La malafede del nostro parlamento

Ott 15 • L'editoriale, L'opinione, Prima Pagina • 882 Views • Commenti disabilitati su La malafede del nostro parlamento

Eros N. Mellini

Non si può chiamare in altro modo l’atteggiamento della maggioranza delle Camere federali che ha deciso di sbloccare il cosiddetto miliardo di coesione (come se a noi fregasse qualcosa della coesione dell’UE).

Un atto di coraggio durato poco

In un estemporaneo, quanto insolito rigurgito di coraggio, nel dicembre 2019 il parlamento aveva deciso di congelare il pagamento fino a quando l’UE avesse posto fine alle discriminazioni nei confronti della Svizzera (equivalenza borsistica, formazione, ricerca). Il 30 settembre scorso, l’attacco di dissenteria che regolarmente colpisce la Berna federale (UDC esclusa) quando c’è in ballo la benché minima resistenza ai dettami di Bruxelles, ha di nuovo avuto il sopravvento e, benché le discriminazioni di cui sopra siano tuttora in atto, 131 consiglieri nazionali e 30 consiglieri agli Stati hanno dato luce verde al pusillanime sperpero di denaro dei contribuenti.

Nient’altro che un pretesto

Come già in passato, è stato evocato il falso mantra secondo cui la tutt’altro che modica somma sarebbe il prezzo da pagare per garantire alla Svizzera l’accesso al mercato europeo. Come giustamente ha fatto notare il consigliere nazionale UDC Piero Marchesi nel suo intervento nel dibattito parlamentare, una sorta di pizzo di stampo mafioso. Fino a qualche tempo fa, questo prezzo era la sottoscrizione dell’accordo-quadro che ci avrebbe di fatto resi degli esecutori degli ordini di Bruxelles. Ritirato l’accordo-quadro senza apparenti conseguenze, bisognava pure trovare qualcosa di cui avere paura – o meglio, per seminare il panico gratuito volto a racimolare stentati consensi alla politica di «fermezza nel cedimento» – come l’avrebbe chiamata il compianto presidente onorario di UDC Ticino, Gianfranco Soldati – che da anni la Berna federale sta conducendo nei confronti dell’UE.

In realtà, l’accesso al mercato europeo è garantito dall’accordo di libero scambio del 1972 e sottostà alle regole del WTO (Organizzazione mondiale del commercio), per cui l’UE non può avanzare pretese di un ulteriore «biglietto d’ingresso» da parte della Svizzera. L’accesso al mercato europeo è quindi nient’altro che un pretesto.

Bocciati tutti i correttivi chiesti dall’UDC

NO alla non entrata in materia chiesta da Roger Köppel e NO all’utilizzo dell’importo per risanare l’AVS proposto da Yves Nidegger. Il plenum ha anche respinto nettamente l’idea, sempre dell’UDC, di condizionare qualsiasi impegno da parte elvetica all’associazione della Svizzera a pieno titolo al programma di ricerca Orizzonte 2020, oppure al riconoscimento da parte dell’UE dell’equivalenza della Borsa svizzera. Ma, peggio di tutto questo, il NO alla richiesta di Franz Grüter di sottoporre l’oggetto al referendum facoltativo.

Dimostrando palesemente di avere la coda di paglia, sapendo di stare tradendo il popolo che verosimilmente li avrebbe sconfessati, con quest’ultimo NO i deputati hanno spudoratamente prevaricato il sovrano, seppure con una decisione giuridicamente ineccepibile. Per quanto in questi casi appaia paradossale, infatti, per sapere se si debbano o no tagliare le corna alle mucche veniamo chiamati alle urne, per decidere una spesa di rilevantissima importanza come questa, invece, il parlamento può decidere inappellabilmente.

Urge il referendum finanziario

Per evitare che la cosa si ripeta in futuro – l’UE ha già messo le mani in avanti in questo senso – è indispensabile l’introduzione anche a livello federale del referendum finanziario. Non obbligatorio, altrimenti saremmo chiamati alle urne un giorno sì e l’altro pure. Ma facoltativo sì, in altre parole che venga data la possibilità al popolo di esprimersi su ogni spesa importante (si può stabilire una soglia minima), raccogliendo le necessarie 50’000 firme.

Nel 2017, l’UDC aveva depositato un’iniziativa parlamentare in tal senso, che recitava:

«La Costituzione federale è completata come segue:

Sottostanno al referendum facoltativo i decreti federali concernenti i crediti d’impegno e i limiti di spesa che comportano nuove spese uniche o nuove spese ricorrenti superiori a un importo da stabilire. Occorre esaminare la possibilità di eventualmente sottoporre al referendum facoltativo anche determinati crediti a preventivo e garanzie superiori a un importo da stabilire.»

La proposta venne bocciata dal Consiglio nazionale nel settembre 2018, con 115 voti contro 79 e un’astensione.

Il potere logora? Sì, la buonafede

Con il potere certuni acquisiscono anche un progressivo atteggiamento cinico nei riguardi dell’etica. Il deputato è eletto dal popolo, ne è il servitore (o perlomeno dovrebbe esserlo) e quindi non dovrebbe temerne il giudizio. Ma, a quanto sembra, alcuni di loro – anzi, la maggior parte di loro – si affezionano al potere fino a diventarne gelosi, al punto di non sopportare di essere smentiti dal proprio datore di lavoro, il popolo, di cui cercano quindi con ogni mezzo di evitare il coinvolgimento. Se c’è una cosa che il potere logora, quindi, è senz’altro la buonafede di alcuni deputati.

Sarebbe opportuna un’iniziativa popolare

Se la montagna non va a Maometto, Maometto va alla montagna. In altre parole, se i parlamentari non vogliono sottoporsi al giudizio del popolo, il popolo impone loro di farlo. Come? Riproponendo, questa volta nella forma popolare, l’iniziativa bocciata a livello parlamentare nel 2018. Con il pagamento del miliardo di coesione all’UE, il parlamento ha dimostrato di non meritare la fiducia degli elettori. Purtroppo, per QUESTO miliardo non c’è più nulla da fare ma, con l’introduzione del referendum finanziario, potremmo almeno evitare che la storia si ripeta. C’è da sperare che questo auspicio venga raccolto da chi ha gli strumenti e i mezzi finanziari per lanciare tale iniziativa.

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