Il mondo al contrario

Set 9 • L'editoriale, Prima Pagina • 86 Views • Commenti disabilitati su Il mondo al contrario

Eros N. Mellini

«Si stava meglio quando si stava peggio», nostalgia per i «bei tempi andati», «quando ero giovane…». Ecco, credo che una buona parte delle riflessioni che quelli della mia età fanno paragonando i tempi odierni con il passato, siano proprio dovute al fatto che si rimpiange la propria gioventù. I vantaggi di un fisico privo di acciacchi, una mentalità elastica e vogliosa di sperimentare cose nuove, la prospettiva di un futuro tutto da costruire, sono solo in minima parte compensati dalla consapevolezza di un’esperienza – o forse di una presunta saggezza – acquisite in anni di prove, avventure e anche dolorosi scontri con la dura realtà.

Ma non si tratta soltanto di una patetica nostalgia di tempi decisamente più spensierati. Il tempo non si ferma, ne sono ben conscio, ma anche noi anziani non siamo impermeabili al progresso, quando di progresso si tratta. Mia madre mi raccontava che quando a Palagnedra – allora comune, oggi frazione di Centovalli – a inizio del secolo scorso fu installata la rete elettrica e si accesero le prime lampadine, l’ingenua popolazione paesana si era precipitata in strada gridando alla «lus du diavol» (luce del diavolo). Ma fece in fretta ad abituarsi – probabilmente grazie all’opera di persuasione del sindaco e soprattutto del parroco – e quando negli anni ’50 quando ci andavo a passare le vacanze scolastiche con il nonno, nessuno nemmeno si ricordava di quella irrazionale reazione e le famiglie più benestanti cominciavano a installare anche il telefono.

Già, il telefono. Sempre «ai miei tempi», quando c’era, era fisso, i numeri erano di quattro cifre e per fare un’interurbana dovevi chiedere la linea al centralino, attendendo poi pazientemente per qualche decina di minuti che l’operatrice ti richiamasse. Nessuno si sarebbe immaginato che trenta o quarant’anni dopo il telefono lo avremmo avuto in tasca, che avremmo potuto fare delle videochiamate, utilizzarlo per scattare fotografie o per fare uso delle innumerevoli applicazioni che la tecnologia ci ha messo a disposizione.

Anche noi ci siamo progressivamente evoluti con questa tecnologia e oggi, seppure a volte con qualche difficoltà, a ormai 75 anni, non farei più a meno del telefonino con tutte le sue «app», del computer – per scrivere e calcolare, ma anche per navigare in Internet – del GPS che mi guida dove devo andare senza più il fastidio di dovermi studiare l’itinerario sulla mappa, e di altri marchingegni che il progresso mette a mia disposizione.

Perché dunque questa nostalgia?

Come detto, non è solo dovuta al rimpianto di un’età che, purtroppo, è destinata a non tornare. No, è semplicemente che al progresso tecnologico che ha reso e rende sempre più comoda la nostra vita, si è affiancata una direttamente proporzionale involuzione in materia di usi e costumi, etica, valori e regole morali. Per carità, lungi da me l’idea di affermare che ai miei tempi tutti fossero pii, onesti e moralmente ineccepibili. Chi sgarrava, però, era consapevole di farlo e ne accettava le conseguenze senza pretendere che si adattassero le regole al suo modo di comportarsi. Al contrario, da alcuni decenni si tende a legittimare il comportamento una volta stigmatizzato, in nome di una particolare – ma non necessariamente corretta – interpretazione del concetto di libertà.

Si tratta a mio avviso di una reazione a secoli di oppressione subita da donne, minoranze etniche o razziali. Una reazione tutto sommato giustificata, ma che come quasi tutte le reazioni, ha finito per superare il concetto di uguaglianza per tracimare in una discriminazione inversa. Per secoli i bianchi hanno oppresso i neri? Bene, non basta aver raggiunto la parità di diritti, adesso sono i bianchi a dover essere oppressi. Idem per le donne. Come maschio bianco, è facile capire perché la cosa non mi vada a genio.

Un’altra assurdità: la «woke-culture»

Il più recente fenomeno di questa mentalità, o meglio di questo «neo-revanscismo morale» è la cosiddetta «woke-culture» (cultura del risveglio).

Da Wikipedia: Woke, letteralmente «sveglio», è un aggettivo della lingua inglese con il quale ci si riferisce allo «stare all’erta», «stare svegli» nei confronti di presunte ingiustizie sociali o razziali. La voce è entrata nei dizionari della lingua inglese nel 2017 attraverso il movimento attivista statunitense Black Lives Matter.

Non sarebbe un grande problema se, inspiegabilmente, questi movimenti non si fossero diffusi a macchia d’olio in tutto il pianeta, raccogliendo un numero di adepti non inferiore a quello delle due maggiori religioni monoteiste, diventando quindi una fascia di consumatori interessante per l’economia mondiale la quale, invece di reagire con un ben più sano «vaffan…», ha provveduto e provvede a ritirare dal mercato prodotti che potrebbero in qualche modo offendere la suscettibilità di minoranze che, se non ci fosse qualcuno a dirglielo, nemmeno si sognerebbero di farne un problema. Così, le teste di moro (quei deliziosi involucri di cioccolato nero contenenti un leggerissimo ripieno bianco che in gioventù chiamavamo «moretti) hanno dovuto sparire dai banchi dei supermercati, salvo poi riapparire con altra denominazione. I libri di «Winnetou» che hanno rallegrato intere generazioni di ragazzi in Germania, sono stati ritirati dal mercato con le scuse dell’editore, perché «banalizzavano il cliché degli indiani d’America». Un concerto ha dovuto essere annullato perché i musicisti bianchi avevano un’acconciatura «rasta» senza essere di origine giamaicana.

Ma, a mio avviso, l’assurdità più grande l’ha raggiunta la RAF (forze aeree del Regno unito) che, in una direttiva interna, ha imposto ai suoi organi preposti, di limitare il reclutamento di uomini bianchi a favore di donne e di minoranze etniche.

Siamo nell’assurdo più totale, in un mondo al contrario.

Come non avere nostalgia dei bei tempi andati? Anche senza telefonino.

 

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