rendere ancora più gradevole l’ascolto.

Veniamo al secondo numero in programma. Chi consulta il catalogo della produzione di Haydn e vede i lunghissimi elenchi di composizioni in molti generi resta sorpreso costatando quanto sia esigua la serie dei concerti per clavicembalo o fortepiano e orchestra. Solo una decina, a fronte di oltre cento sinfonie. Se poi cerca i giudizi espressi su di loro scopre che non hanno goduto di molta fortuna presso la critica. Oggi si tende però a cambiare tono e il concerto in re maggiore, l’ultimo della serie, scritto probabilmente nel 1782, riscuote attenzione sia presso gli interpreti sia presso il pubblico. A ragione, perché i valori non mancano. Indico ad esempio l’originalità e l’intensità espressiva dell’”un poco adagio”, che è dominato da una riflessione inquieta, uno smarrimento, e sembra un seguito di punti interrogativi. Maxim Emelyanychev, che ha interpretato la parte solistica e in più ha svolto la funzione di direttore, è una singolare combinazione di estrosità, sensibilità finissima e mani prodigiose. Si è distinto per una esecuzione sciolta, fluida, ricchissima di colori e sfumature, in quello che potrebbe essere definito un affascinante eloquio musicale. Impeccabile l’accompagnamento dell’Orchestra della Svizzera italiana.

Probabilmente la sinfonia op. 36 di Pavel Vranicky, posta a conclusione della serata, era sconosciuta alla maggior parte degli ascoltatori. Il primo tempo comincia a piena orchestra e aspira al grandioso. Segue una sinuosa e gradevole melodia, presto investita da un altro passaggio magniloquente. L’episodio successivo, che è vivace e frizzante, un poco birichino, viene pure travolto dall’impeto dei “tutti”. Il gioco continua con alternanze analoghe. Il Vranicky si rivela un compositore volitivo, energico, di buon mestiere, capace di manovrare l’orchestra con mano esperta, ma incline anche a prediligere le esplosioni strumentali, con qualche caduta nel fragore. L’”allegretto”, che prende avvio in modo elegante, grazioso e piacevole, anche se alquanto manierato, indulge di nuovo nell’avvicendamento di momenti tranquilli e momenti a grande volume. La sua intonazione gioiosa continua nel tempo successivo mentre il quarto abbandona lo schema consueto: a una pacata e nobile introduzione dei fiati fa seguire, dopo uno scatto improvviso, diversi episodi, a volte spensierati, a volte lussureggianti e trionfali. In conclusione: una sinfonia ben costruita, in larga parte esuberante e complessivamente abbastanza convincente.  Purtroppo, la direzione dell’Emelyanychev non ha fatto piena giustizia ai suoi valori. Lo scintillio e la varietà di accenti che caratterizzano parecchi episodi sono emersi scarsamente.

Il pubblico, molto numeroso anche se questa volta non ha esaurito la sala, ha festeggiato con applausi calorosissimi l’Emelyanychev dopo il concerto di Haydn; un po’ meno vibranti sono stati i consensi al termine della sinfonia di Vranicky.

Musica nel Mendrisiotto

Un concerto assai gradevole ha offerto Musica nel Mendrisiotto la mattina del 2 febbraio nella sua sala accanto al Museo d’arte di Mendrisio. La pianista Diana Nocchiero si è cimentata con diversi brani di Debussy (“La cathédrale engloutie”, “Le vent dans la plaine”, “La sérénade interrompue” e “La puerta del vino”). In lei ho trovato particolarmente degne di rilievo la tecnica impeccabile e la chiarezza dei contorni musicali unitamente alla capacità di creare le atmosfere, i riflessi e la fluidità che caratterizzano le opere del compositore. Dal canto suo la soprano Veronica Cardullo ha eseguito due lieder di Schubert, tra i più belli e famosi. Ho molto apprezzato questa parte del programma poiché considero la produzione liederistica uno dei raggiungimenti più notevoli della storia della musica, non solo per gli eccellenti risultati artistici, ma anche per il loro alto valore civile. Su questo punto noto che i lieder costituiscono attente e sentite esplorazioni dell’animo umano in tutte le sue sfaccettature, lontane dalle passioni sfrenate e dalla sensualità in cui sarebbe sfociato più tardi il romanticismo e lontane, soprattutto, da certe espressioni sguaiate di moda nei nostri tempi. La Cardullo, che possiede una voce bella e ampia, ha dato dei due lavori schubertiani una interpretazione ammirevole. La Nocchiero, in funzione di accompagnatrice, si è fatta notare ancora una volta per la limpidità tecnica e la fine sensibilità. Hanno integrato il concerto alcune arie pucciniane, nelle quali la soprano ha potuto esibire nuovamente il bel timbro e la flessibilità dei suoi mezzi, e alcuni pezzi di Mascagni, Fauré e Poulenc.

Carlo Rezzonico

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