«I Lombardi alla prima crociata» opera di grandi cori

Nov 4 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 108 Views • Commenti disabilitati su «I Lombardi alla prima crociata» opera di grandi cori

Spazio musicale

È logico che una istituzione dedicata a un sommo compositore presenti successivamente tutti o quasi tutti i suoi lavori, compresi quelli meno riusciti. In tal modo dà soddisfazione a chi non si accontenta di godere le cose migliori ma desidera seguire l’artista creatore su tutto l’arco della sua attività. Il Festival Verdi di Parma adempie sistematicamente tale compito e nell’edizione 2023 ha allestito «I Lombardi alla prima crociata», quarta opera del Maestro, data in prima assoluta alla Scala l’11 febbraio 1843.

Se questo melodramma rimane lontano dai capolavori verdiani, la prima causa è costituita dal libretto, complicato e di comprensione non facile, sovraccarico di tradimenti, congiure, incursioni, omicidi tentati, omicidi riusciti, ferimenti, fughe, imprecazioni e poi, passando a temi meno truci, preghiere, pentimenti, conversioni, visioni e sogni. Eppure, nonostante queste premesse poco propizie, il genio del Bussetano è riuscito, in alcuni punti, a toccare vertici di valori artistici. Valgano come esempio la scena sesta e la scena settima del terzo atto con la morte di un musulmano convertito al cristianesimo in presenza della donna amata e di un eremita. Ma soprattutto si distinguono in quest’opera i brani corali di ispirazione religiosa. Qui Verdi, che nella vita fu religioso a suo modo, irritando la moglie Giuseppina Strepponi (la quale lo avrebbe voluto praticante), tocca il sublime con una straordinaria intensità di accenti e una grande profondità di sentimenti.

La rappresentazione che ho visto al Teatro Regio di Parma il 15 ottobre ha potuto contare tanto su una compagnia di canto assai valida quanto su un coro straordinariamente efficiente, quello del Teatro Regio stesso, diretto con la consueta bravura da Martino Faggiani. Per la parte impervia di Giselda si è fatto ricorso alla soprano Lidia Fridman. La sua voce, pur con qualche disuguaglianza, è forte, ben timbrata e incisiva, tale da permetterle di produrre una grande varietà di colori e sfumature (e a questo proposito sia detto che proprio certe disuguaglianze, in determinati momenti, cessano di essere difetti e diventano utili risorse). Si è calata nel suo personaggio dando tutta sé stessa e conseguendo risultati trascinanti, che il pubblico ha apprezzato, a scena aperta e alla fine, con applausi e ovazioni. Nei panni di Pagano ha cantato Michele Pertusi, un artista dei cui meriti si è già parlato in diverse occasioni e che anche questa volta non ha mancato di convincere pienamente, tanto per la voce ampia e maestosa quanto per le sicure doti interpretative. A posto gli altri cantanti. Sul podio è salito Francesco Lanzillotta (si fa per dire, perché il Maestro, in seguito a un infortunio, è giunto in stampelle passando dalla platea). Nel primo atto le sue prestazioni non sono andate oltre una semplice lettura delle note, ma in seguito hanno preso decisamente quota; nei due cori più belli e famosi («Gerusalem! Gerusalem!» e «O Signore, dal tetto natio») tutto è stato perfetto: le scelte di tempo, l’equilibrio tra palcoscenico e orchestra e il modo in cui sono state plasmate le meravigliose melodie verdiane.

Pier Luigi Pizzi ha curato le scene, i costumi e la regia. Le prime erano costituite da grandi elementi geometrici (tra cui una specie di enorme pedana circolare sulla quale si sono svolti alcuni degli avvenimenti salienti, una specie di palcoscenico nel palcoscenico) mentre sul fondale venivano effettuate grandi e suggestive proiezioni rappresentanti in bianco e nero i luoghi dell’azione. Così è nata una interessante combinazione di stilizzazione moderna e visioni di carattere tradizionale. Ottime la conduzione dei personaggi e quella delle masse, però con l’eccezione del finale, dove nemici riconciliati e morti risuscitati si sono esibiti in professioni di amore e amichevoli sorrisi; in più c’è stato l’arrivo di due fanciulli, forse utile per strappare lacrime di tenerezza alle anime sensibili, ma secondo chi scrive artisticamente privo di senso.

Teatro gremito e successo incondizionato.

Musica sinfonica e pubblico

Si dice che la musica sinfonica e quella da camera non riescono più ad attrarre un pubblico numeroso. I responsabili delle istituzioni concertistiche si lamentano per il calo sia degli abbonamenti sia delle presenze occasionali. L’età media degli ascoltatori purtroppo continua a salire.

Si osservano però anche alcuni fatti che contrastano con queste note dolenti e sembrano smentirle. Due di questi fatti incoraggianti riguardano da vicino il pubblico ticinese. Il primo è costituito dall’afflusso di pubblico e del successo dei concerti al LAC e alle Settimane musicali di Ascona. Sicuramente l’ottimo livello raggiunto dall’Orchestra della Svizzera italiana e la sua fama, che ha varcato i confini del Cantone, hanno dato un contributo fondamentale. Il secondo fatto al quale mi riferisco è rappresentato dal Lucerne Festival, molto seguito da numerosi ticinesi. Per l’edizione 2023 l’occupazione dei posti disponibili ha raggiunto l’84%. Per i concerti sinfonici la percentuale è stata l’86%: se si pensa che la rassegna ha annoverato 29 manifestazioni di tal genere, quindi un complesso di avvenimenti così esteso che avrebbe potuto generare qualche effetto di saturazione, si può parlare senza dubbio di un grande risultato. Declino? Non direi. Quando c’è l’alta qualità il pubblico accorre.

Carlo Rezzonico

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