Chi sarà la nuova Svizzera?

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Dalla Weltwoche del 23.06.2021 l’editoriale di Roger Köppel                           

Roger Köppel, Consigliere nazionale e capo-redattore della Weltwoche

All’aeroporto di Dubai, fulcro del mondo finanziario e imprenditoriale internazionale, innumerevoli cartelloni pubblicitari digitali mi sorprendono. Un numero impressionante di paesi si fa pubblicità, si promuove, corteggia le legioni di persone ricche e di successo che cambiano aereo in questo aeroporto allestito come un centro commerciale, o che partecipano a una delle tante conferenze con cui gli Emirati Arabi Uniti attirano clienti da tutto il mondo.

Improvvisamente mi rendo conto di cosa si tratta. Tutti questi paesi, compreso il Medio Oriente, vogliono essere come la Svizzera. Vogliono il nostro posto quale gradita oasi di prosperità, fanno di tutto, concentrano le loro energie, si scannano per ottenere ciò che noi Svizzeri, ormai sazi e apatici della ricchezza per cui i nostri antenati si sono affannati, diamo per scontato. E che a poco a poco, senza accorgercene, sperperiamo e distruggiamo.

Vado in macchina fino all’albergo. Il deserto si estende lungo l’autostrada. Fuori il caldo è opprimente, circa quaranta gradi, sono le sette del mattino. Anche Dubai è stata strappata a una natura inospitale, in modo ancora più evidente della Svizzera, un trionfo di volontà, un risultato collettivo di innumerevoli cervelli e mani. All’orizzonte, grattacieli surreali svettano nebulosi. Gli arabi che vivevano qui ebbero la fortuna, o forse la maledizione, di trovare il petrolio in profondità.

Gli Svizzeri hanno acquisito la loro prosperità quasi senza risorse naturali. Loro stessi sono il loro petrolio, la più importante materia prima svizzera è la gente, la gente che ha reso la Svizzera ciò che è oggi. Niente di tutto ciò può essere dato per scontato. Tutto è effimero. Una domanda cruciale è: perché la Svizzera, che non era in grado di estrarre dal suolo petrolio, oro o diamanti, è diventata ciò che gli altri vogliono essere oggi?

Chiedo a un uomo d’affari bielorusso-russo-ucraino – cos’è in resaltà un Russo? – che incontro fuori Dubai, un industriale di successo internazionale che ha costruito da solo le sue aziende, un Rockefeller d’Oriente, un pioniere nel campo dell’agricoltura globale, che oggi, vera meraviglia del mondo, nutre 7,9 miliardi di persone. Ha anche spostato la sua residenza in Svizzera, prima di allora ha vissuto alternativamente ovunque tranne che in Russia, nel sud della Francia, a Londra, sul mare: perché la Svizzera?

La sua risposta è semplice, niente bagliori alpini rosseggianti, niente romanticismo da montagna e da Heidi, solo fredda razionalità: «Abbiamo studiato la Svizzera. La Svizzera è stabile, senza guerre, neutrale da secoli, democratica. Si rispetta la proprietà e, cosa molto importante, lo Stato ti lascia in pace». Londra ha un bacino di talenti più ampio e il livello di tassazione svizzero non è stato un fattore decisivo. Alla fine è stato il sistema politico a convincerlo.

È successo più di dieci anni fa. Oggi l’imprenditore, sposato con una cittadina dell’UE e i cui figli vanno a scuola in Svizzera, sta valutando se rimanere in Svizzera. Si chiede se la Svizzera sia ancora indipendente dopo l’adozione di tutte le sanzioni dell’UE. La neutralità è stata abbandonata, dice. All’improvviso, le persone vengono espropriate, scacciate, solo a causa della loro nazionalità. Questa non è più la Svizzera come la conosce lui, come la conosce il mondo.

