La sinistra: un’ideologia basata sull’invidia

Feb 9 • L'editoriale, Prima Pagina • 44 Views • Commenti disabilitati su La sinistra: un’ideologia basata sull’invidia

Eros N. Mellini

Alcune persone vedono l’impresa privata come una tigre feroce da uccidere subito. Altre, invece, come una mucca da mungere. Pochissime la vedono per com’è realmente; un robusto cavallo che, in silenzio, traina un pesante carro. (Winston Churchill)

L’invidia è quel sentimento che nasce nell’istante in cui ci si assume la consapevolezza di essere dei falliti. (Oscar Wilde)

Più invecchio e tanto più mi sorprendo della mancanza di coerenza del pensiero socialista, quantomeno dell’interpretazione che ne danno i suoi odierni esponenti politici. Per dirla con Churchill, mentre il popolino di sinistra guarda all’impresa privata come a una tigre feroce da uccidere subito, i suoi politici hanno ormai adottato la seconda ipotesi, mungendo il più possibile la mucca a vantaggio personale, astutamente celato dietro parole altisonanti come «ridistribuzione della ricchezza». In entrambi i casi, a mio avviso, l’incoerenza è palese: i primi vogliono uccidere la gallina dalle uova d’oro tout court, i secondi vogliono solo portarle via le uova, ambedue però con mezzi che ne ostacolano, ne limitano o addirittura ne alienano la possibilità di deporle. A monte c’è la gallina che, oltre a deporre le uova, se le vede portar via in quantità sempre maggiore da una massa opportunisti la cui gran parte – in particolare i sindacati – per nulla contribuiscono alla produzione avicola.

Capitalismo con un occhio al sociale o assistenzialismo senza riguardi per l’economia?

Personalmente, pur non facendo parte di una categoria abbiente, propendo per la terza ipotesi, e per almeno un paio di motivi: innanzitutto, senza l’impresa privata lo Stato non avrebbe fondi da ridistribuire. Secondo, con il passare degli anni, uno Stato sociale ragionevole che si prende cura dei suoi cittadini meno fortunati (orari di lavoro, previdenza sociale, scuola pubblica, cassa malati, eccetera) ha lasciato il posto a uno Stato assistenziale nel quale ognuno si vede accolta ogni pretesa, anche quelle la cui realizzazione significa solo attingere ai patrimoni dei cosiddetti «ricchi» non solo per adempiere ai doveri essenziali di uno Stato sociale, bensì per soddisfare un ingiustificato sentimento di rivalsa da parte di chi semplicemente invidia i più abbienti e pretende di averne gli stessi benefici senza però fare nulla per meritarseli.

I regali ai «ricchi»?

Ogni volta che c’è un progetto di sgravio fiscale la sinistra insorge: un ulteriore «regalo ai ricchi»! Già, perché chi dovrebbe beneficiare di uno sgravio fiscale? I poveri che già sono esenti da imposte o chi quest’ultime le paga in abbondanza? Che poi, generalmente, gli sgravi fiscali vanno a vantaggio anche di quel ceto medio che, pur non potendo essere considerato «ricco», è abbastanza agiato da non poter ricorrere ad aiuti statali, ma è tartassato da imposte in misura tale che gli rendono a volte la vita più difficile di quella un proletario che lo Stato assistenziale prende sotto la sua ala protettrice.

La 13esima AVS…

Anche in questo caso l’invidia verso chi – a volte per eredità, ma più spesso con sacrifici e sudore – è riuscito ad assicurarsi un certo agio, emerge nella campagna del NO. Posso capire – anche se non giustifico – l’opposizione per motivazioni contabili: non ci sono i soldi, l’AVS è già in rosso, non possiamo appiopparle un ulteriore esborso di 4 o 5 miliardi, eccetera, eccetera. Ma non accetto che mi si dica: bisogna respingerla perché ne usufruirebbero anche i «ricchi» che non ne hanno bisogno. Alla stessa stregua allora, propongo di chiudere le scuole pubbliche, perché ci possono mandare i propri figli anche i «ricchi» che potrebbero pagarsi le scuole private. Sareste d’accordo? E nemmeno accetto la motivazione – anche lei dettata dall’invidia nei confronti di chi ha scelto di stare un po’ meglio andando a passare gli ultimi anni di vita all’estero – secondo cui, con il tasso di cambio favorevole e il minore costo della vita, i beneficiari dell’AVS sarebbero già dei privilegiati. Vorrei qui ricordare che l’AVS non è un ente assistenziale per aiutare chi è in difficoltà, bensì un’assicurazione-vecchiaia le cui rendite sono versate da un fondo alimentato da tutti coloro che hanno lavorato, lavorano e lavoreranno, in ugual misura percentuale. Il che vuol dire che i «ricchi» hanno pagato, pagano e pagheranno molto di più per ricevere le stesse prestazioni. E che dove spendano la rendita – nella fattispecie all’estero – non deve assolutamente influire sulle stesse.

… e la riforma tributaria

Lo scorso 30 gennaio, la RSI informava che «Il comitato costituito da sinistra e sindacati è riuscito a raccogliere le firme necessarie (in totale 8’400) per lanciare il referendum contro la nuova riforma della legge tributaria; un disegno reputato dai referendisti come un regalo per i ricchi da parte del Cantone».

Invece di trattenere e attirare i buoni contribuenti (la riforma prevede un abbassamento dell’aliquota dal 15 al 12% per un imponibile superiore ai 300’000 franchi), si preferisce esasperarli, salvo poi reclamare quando questi scelgono di eleggere a proprio domicilio un paese che ha capito l’antifona e applica condizioni fiscali più attrattive.

Ma forse non c’è da meravigliarsi in un cantone nel quale non è tanto importante che vinca l’Ambrì, quanto che perda il Lugano (e viceversa, ovviamente)!

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