L’oasi felice UE

Lug 9 • L'opinione, Prima Pagina • 154 Views • Commenti disabilitati su L’oasi felice UE

Dr. Francesco Mendolia

Ho terminato di raccogliere queste notizie il 30 giugno 2021. Il 30 giugno 1984 è coniato in Gran Bretagna l’ultimo shilling.

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Xavier Bettel primo ministro Lussemburghese e Viktor Orbán, primo ministro Ungherese

«Ci conosciamo da otto anni, ma questa cosa mi tocca da vicino. Non ho scelto di diventare gay. Lo sono e basta. Ti rispetto, ma per me stai superando una linea rossa». Lo ha detto ieri il primo ministro lussemburghese Xavier Bettel al suo omologo ungherese Viktor Orbán durante un lungo scambio al Consiglio europeo sul rispetto dei diritti della comunità LGBT+ in Ungheria, innescato da una terrificante nuova legge approvata dal Parlamento ungherese che equipara di fatto l’omosessualità alla pedofilia. Succede molto raramente che al Consiglio europeo si scenda su un piano così personale. Anche Orbán è sembrato sorpreso: «mi stanno attaccando da tutte le parti», ha detto ad alcuni collaboratori durante la riunione, secondo il Financial Times. Bettel è l’unico membro apertamente gay del Consiglio europeo ma, a eccezione dei primi ministri di Polonia e Slovenia, tutti hanno condiviso le sue critiche. Il primo ministro olandese Mark Rutte ha invitato l’Ungheria a rispettare i «valori europei» o a lasciare l’Unione. E quando Orbán ha provato a difendersi invitando i leader europei a leggere il testo della legge, Ursula von der Leyen l’ha fatto davanti a tutti, sottolineando i pezzi che paragonano più esplicitamente l’omosessualità alla pedofilia. Ormai da alcuni anni il tema dei diritti della comunità LGBT+ è diventato il più divisivo fra i paesi dell’Europa occidentale e quelli dell’Europa orientale: anche più dell’accoglienza dei migranti e del rispetto dello Stato di diritto, forse perché sempre più sentito dalle giovani generazioni e ormai accettato da quelle più anziane a Ovest, mentre a Est la situazione è rimasta più o meno stagnante. Secondo i risultati di un sondaggio dell’istituto Pew diffuso nel 2018, mentre in Europa occidentale la percentuale di persone favorevoli al matrimonio gay è generalmente superiore al 70 per cento, in posti come l’Ungheria e la Polonia è vicina al 30 per cento, e in altri paesi della regione è ancora più bassa. Omissis

(Il Post Konrad giugno 2021)

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In Europa passa la linea Draghi sui migranti: cosa ha deciso il Consiglio UE.

La notizia politicamente più rilevante per l’Italia è arrivata alla vigilia del vertice. Il fatto stesso che il tema dell’immigrazione sia stato inserito tra i punti all’ordine del giorno del Consiglio europeo ha rappresentato una novità. Di migranti tra i capi di Stato e di governo dell’UE non si parlava dal 2018. Per questo Mario Draghi ha subito cantato vittoria. Anche perché il dibattito è durato poco: le bozze dei documenti emerse nei giorni scorsi, da cui si evinceva un cambio di strategia e di linea da parte italiana, sono state approvate subito. Un passo rilevante per Roma sotto il profilo politico, dietro però si celano anche delle insidie: a partire dal mantenimento delle promesse da parte dei governi UE. Nel documento di dieci pagine che contiene le conclusioni finali del Consiglio europeo, l’immigrazione occupa tre articoli. Sono tre punti su cui i capi di governo comunitari indirizzano il futuro della politica sull’immigrazione. L’articolo 12 è quello che di più interessa il presidente del consiglio italiano Mario Draghi: «Al fine di prevenire la perdita di vite umane e ridurre la pressione sui confini europei – si legge – saranno intensificate partnership e cooperazione vantaggiose con i paesi di origine e di transito, come parte integrante dell’azione esterna dell’Unione europea». Era proprio questo l’obiettivo politico voluto dall’ex governatore della BCE: «Viene sviluppata la dimensione esterna dell’immigrazione – ha dichiarato Draghi – ed è stata una sessione che ci ha visto soddisfatti». Per dimensione esterna si intende proprio l’approccio volto a considerare l’immigrazione come un problema da risolvere in primis esternamente dai propri confini. A livello pratico, vuol dire che per prevenire ulteriori partenze saranno posti sul piatto svariati miliardi di Euro a favore dei paesi di origine dei flussi migratori. Potrebbero essere almeno 8 i miliardi, almeno stando alle indiscrezioni della vigilia. Si tratterebbe di somme da prendere dal fondo europeo per il vicinato, lo sviluppo e la cooperazione internazionale (Ndci). Il tutto all’interno di un piano al quale ha lavorato intensamente lo stesso Mario Draghi nelle sue ultime visite in Spagna e Germania. Nelle conclusioni non c’è traccia invece dei ricollocamenti. Ma questo era ampiamente preventivato: «Il mio obiettivo non era ottenere un accordo sui ricollocamenti – ha dichiarato in conferenza stampa il presidente del consiglio – sarebbe stato prematuro avere un accordo per noi conveniente». Complessivamente «L’Italia è soddisfatta – ha proseguito Draghi – dell’accordo raggiunto in Consiglio UE sul tema dei migranti». Omissis. In ogni modo, sotto il profilo prettamente politico è importante registrare il cambio di marcia. Di immigrazione si è iniziato a parlare, seppur per l’Italia al momento i vantaggi concreti e pratici sono molto limitati. E c’è anche un’altra incognita di cui tener conto, sottolineata anche da Mario Draghi. Quella cioè dell’affidabilità dei partner comunitari: «Naturalmente, vanno messi in atto tutti gli impegni di politica espressi», ha dichiarato il capo dell’esecutivo in conferenza stampa. Un modo per affermare come, dopo il cambio di marcia, adesso a parlare dovranno essere i fatti. E tra il dire e il fare in Europa, c’è di mezzo il Mediterraneo.

