L’oasi felice UE

Nov 18 • L'opinione, Prima Pagina • 56 Views • Commenti disabilitati su L’oasi felice UE

Dr. Francesco Mendolia

Ho raccolto queste notizie il giorno 08/11/2022. Il giorno 08/11/2011 un asteroide ha sfiorato la terra a 324 chilometri di distanza.

Il piano della Commissione europea per tenere sotto controllo il mercato del gas

La Commissione europea ha presentato un nuovo piano per far fronte alla crisi energetica che ha colpito il continente dall’inizio della guerra in Ucraina. È da mesi che i paesi membri stanno negoziando soluzioni comuni per far fronte ai rincari del gas, ma le diverse sensibilità sulla politica energetica non consentivano di arrivare a un accordo. Togliendo gli elementi più controversi, la Commissione spera di riuscire ad arrivare a un’approvazione. I progressi in sede europea non sono mai dirompenti, ma sono il frutto di piccoli successi marginali nelle negoziazioni, che in questo caso stanno durando da marzo. Il piano contiene meccanismi di acquisti comuni di gas, così da sfruttare una maggiore capacità negoziale per ottenere prezzi più bassi, di solidarietà nelle forniture, nel caso in cui alcuni stati membri si trovino a far fronte a un’improvvisa mancanza della materia prima, e infine un nuovo meccanismo per la determinazione del prezzo del gas. Non si tratta di un tetto al prezzo del gas, il cosiddetto «price cap» su cui si discute da mesi senza trovare un accordo. Il provvedimento, che riprende molte idee già discusse dai capi di Stato e di governo al Consiglio europeo informale di Praga, sarà poi discusso a livello politico durante il Consiglio europeo del 20 e 21 ottobre. Il progetto prevede l’introduzione di un nuovo meccanismo di riferimento per stabilire il prezzo del gas, diverso dal prezzo che si definisce sul Title Transfer Facility (TTF), il mercato energetico di Amsterdam, che in questi mesi ha mostrato molti problemi. Ci lavorerà l’ACER, l’Agenzia europea per la cooperazione fra i regolatori nazionali dell’energia, che consegnerà un modello entro marzo 2023. Nel frattempo, la Commissione suggerisce di affrontare l’emergenza con un limite al prezzo dinamico, una misura temporanea e di ultima istanza, da attivare se i prezzi dovessero andare di nuovo fuori controllo. Nella conferenza stampa tenuta a Strasburgo, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha ricordato come il TTF non sia più rappresentativo del mercato energetico europeo, perché è stato pensato quando le forniture avvenivano perlopiù tramite gasdotto, mentre ora sono notevolmente aumentate le forniture via nave di gas naturale liquefatto (quello che poi ha bisogno dei rigassificatori, per intenderci).

(Post Konrad novembre 2022)

Chi sono «i mercati»

Da quando il governo italiano ha annunciato che prevede con la prossima legge di bilancio di spendere molti più soldi di quelli che incassa, si è tornati a parlare con una certa insistenza dei cosiddetti «mercati»: perché quei soldi andranno presi in prestito – fare deficit, si dice in gergo – e il modo che gli Stati usano per avere dei soldi in prestito è vendere titoli, promettendo agli acquirenti di rimborsarli con gli interessi dopo un certo tempo. La grandezza di quegli interessi è determinata da quanto sia facile trovare acquirenti per i titoli: per vendere un investimento percepito come rischioso bisognerà promettere interessi più alti, mentre titoli sicuri vengono venduti con interessi più bassi. Se gli interessi crescono molto – e sale quindi il cosiddetto spread – ottenere quei soldi in prestito diventa molto costoso: perché alla scadenza dei titoli bisognerà pagare interessi altissimi.

