Poschner e Capuçon per Sostakovic e Berlioz al LAC

Dic 13 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 702 Views • Commenti disabilitati su Poschner e Capuçon per Sostakovic e Berlioz al LAC

Spazio musicale

Il concerto del 5 dicembre nel quadro della stagione OSI al LAC ha preso avvio con il secondo concerto per violoncello e orchestra di Sostakovic. Questa composizione esordisce con un “largo” che tanto nella parte iniziale quanto in quella conclusiva indugia in lunghi lamenti. Vi contribuiscono l’uso ripetuto della seconda minore discendente, il materiale tematico frammentario e il colore scuro degli archi bassi. Il compositore insiste eccessivamente su questa vena fino a diventare prolisso e monotono. Ma tra i due poli dolenti appaiono episodi in cui l’orchestra interferisce nel discorso del solista, non in modo compatto, bensì alternando singoli strumenti o singole sezioni. Tali passaggi si distinguono per vitalità ritmica e coloristica, talvolta assumono un carattere spensierato e grottesco, tuttavia non sembrano del tutto spontanei e sotto l’esuberanza nascondono ansia e perfino strazio. Qui, in ogni caso, sta il meglio del tempo. Assai spigliato e originale è l’”allegretto” che fa seguito, dove la parte solistica viene punteggiata da note, incisi e svolazzi dell’orchestra. L’andamento della musica è quello di uno scherzo, ma ancora una volta ci si domanda se dietro la facciata estrosa e mordente non si celi amarezza. L’”allegretto” finale (l’indicazione di movimento è identica a quella del tempo precedente) parte con una piacevole fanfara dei corni, della quale alcuni elementi passano al violoncello. Quando l’impeto si esaurisce inizia una serie di vaghe annotazioni e riflessioni notturne finchè un “crescendo” adduce a una vigorosa perorazione di tutta l’orchestra che poi lascia il posto a severe meditazioni; qui però appaiono di nuovo prolissità e monotonia.

L’esecuzione ascoltata a Lugano merita ampio elogio. Gautier Capuçon, che ha sostenuto la parte solistica, è stato un interprete attentissimo e acuto, aiutando la composizione a superare per quanto possibile le sue debolezze. La cavata intensa e morbida ha procurato un vero piacere all’orecchio. All’ottimo esito dell’esecuzione ha contribuito poi l’Orchestra della Svizzera italiana con alla testa il suo direttore principale Markus Poschner. Un solo punto mi ha sorpreso: la violenza della cassa accompagnando una cadenza. È vero che la partitura prescrive il “fortissimo” per entrambi gli strumenti ma la cassa dovrebbe pur sempre tener presente che sta alternandosi con un violoncello e che, “fortissimo” o non “fortissimo”, un certo equilibrio va mantenuto. Fuori programma solista e orchestra hanno offerto la famosa meditazione dalla “Thaïs” di Massenet dandone una accuratissima versione di estrema raffinatezza; a chi scrive però quel pezzo sarebbe piaciuto con un maggior abbandono melodico, tenuta presente anche la funzione che svolge nell’opera.

La seconda parte del concerto è stata dedicata alla “Symphonie fantastique” di Berlioz, un lavoro straordinario per il suo tempo, vera e propria analisi della psicologia di un musicista ipersensibile e sognante, ricco di sottigliezze ma anche di poderose perorazioni spinte fino a una ampollosa tragicità. Di nuovo direttore e orchestra hanno destato ammirazione per una lettura valida dello spartito; certamente un organico dotato di un maggior numero di archi avrebbe ulteriormente giovato.

Ancora una volta si è registrata una foltissima e rallegrante presenza di pubblico. Molti applausi al Capuçon e, al termine, al Poschner come pure a tutte le sezioni dell’orchestra.

Splendida “Aida” a Como

Forse parecchi frequentatori del Teatro Sociale di Como, quando hanno saputo che si sarebbe rappresentata l’”Aida” nell’edizione creata da Franco Zeffirelli per Busseto, sono stati presi da sgomento. Già il fatto di costringere l’opera più spettacolare di Verdi nei piccoli spazi offerti dalla sala e dal palcoscenico della cittadina emiliana poteva sembrare un atto di follia. Voler poi trasferire il tutto in una struttura di dimensioni normali come il teatro comasco non faceva che aumentare lo scetticismo. Ebbene, i grandi artisti sanno fare miracoli. E così l’”Aida” vista il 29 novembre nella città lariana non ha perso nulla in fatto di grandiosità e imponenza rispetto agli allestimenti effettuati con grande dovizia di mezzi. Inoltre Zeffirelli è riuscito a creare mediante le scene e le disposizioni geometriche e stilizzate del coro una monumentalità rievocante in modo suggestivo l’antico Egitto, almeno così come lo immaginò Verdi, stabilendo un nesso stretto e preciso tra parte visiva e parte musicale dello spettacolo. Qui sia elogiato anche Stefano Trespidi, che ha ripreso la regia e il riallestimento delle scene.

Il personaggio eponimo è stato interpretato dalla giovanissima Maria Teresa Leva: una voce molto interessante, che si apre a un vero e proprio splendore di potenza e qualità timbrica in zona centro-acuta, capace di farsi sentire distintamente anche nei momenti di grande forza orchestrale e corale come pure di assottigliarsi in accattivanti mezzevoci. Tra l’altro ho trovato notevole la sua tecnica della respirazione, che la avvantaggia nei fraseggi lunghi e nelle corone. La sua è stata una Aida appassionata e convincente. Parole positive siano dette anche per la mezzosoprano Cristina Melis. Dispone di mezzi non particolarmente belli in senso edonistico, ma robusti e incisivi, che vengono posti al servizio di un temperamento straordinariamente deciso. Ha dato tutta se stessa nella scena del processo a Radamès, tenendo gli spettatori con il fiato sospeso. Sul versante maschile il tenore Samuele Simoncini ha prodigato voce generosa e potente, ma anche grezza, al condottiero dell’esercito egiziano; il suo è un organo sul quale occorrerebbe ancora lavorare, particolarmente per quanto concerne l’attacco degli acuti. I teatri d’opera della Penisola ci hanno ormai abituati a sentire nelle parti principali molti cantanti non italiani, brutto segno per i destini del melodramma nella sua patria; tanto più ha rallegrato in questa “Aida” la presenza di una compagnia che ha allineato parecchie voci, diciamo così, nazionali; unica e gradita eccezione il baritono Leon Kim, coreano, però dalla dizione italiana impeccabile, che ha adempiuto egregiamente il compito di dar vita alla spregiudicata brutalità di Amonasro. Resta da dire del direttore Francesco Cilluffo, al quale si deve in gran parte l’ottimo esito dello spettacolo. Già la sua nota sul programma di sala è illuminante e merita di essere letta. Per parte mia aggiungo che il Cilluffo ha rinunciato ad adottare una chiave interpretativa unilaterale subordinando ad essa la lettura di tutto lo spartito (molti direttori del giorno d’oggi lo fanno). Dalle sue mani i grandi impulsi e i grandi affreschi musicali sono usciti in tutta la loro forza mentre d’altra parte hanno ricevuto grande attenzione le innumerevoli finezze sparse sul percorso dell’opera. Ottima come di solito l’orchestra I Pomeriggi Musicali, molto brave le trombe nella marcia trionfale e ineccepibile il coro Opera Lombardia istruito da Diego Maccagnola.

Teatro stipato, successo molto caloroso.

 

Carlo Rezzonico

 

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