Dittatura: perché no, se illuminata?

Mar 5 • L'editoriale, L'opinione, Prima Pagina • 20 Views • Commenti disabilitati su Dittatura: perché no, se illuminata?

Eros N. Mellini

Questo titolo farà rizzare i capelli a ogni Svizzero DOC, abituato fin dalla nascita a un regime nel quale i cittadini co-partecipano alle decisioni politiche andando a votare in un solo anno più di quanto un suddito di qualsiasi altro paese faccia in un’intera vita. Si cita spesso una frase di Winston Churchill: «È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.» Il che implica che, nonostante i suoi molteplici pregi, la democrazia non è scevra da difetti e inconvenienti.

Fra quest’ultimi, uno è a mio avviso particolarmente nefasto: la lentezza della messa in atto delle decisioni prese. Ed è questo che, ultimamente, ha fatto sì che si giungesse anche da noi a una prassi che con la democrazia ha ben poco a che vedere anzi, ne è l’antitesi. E l’antitesi della democrazia è la dittatura, non importa in che modo la si voglia dipingere o giustificare.

Fra i pregi, invece, c’è indubbiamente il deferimento di responsabilità al parlamento, rispettivamente all’intero popolo. In altre parole, nel caso la decisione si riveli una martellata sugli zebedei, il governo ci può dire: «Sorry, ma il martello l’avevate in mano voi!»

Poteri accentrati in caso di crisi

Con il diffondersi della pandemia di coronavirus, si è introdotto un regime d’emergenza che, salvo forse per la comminazione di pene meno drastiche che in tempo di guerra, è paragonabile a una sorta di legge marziale. Da un lato, è giusto che al governo sia data la possibilità di agire con tempismo a situazioni inaspettate. Chiaramente – e qui entra in ballo la rapidità d’esecuzione –  subordinando, per esempio, l’obbligo della mascherina o i lockdown a una decisione del parlamento o addirittura a una votazione popolare, è chiaro anche ai più ottusi che l’efficacia delle misure – ammesso che siano efficaci – ne risulterebbe vanificata.

Una dittatura «illuminata»

Fintanto che questa – speriamo momentanea – dittatura impone misure ragionevoli e in gran parte condivise, non c’è motivo di preoccuparsi. Anzi, finché rimane «illuminata», non mi disturberebbe nemmeno se sostituisse a lungo termine la democrazia, sarebbe una forma di governo addirittura preferibile, per certi versi. I problemi nascono quando le decisioni diventano irragionevoli, eccessivamente penalizzanti e non condivise da ampie fasce della popolazione. Ecco che allora, improvvisamente, ci si accorge che l’illuminazione si è spenta e rimane soltanto la dittatura. Una dittatura da parte di politici incapaci, confusi e terrorizzati di perdere il consenso popolare che ha loro permesso di raggiungere ambiti traguardi personali, e che li ha quindi resi sensibili più alle pressioni della volubile piazza che non ai dettami del buonsenso. Una piazza che, fra l’altro, è stata messa in uno stato di panico isterico proprio dalla mancanza di coerenza e di fermezza nelle loro decisioni. Storicamente, le dittature instaurate in casi di guerra – dall’antico romano Cincinnato ai nostri generali svizzeri – erano derivate dalla necessità di prendere e applicare delle decisioni tempestivamente, senza sottostare alle lungaggini dell’iter politico e all’arbitrio di parlamento e popolo: ma, paradossalmente, oggi ci troviamo di fronte a una dittatura che non osa decidere e, se lo fa, lo fa di volta in volta sulla base di quelli che ritiene essere gli umori popolari del momento.

La dittatura «collegiale», ossia la democrazia nella dittatura

A rendere ancora più confuse le cose, c’è il fatto che, mentre il dittatore per definizione dovrebbe essere uno solo nel bene e nel male, nel caso attuale del nostro paese, è un organo di sette persone. Ovviamente non sempre in sintonia, ma la cui decisione – poi sostenuta collegialmente – è presa a maggioranza. Una sorta democrazia nella dittatura, insomma. E così è facile prendersela – non del tutto a torto – con il responsabile del Dipartimento della sanità pubblica Alain Berset, definendolo dittatore ma, fatta salva la sua indiscutibile influenza sui suoi colleghi in quanto a capo dello specifico dossier, in realtà le decisioni «dittatoriali» sono sostenute da almeno altri tre suoi colleghi.

Errori di valutazione del pericolo pandemico, informazioni contraddittorie, errata gestione dell’approvvigionamento di materiale sanitario e – ora – pare, anche di vaccini, lockdown differenziati per settori a pari rischio di contagio, e molto altro. E a subine le conseguenze di questo cumulo di errori è l’intera popolazione, presente e futura (i danni immensi causati all’economia dovranno essere sopportati anche dalle future generazioni).

Francamente, la mia simpatia per una dittatura  «illuminata» rimane, peccato che in questo caso – come del resto per tutte le dittature a lungo termine – l’illuminazione è venuta a mancare, un vero e proprio blackout.

E allora aveva ragione Winston Churchill con la sua affermazione.

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