Chi sono, quindi, questi «mercati»? Come abbiamo visto, sono persone, enti e società che decidono liberamente di finanziare l’Italia prestando i loro soldi tramite l’acquisto di titoli di Stato. Per sottrarsi al loro presunto giogo, quindi, teoricamente basterebbe smettere di chiedere soldi in prestito, o chiederne di meno invece che di più. Più nel dettaglio, i «mercati» sono banche, fondi comuni, fondi pensione, assicurazioni, fondi specializzati in obbligazioni; ma anche semplici cittadini che hanno acquistato dei titoli di Stato, anche se questi soggetti sono meno degli altri: i privati cittadini possiedono circa il 6 per cento dei circa 2 mila miliardi di euro del debito pubblico italiano. Arriviamo quindi alla questione centrale, che è proprio il debito pubblico: l’Italia ha preso già tantissimi soldi in prestito, e paga già tantissimi soldi ogni anno in interessi, quindi la decisione del governo di indebitarsi ancora di più, e venir meno agli impegni sulla riduzione del debito, ha portato i «mercati» a chiedere un tasso di interesse più alto, in nome del rischio più alto che percepiscono (il rischio è principalmente quello che l’Italia non possa ripagare i suoi investitori). Ci sono due fasi in cui questi investitori, i «mercati», contribuiscono a determinare l’interesse pagato dallo Stato italiano. Il primo è nel corso delle aste del ministero dell’Economia, a cui partecipano un numero selezionato di operatori specializzati: questo è il cosiddetto mercato primario, in cui il governo vende i titoli di Stato direttamente agli investitori. Le aste si verificano a scadenze prefissate, in genere una volta alla settimana. Il mercato secondario è quello dove gli investitori si scambiano tra di loro i titoli collocati dal governo. È qui che si formano i rendimenti e gli spread che vediamo cambiare tutti i giorni e che dipendono essenzialmente dal prezzo al quale i vari operatori di mercato vendono o acquistano i titoli di Stato. Se molti vendono contemporaneamente, il prezzo dei titoli cala e il rendimento sale; se molti comprano, il prezzo aumenta e i rendimenti scendono. Quando lo Stato colloca i suoi titoli sul mercato primario deve tenere conto dei rendimenti che hanno nel mercato secondario, e in genere i valori del primo si avvicinano rapidamente a quelli del secondo.

Come abbiamo visto, a operare in questi mercati sono soprattutto istituzioni finanziarie. Quasi metà dell’intero debito pubblico è di proprietà di banche e assicurazioni, soprattutto italiane, come Unicredit, Intesa Sanpaolo e Assicurazioni Generali (ma quasi tutte le banche e le assicurazioni italiane hanno i portafogli pieni di titoli di stato). Un altro 30 per cento è detenuto da istituzioni finanziarie straniere (di cui solo il 5 per cento ha sede fuori dall’Europa, principalmente negli Stati Uniti e in Giappone). Il restante 16 per cento del debito pubblico è in mano alla Banca d’Italia ed è il risultato dei vari programmi di acquisti da parte della Banca Centrale Europea.

È un settore che ha quindi qualche centinaio di operatori principali, tra cui sono poche decine quelli che dettano agli altri linea. Per aver un’idea delle grandezze di cui stiamo parlando, l’Italia mette alla asta sul mercato primario tra i 20 e i 30 miliardi di euro di titoli di Stato al mese, mentre nel corso del 2017 sul mercato secondario si scambiavano titoli di Stato per un valore di circa 100 miliardi al mese e di circa 5 miliardi al giorno. Nel corso dell’estate questi valori si sono abbassati: a giugno si scambiavano giornalmente meno di 3 miliardi di euro di titoli di stato (di fronte a questi volumi gli acquisti della BCE sono relativamente ridotti: 3,5 miliardi di euro di titoli acquistati sul mercato secondario ogni mese).

Questo significa che anche se gran parte del debito italiano è detenuto da istituzioni italiane che non hanno nessuna intenzione di venderlo, bastano vendite relativamente esigue dagli operatori internazionali per determinare un’impennata dei rendimenti. «Ipotizziamo che io mi trovi ad operare in un contesto in cui il 90 per cento dei titoli di Stato è chiuso in una cassaforte e non si può toccare», spiega Mario Seminerio, analista finanziario e autore del blog Phastidio: «Anche vendendo solo l’1 per cento dei titoli rimanenti, se non ci sono compratori posso ugualmente distruggere i prezzi».

Questo è quello che è accaduto nel corso dell’estate quando lo spread ha subito un’impennata a causa delle massicce vendite operate dagli stranieri, vendite alle quali le banche italiane hanno potuto fare fronte solo parzialmente. A scatenare le vendite furono le trattative per formare un governo tra Lega e Movimento 5 Stelle, che avevano fatto intravedere il timore concreto che il governo puntasse all’uscita dall’euro, un evento che per gli investitori significherebbe la perdita completa o quasi dei loro prestiti all’Italia. Il timore di uno scenario del genere ha quindi spinto chi aveva comprato titoli di stato italiano a venderli, per evitare danni maggiori; è quello che sta accadendo di nuovo in questi giorni.

 

(ilpost.it/2018/10/25)

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