Sibelius e Bruckner diretti da Rattle al Lucerne Festival

Set 9 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 70 Views • Commenti disabilitati su Sibelius e Bruckner diretti da Rattle al Lucerne Festival

Spazio musicale

Il concerto sinfonico del 3 settembre nel quadro del Lucerne Festival, con la London Symphony Orchestra diretta da Sir Simon Rattle, è stato aperto da due composizioni di Sibelius: «Die Okeaniden» op. 73 e «Tapiola» op. 112. Nella prima, benché venga designata come «poema sinfonico», non si trovano descrizioni di avvenimenti e neppure rappresentazioni di aspetti della natura, come potrebbero essere, in questo caso, le onde, il loro infrangersi sugli scogli, le burrasche oppure ogni altra cosa riferibile al mare. L’esteso organico dell’orchestra viene piuttosto utilizzato per dar vita a un insieme di colori vario e contrastante, al di fuori di ogni rigore formale. Invece in «Tapiola», Sibelius si addentra in una delle caratteristiche più suggestive del suo Paese: «le vecchie foreste scure del Nord, misteriose nei loro sogni feroci», come le descrivono i versi anteposti alla composizione.

La settima sinfonia di Bruckner, che ha occupato la seconda parte del concerto, non si sottrae ai difetti delle consorelle: prolissità, dispersione del pensiero musicale in numerosi frammenti, successioni di blocchi sonori distinti e quindi scarsa continuità, ripetizioni insistenti e ossessive, un che di rude e primitivo. Ma, a differenza di quanto accade nelle altre, presenta alcuni valori così alti da far passare in seconda linea le manchevolezze. Il maggior pregio consiste nella qualità del patrimonio melodico. Bruckner raggiunge livelli da capolavoro fin dalle prime battute. Su un tremolo in «pianissimo» dei violini appare un motivo del corno e dei violoncelli che sale arpeggiando. La melodia possiede un respiro ampio e la musica è sovrana nell’immensità dello spazio in una visione grandiosa di straordinaria bellezza. Un altro pregio particolare risiede nel fatto che l’eccesso di austerità riscontrabile in tanti lavori del compositore austriaco, talvolta fino a farla diventare monotona e noiosa, qui riesce a tradursi in meriti artistici importanti. Consideriamo l’inizio dell’«adagio». È affidato alle sonorità severe, solenni, si potrebbe dire sacerdotali, delle tube unitamente a viole, violoncelli e contrabbassi; ma alla quarta battuta irrompono i violini in una espressione di cocente dolore, che rasenta la disperazione. Il momento è impressionante. Bruckner pensava sicuramente all’amatissimo Wagner, seriamente ammalato e che sarebbe morto prima ancora che la sinfonia fosse compiuta.

Passo ora alle esecuzioni ascoltate a Lucerna. Già in «Okeaniden» la London Symphony Orchestra ha messo in evidenza quelle doti di fusione, levigatezza sonora e flessibilità che caratterizzano i migliori complessi inglesi. Di grande finezza è stato il cinguettio iniziale dei legni su note lunghe degli archi, dapprima appena sussurrato e poi via via divenuto vivace e luminoso, che ha infuso nella musica un delizioso senso di freschezza. In «Tapiola» invece, il Rattle e l’orchestra hanno dato voce efficacemente alle suggestioni e alle sensazioni suscitate dalle foreste oscure e un poco misteriose alle quali accennano i versi ispiratori di questo poema sinfonico.

Naturalmente, il numero del programma atteso con maggior interesse era la settima sinfonia di Bruckner. Un imprevisto ha costretto a interrompere l’esecuzione del primo tempo (presumo si sia trattato di un malore che ha colpito un musicista); c’è stata una breve pausa e poi si è ricominciato daccapo, come è doveroso in frangenti del genere. Dopo qualche momento in cui la concentrazione non è stata perfetta, il discorso musicale ha ripreso rapidamente quota. Il direttore, pur dando inevitabilmente il dovuto rilievo ai passaggi che potremmo chiamare spettacolari, con massiccio concorso di forze orchestrali (qui gli ottoni hanno mostrato ampiamente il loro valore), si è ripiegato sulle sottigliezze, le cesellature, le espressioni moderate e quasi intime: una strada interpretativa di tal genere, scelta per una composizione non esente da prolissità, costituiva un rischio, peraltro in larga misura attenuato grazie alle assidue cure del Rattle, al suo acume e, non da ultimo, all’eccellenza dell’orchestra.

La sala era molto affollata ma non esaurita, una circostanza che alcuni anni fa avrebbe sorpreso, visti il nome e la qualità dei musicisti impegnati, ma non meraviglia oggi. In tutto il mondo sale da concerto e teatri faticano a ricuperare totalmente il pubblico tenuto lontano per un paio d’anni dalla pandemia. Forse contribuisce il timore di una recrudescenza del male o semplicemente la perdita dell’abitudine di recarsi sul posto. In ogni caso, nel concerto sul quale sto scrivendo non sono mancati i consensi calorosi, gli applausi e le ovazioni. Aggiungo che la grande maggioranza degli ascoltatori si è presentata in una tenuta non molto dissimile da quella abituale nonostante l’idea alla base del Festival 2022, ossia la “diversità”, conclamata e perfino ostentata, come è avvenuto alcune settimane fa alla conferenza stampa di presentazione del programma (non ero presente, ma mi è stato largamente riferito). Esprimo il mio apprezzamento per la resistenza di una bella e dignitosa tradizione.

 

Ivan Chepkin a Sobrio

L’anno scorso, l’allora tredicenne pianista russo Ivan Chepkin partecipò al Premio «E. Tschaikowsky» 2021, organizzato nell’ambito del Sobrio Festival, e stupì per la qualità straordinaria delle sue prestazioni. Vinse il primo premio. Quest’anno, si è ripresentato nel villaggio leventinese per tenere il concerto inaugurale del Festival 2022. Con questo graditissimo ritorno ha confermato le doti messe in luce l’anno precedente. Possiede una tecnica molto solida e non sembra per nulla intimorito dalle difficoltà dei pezzi messi in programma (lavori di Domenico Scarlatti, Liszt, Chopin e Rachmaninoff). Ma non è un semplice sgranatore di note o un mattatore della tastiera. Sa mantenere costantemente un pieno controllo sulle sue risorse e sul suo temperamento. Suona le più ardue successioni di accordi senza affastellare. Soprattutto è capace di penetrare a fondo nelle composizioni, portando alla luce e porgendo all’ascoltare le loro bellezze.

Questo giovanissimo pianista è l’esatto opposto del «divo». Lontano dallo strumento si presenta come un ragazzo timido e schivo (forse però a causa del problema linguistico: parla un inglese molto stentato). Quando si mette al pianoforte suona i pezzi dall’inizio alla fine con compostezza, perfino nei momenti tumultuosi. Anche per questi motivi ha riscosso le simpatie del pubblico, che non ha esitato ad applaudirlo molto calorosamente.

 

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