Il giudice-arbitro

Mag 27 • L'opinione, Prima Pagina • 229 Views • Commenti disabilitati su Il giudice-arbitro

Le tragicomiche avventure di GC

(enm) Il nostro Gino Ciarconazzi era sempre più preso dal tennis, e non più solo come sport attivo. Dopo un paio d’anni di appartenenza al club, cominciò ad arbitrare qualche partita nei tornei regionali e, forse perché le partite andarono abbastanza lisce oppure grazie al suo tono di voce autoritario, se la cavò brillantemente, al punto che divenne uno degli arbitri più richiesti. La sensazione datagli dalla consapevolezza di essere utile gli piacque, cosicché decise di dare una mano anche nell’organizzazione delle gare nell’ambito del suo circolo. Naturalmente, i primi compiti a lui affidati furono i più semplici e, a volte, i più antipatici. Così si trovò a incassare le tasse di partecipazione dei giocatori, ad arbitrare il primo turno della domenica mattina alle otto, e gli toccò perfino far pagare il biglietto d’entrata a uno sparuto gruppo di spettatori durante un mini-torneo internazionale. Una volta si sporcò dalla testa ai piedi scivolando sul fango rosso mentre era intento ad asciugare i campi con le spugne, al fine di permettere lo svolgimento della finale dopo un temporale. Ma, a poco a poco, cominciò a effettuare sorteggi e a programmare orari con una passione sempre maggiore e – siccome la gente come lui in un club è sempre poca, mentre il numero di manifestazioni aumenta continuamente – in breve tempo divenne uno dei soci più apprezzati. Qualcuno disse lo stesso: «Ul fa par fass vedée!» ma, essendo chiaramente roso dall’invidia, restò una voce nel deserto. Anzi, a grande maggioranza l’assemblea generale chiamò il Gino a far parte della Commissione tecnica. Lui volle ringraziare i presenti per la fiducia ripostagli, ma si commosse e cominciò a balbettare. Iniziò tre frasi sconnesse senza finirne una poi, dopo avere inghiottito diverse volte a vuoto, diede in un «GRAZIE» che sembrava l’urlo di un lottatore giapponese. Quindi, fermò il cameriere del ristorante dove si svolgeva la riunione e ordinò da bere per tutti fra uno scroscio di applausi. Dopo, continuò a festeggiare la nomina con gli amici e rincasò verso le tre di mattina completamente ubriaco. A mezzogiorno, con la borsa del ghiaccio in testa e i calamai sotto agli occhi, fece colazione con dell’aspirina. Ma la sola vista della moglie Cornelia che mangiava un piatto di tortellini alla panna lo fece correre ululando al gabinetto, da dove si sentirono dei rumori strani. Uscì un quarto d’ora dopo con un colore indefinibile e si rimise a letto ingoiando ancora due pastiglie. La sera si sentì meglio e mangiò abbondantemente, poi fece una corsa al club. All’albo era affisso un cartello che invitava gli interessati a iscriversi al corso di giudice-arbitro. Naturalmente, se ne fece un punto d’onore. Adesso che era nella Commissione tecnica non poteva certo lasciarsi scappare un’occasione come quella per imparare a menadito i regolamenti.

Lo convocarono un sabato alla caserma di Bellinzona e, per un attimo, ebbe paura di doversi presentare in uniforme, ma poi ci ripensò, si ricordò di essere scarto militare e si tranquillizzò. Il giorno stabilito era là. Dopo qualche difficoltà con la sentinella, fu indirizzato alla mensa della caserma dove trovò le facce familiari dei colleghi di corso. Alcuni li conosceva bene, altri di vista e altri ancora gli erano del tutto sconosciuti. Dopo le presentazioni, si avviarono tutti – circa una ventina – verso la sala conferenze dove si tenevano le lezioni. Ci fu l’appello e un discorso introduttivo da parte di un rappresentante della Federazione, poi iniziò il corso vero e proprio. Dopo un paio d’ore fecero una pausa. Il Gino aveva la testa piena di regolamenti. Termini come «fallo di piede», «palla disturbata», «tabelloni avanzati», «aspèttiti», eccetera, gli ronzavano nella mente provocandogli un mal di testa osceno. Finita la pausa ripresero a lavorare e, per aumentare la confusione, si parlò di «Interclub», di «Campionati ticinesi», di «Premio Ticino» e di «Coppa Ticino». Ci furono poi le domande, le risposte, le spiegazioni e, alla fine, consegnarono a tutti un «Prontuario del giudice-arbitro» da studiare a casa, nonché una convocazione per la seduta di esami del sabato seguente. G.C. si prese una settimana di vacanza e cominciò a studiare come un pazzo, passando insonne notti su notti. Alla fine della settimana recitava estratti dai regolamenti come un pastore anglicano declama versetti della Bibbia. Inutile dire che passò gli esami a pieni voti ricevendo, oltre ai complimenti degli insegnanti, l’ambita tessera di giudice-arbitro che andò subito a festeggiare con un’altra bevuta al club.