(Inside Over giugno 2021 Mauro Indelicato)

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Brexit e UE

Nonostante siano passati da pochi giorni cinque anni esatti dal referendum in cui il Regno unito votò in maggioranza per uscire dall’Unione europea, e che sulla carta l’uscita sia stata completata, l’1 gennaio del 2021, Brexit ha innescato una serie di conseguenze che incideranno ancora a lungo sulla vita dei Britannici: insomma, non è mica finita, come del resto vi abbiamo ricordato più volte in questi anni. Su tutte, l’accordo commerciale trovato fra Regno unito e Unione europea ha permesso di mantenere a zero i dazi per le merci, come quando il Regno unito faceva parte del mercato comune europeo, ma ha comunque aumentato i passaggi burocratici e quindi i costi per gli scambi con i paesi europei (come sa bene, per esempio, chi in questi mesi ha provato a farsi mandare un pacco verso l’Italia). Le maggiori difficoltà hanno provocato un crollo delle esportazioni britanniche versol’Unione europea.Il governo britannico ha stimato che negli ultimi cinque mesi il volume degli scambi con l’Unione europea sia calato del 23 per cento. Già a gennaio, le esportazioni di beni dal Regno unito all’Unione europea erano diminuite del 41 per cento rispetto al dicembre del 2020. L’accordo trovato, peraltro, non è nemmeno completo: su alcuni temi anche molto importanti manca ancora un’intesa. Il New York Times cita per esempio la circolazione dei servizi finanziari, un settore che vale il 7 per cento del PIL britannico (circa 154 miliardi di euro). Altre importanti parti dell’accordo andranno poi quasi certamente rinegoziate nei prossimi anni. A partire dal 2026, per esempio, secondo gli accordi attuali, il governo britannico avrebbe la facoltà di impedire alle navi europee di accedere alle proprie acque: difficilmente però l’Unione europea accetterà una soluzione di questo tipo. Omissis. Al momento il Regno unito è riuscito a stipulare un solo accordo commerciale con un unico altro paese, l’Australia, con cui eliminerà gradualmente i dazi in diversi settori, fra cui quello agricolo (cosa che peraltro ha provocato le proteste delle associazioni di categoria degli agricoltori britannici). L’Australia, però, è dall’altra parte del mondo rispetto al Regno unito, e anche in presenza di un accordo commerciale gli scambi rimarranno sporadici e costosi. Nel 2019, il Regno unito aveva esportato beni e servizi in Australia per un valore di 14 miliardi di euro, mentre le stesse esportazioni nei paesi dell’Unione europea avevano fruttato 343 miliardi di euro. Dal punto di vista sociale e politico, l’uscita dall’Unione europea ha inoltre provocato reazioni che con tutta probabilità matureranno nei prossimi anni. Il governo della Scozia, una regione che nel 2016 votò in massa per rimanere nell’Unione europea, ha già annunciato un nuovo referendum per l’indipendenza dal Regno unito, legando la decisione al fatto che all’epoca del primo referendum il paese faceva ancora parte dell’Unione europea. Ma la situazione è diventata complicata anche in Irlanda del Nord, soprattutto perché alcune parti essenziali dell’accordo su Brexit hanno di fatto allontanato il territorio dal resto del Regno unito. Fra tre anni, i parlamentari nordirlandesi potranno votare a favore o contro alcuni articoli piuttosto innocui dell’accordo commerciale su Brexit: se però dovessero respingerli, sintetizza Politico, Unione europea e Regno unito avrebbero due anni per rinegoziare gli articoli respinti dal parlamento nordirlandese. Col risultato che finirebbero in una situazione che conosciamo bene: uno stallo lungo un anno e undici mesi, e un mese di tensioni per raggiungere un accordo appena prima della scadenza dei termini.

(IL post Konrad giugno 2021)

 

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