Cerco di tranquillizzarlo. È vero: la politica ha perso la testa a causa della guerra. Le emozioni la fanno da padrone. L’attacco di Putin all’Ucraina ha attivato un latente risentimento antirusso, ma anche critiche molto giustificate per un’invasione che viola il diritto internazionale. L’imprenditore mi dà ragione. È stato uno dei primi russi attivi a livello internazionale a parlare pubblicamente contro la guerra. Tuttavia, la sua delusione nei confronti della Svizzera è grande.

Non è solo. Incontriamo a cena un imprenditore dello Sri Lanka. Sta seguendo da vicino gli eventi. Non metterebbe più i suoi soldi in una banca svizzera, dice. La Svizzera non ha la forza di difendere il proprio sistema giuridico dall’estero. Lo si vede ora con i Russi. Poiché lo Stato russo è caduto in disgrazia, si stanno portando via i soldi ai Russi senza un’udienza legale, puro arbitrio. È uno scandalo incredibile.

Beninteso, la guerra di Putin – aggiunge – è un crimine, ma il fatto che la Svizzera imponga indiscriminatamente sanzioni contro gli imprenditori russi, anche contro quelli che non hanno alcun legame con il regime, è clamoroso, oltraggioso e danneggia enormemente la reputazione della Svizzera. Sarà possibile in futuro congelare o confiscare automaticamente i beni di qualsiasi cittadino di uno Stato che sia caduto in disgrazia con l’UE o con gli USA?

Naturalmente, come Svizzero all’estero, si cerca di contestare queste voci, di minimizzare la politica disastrosa del Consiglio federale, la violazione della neutralità, l’arbitrarietà delle sanzioni, l’abbandono dell’indipendenza, ma interiormente devo concordare con l’imprenditore dello Sri Lanka. Noi Svizzeri non siamo nemmeno consapevoli di ciò che stiamo facendo, dei terribili messaggi che il nostro governo sta inviando al mondo.

La Svizzera quale rifugio dai terremoti – sì, una volta.

Forse stiamo davvero vivendo una svolta epocale. L’era del libero scambio, della globalizzazione, della cooperazione economica, a prescindere dall’origine o dal colore della pelle, per il bene e il vantaggio del maggior numero possibile di persone, è finita. Il nazionalismo sta tornando, il mondo si sta disintegrando in blocchi e sfere di influenza che si isolano l’uno dall’altro e diventano nemici. La ricaduta in un Medio Evo bellicoso ha il suo prezzo. Crisi alimentari e inflazione incombono. La prosperità sta scomparendo.

Sì, tutto questo è già accaduto in passato e succederà di nuovo. Ma un tempo c’era una Svizzera che sosteneva e difendeva la propria neutralità. Questo è stato il motivo per cui il nostro paese è riuscito a superare la sua naturale povertà e a diventare una calamita d’attrazione per le persone e un luogo ambito da imprenditori che un tempo si chiamavano Nestlé o Ringier e che ora si chiamano Vekselberg o Melnitschenko.

Ogni generazione deve dimostrarsi degna della sua eredità, non limitarsi a difendere le conquiste del passato, ma accrescerle. Oggi, in Svizzera, stiamo facendo il contrario. Ci comportiamo come figli scialbi e decadenti di una vecchia casa ricca. Con arroganza, con una superiorità immaginaria, forse solo per vigliaccheria e convenienza, ci stiamo giocando i vantaggi per i quali i nostri antenati hanno dato e sacrificato la loro vita.

La Svizzera è una «grande potenza segreta», ha scritto l’ex direttore della Weltwoche, Lorenz Stucki. Anche le grandi potenze segrete possono decadere e affondare. La concorrenza è già pronta. Basta dare un’occhiata ai manifesti dell’aeroporto di Dubai. La questione a sapere chi diventerà la nuova Svizzera, non è ancora stata decisa. Ma è più che mai incerto se la Svizzera manterrà la posizione per la quale ha lottato duramente per secoli o se la perderà sconsideratamente.

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