La Federazione gli diede subito da dirigere un torneo internazionale di veterani ultrasessantenni e lui, ignaro delle difficoltà cui sarebbe andato incontro, fu ben felice dell’incarico. I problemi cominciarono subito con la scelta delle teste di serie. Fu aiutato in questo dagli organizzatori della manifestazione, che già conoscevano i partecipanti, ma ciò non impedì che un malaugurato caso di omonimia gli facesse mettere al numero due un «broccaccio» portante lo stesso nome di un giocatore fortissimo ma purtroppo deceduto l’anno prima. Durante la seconda giornata ci fu un temporale e toccò al Gino interrompere il gioco e decidere più tardi la sua ripresa. Lo fece con coscienza, considerando anche le esigenze degli organizzatori e il fatto che gli atleti, essendo in età avanzata, non avrebbero corso molto, riducendo così il rischio di cadute. Mentre i giocatori riprendevano i loro posti, spiegò ad alcuni presenti che i campi erano in ordine, solo il campo N°1 aveva ancora una macchia umida vicino alla rete, ma che facendo un minimo di attenzione… Non fece in tempo a finire la frase. Ci fu un tonfo sordo seguito da un urlo inumano. Un’anziana signora impegnata in un doppio misto si contorceva sotto la rete in una maschera di sangue. Portata d’urgenza al pronto soccorso, le riscontrarono la frattura di una tibia, del naso (sbattuto contro un paletto della rete), nonché la perdita della dentiera. In un primo tempo si pensò che l’avesse ingoiata, ma poi fu trovata sul campo e le fu portata in ospedale. G.C. aveva un rimorso pauroso, convinto di essere lui la causa involontaria dell’incidente, avendo fatto riprendere il gioco troppo presto. Ma i presenti ricostruirono l’accaduto spiegandogli che la signora non era scivolata a causa del fondo bagnato, bensì aveva incautamente posato il piede su una pallina. Nel corso del torneo di consolazione fu chiamato a dirimere una vertenza sorta fra due antagonisti dei quali uno, evidentemente affetto da arteriosclerosi, pretendeva di vincere due a uno dopo soli due games di gioco, adducendo  a sua ragione il fatto di avere vinto il suo game a zero, che quindi valeva il doppio. Per spiegargli che da noi un simile regolamento non viene preso in considerazione (lui insisteva che al suo paese si usava così) fu necessaria una mezz’ora e il Gino dovette fare appello a tutta la sua pazienza ma, infine, la partita riprese.

Verso la fine della manifestazione, il nostro eroe era pallido, aveva perso qualche chilo, cominciava a spuntargli qualche capello grigio ed era nervosissimo. Dentro di sé cominciava a nutrire un odio profondo per i vecchietti. Il suo rapporto alla Federazione era di due pagine fittissime, riportava casi stranissimi e, fra l’altro, metteva in guardia gli organizzatori di simili tornei da un signore che, forse affetto da cleptomania, rubava le palline con le quali aveva giocato. Ma il suo malanimo si placò totalmente la sera della domenica, durante la cena comune alla quale era stato invitato nella sua qualità di giudice-arbitro. In quell’occasione notò che l’aggressività dei vecchietti si era spenta completamente sui campi e che, finito l’agonismo e con qualche bicchiere di vino in corpo, persone che avevano litigato ininterrottamente per tutta la settimana parlavano, ridevano e bevevano assieme in un clima di fraternità. E in questo clima s’integrò anche lui. Bevve ancora una volta un po’ troppo e, balbettando, tenne un discorso in tre lingue che fu lungamente applaudito, anche se non del tutto capito. Alla fine, si aggregò al coro generale e finì la serata cantando a squarciagola felice. Ha già annunciato che la prossima edizione del torneo la dirigerà ancora lui.

 

 

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