La stagione OSI in Auditorio giunta al termine

Feb 19 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 10 Views • Commenti disabilitati su La stagione OSI in Auditorio giunta al termine

Spazio musicale

L’ultimo concerto della serie «Suona e dirigi» (chiamata ufficialmente «Play&Conduct» in omaggio al vezzo di usare parole inglesi anche quando esistono termini italiani perfettamente equivalenti), effettuato come i precedenti senza pubblico ma con diffusione elettronica, ha preso avvio con il concerto per violoncello e orchestra numero 1 in do maggiore di Haydn. È una composizione emersa solo nel 1961 grazie al musicologo ceco Oldrich Pulkert, che ne scoprì una copia manoscritta al Museo nazionale di Praga. Nel suo volume su Haydn, di pubblicazione recente (Zecchini Editore, Varese), il musicologo Alberto Cima, noto anche in Ticino per la sua attività di critico musicale, ne mette a fuoco così le caratteristiche: «È uno dei più pregevoli concerti haydniani per inventiva, grazia, allegria, spirito, serenità e vivacità… Il virtuosismo è rifulgente, ma non si mette mai in primo piano, vi è un naturale equilibrio fra dimostrazione di bravura e interesse puramente musicale, mentre sono evitati quei contrasti accesi e drammatici fra solista e orchestra, che saranno tipici del concerto ottocentesco.» Indubbiamente, ci troviamo in presenza dello Haydn migliore: le idee zampillano incessantemente formando un discorso musicale sciolto, coerente e senza forzature. Il primo tempo attrae subito l’attenzione dell’ascoltatore per festosità, freschezza e luminosità. Qualche accenno di espansione lirica, come nel secondo tema, o qualche leggera increspatura drammatica non intaccano l’intonazione generale del brano. Il «largo» porta una melodia affabile, ariosa e affascinante nella sua semplicità, mentre l’«allegro molto» finale brilla per esuberanza ed energia. Nicolas Altstaedt, nella duplice veste di solista e direttore, si è un poco allontanato da queste peculiarità dell’opera. Nel primo tempo ha smorzato i toni, concedendo attenzione particolare ai passaggi che si prestano a qualche abbandono melodico o a qualche momento lirico. La cadenza, quasi tutta a note appena sfiorate, ha offerto momenti di estrema delicatezza. Assai controllata anche la lettura della melodia principale del secondo tempo. Peraltro, ho trovato assolutamente straordinaria la prestazione dell’Altstaedt e dell’Orchestra della Svizzera italiana nel finale, che pur rimanendo nell’ambito di sonorità relativamente moderate e poco appariscenti, è stato un saettare continuo di avvincenti preziosità.

Un’altra composizione di Haydn, la sinfonia numero 60 in do maggiore, ha occupato la parte conclusiva della serata. Questo lavoro venne eseguito nel 1776 tra un atto e l’altro della commedia «Der Zerstreute» («Il distratto») e ne riprese il nome. Distrazioni però non sono concesse all’ascoltatore. La sinfonia è infatti un turbine di idee musicali giocose, ironiche, burlone e capricciose che non gli lasciano tregua e continuano a rinnovare la sua attenzione o a stuzzicare la sua curiosità. Nella successione dei tempi (sono sei, anche questa una particolarità) si fa notare, staccandosi nettamente dal clima generale, l’«adagio». Qui si profila nei primi violini una melodia arcaicizzante, austera, raccolta come una riflessione religiosa e, sul piano artistico, di affascinante bellezza. Improvvisamente sopraggiunge, magari per ragioni funzionali alla commedia ispiratrice, un intervento dei «tutti» in «forte», con ritmo molto marcato, quasi militare. Dopo l’interruzione, come se fossero rimasti indifferenti di fronte a tanto fragore, i primi violini riemergono e proseguono imperterriti la loro meditazione. Degna di ogni elogio l’esecuzione, la quale ha messo nel giusto rilievo le molte sorprese della sinfonia, anche se a volte mi è sembrato eccessivo, nell’ultimo tempo, il volume dei fiati.

Tra i lavori di Haydn hanno trovato posto le Danze transilvane di Sandor Veress e una composizione intitolata «La joie di vivre» di Wilhelm Killmayer. Sono quattro le danze transilvane. La prima mette in primo piano l’elemento melodico, sviluppato in belle e struggenti volute avvolte da atmosfere musicali suggestive. La seconda invece sposta l’attenzione su ritmi raffinati che iniettano vivacità e vitalità a brevi frammenti melodici. Un sordo e scuro brontolio si fa sentire nella parte iniziale della terza; è seguito però da un risveglio generale che inonda la musica di luce. Con questa luce forse sarebbe stato opportuno chiudere il brano, che invece continua finendo nella prolissità. Tumultuosa, scatenata e trascinante la danza finale. Nel complesso la composizione convince, sia per la ricchezza degli spunti, sia per la varietà, ottenuta conferendo a ogni singolo pezzo aspetti speciali. Eccellente l’esecuzione da parte dell’orchestra e degli strumentisti chiamati in causa per assoli.

La composizione per orchestra da camera «La joie de vivre» del Killmayer era in prima esecuzione svizzera. L’inizio, lamentoso e depresso, con l’aggiunta di alcune note che sembrano gridi di disperazione, si accorda male con l’assunto. Poi però, come rincuorato da un assolo di violino, al quale si aggiungono via via gli altri archi e infine tutta l’orchestra, passa a espressioni gioiose. Entrano in campo gli oboi con una lunga fila di ghirigori. Verso la fine gli archi diventano frementi e minacciosi, in seguito mesti e dolenti. L’ultima parola spetta all’oboe, per un gemito finale. In questo lavoro, che avanza a fatica, ho reperito pochi elementi originali e tali da suscitare interesse. L’ha salvato, per così dire, l’alta qualità dell’interpretazione. Si parla spesso del virtuosismo dei solisti ma in tanti casi, e questo è uno, sarebbe giusto parlare anche di virtuosismo dell’orchestra.

 

Carlo Rezzonico

 

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