Finale rossiniano per l’ultimo concerto OSI al LAC

Mag 14 • L'opinione, Prima Pagina, Sport e Cultura • 240 Views • Commenti disabilitati su Finale rossiniano per l’ultimo concerto OSI al LAC

Spazio musicale

La composizione intitolata «Finlandia», che ha aperto l’ultimo concerto OSI al LAC, tenuto il 15 aprile e diffuso elettronicamente, ebbe origine da una iniziativa avente lo scopo di raccogliere denaro a favore della pensione dei giornalisti. Si volle allestire uno spettacolo dedicato a episodi importanti della storia finlandese e Sibelius ebbe l’incarico di commentarlo musicalmente. Nacquero così quattro pezzi, i primi tre raccolti in seguito nell’op. 25, l’ultimo nell’opera 26. A questo vennero dati diversi titoli («Sorgi, Finlandia!», «Finale»); in conclusione si scelse semplicemente «Finlandia». Ma, contrariamente all’idea originale e al riferimento patriottico del titolo, il compositore si mantenne lontano dal concetto di musica a programma, evitò la descrizione di avvenimenti precisi e si limitò a esprimere sentimenti generali. L’inizio è solenne, altisonante e pomposo con quattro battute in «fortissimo» di corni e tromboni ai quali si aggiungono in un secondo tempo trombe e tuba su grandi scariche di timpani. Poi, a parte la risposta dei legni, che ha una certa delicatezza, e l’alternanza successiva con gli archi, relativamente pacata, la musica diventa aspra, scontrosa e perfino violenta. Segue un rasserenamento grazie a una mesta e dolce melodia, finita la quale però si torna alla magniloquenza. Nel complesso questa «Finlandia» rivela una esuberanza che trabocca talvolta nello strafare e mostra un Sibelius non completamente capace di dominare gli impeti del temperamento.

Convincente è stata l’esecuzione da parte di Markus Poschner e dell’Orchestra della Svizzera italiana. Sono state smussate le asprezze e anche nelle prime battute dell’«andante sostenuto» si è rinunciato a calcare la mano sul «fortissimo» a vantaggio di un’ottima fusione tra gli ottoni.

Il doppio concerto per violino, viola e orchestra di Britten fu scritto quando il compositore, ancora studente, aveva diciannove anni ma bisognò aspettare fino al 1997, ventun anni dopo la sua morte, per avere la prima esecuzione. L’entrata dei solisti, con la viola che si lancia verso l’acuto, imitata subito dal violino, pare promettente. Purtroppo, nonostante l’energia e la freschezza giovanili di alcuni passaggi, non appaiono in seguito valori degni di nota. Il secondo tempo si apre, almeno nelle intenzioni, con una certa gravità quasi tragica. Poi la stanchezza dell’ispirazione diventa evidente e anche l’«allegro scherzando» conclusivo non riesce a sollevare sensibilmente il tono del concerto, che tutto sommato costituisce, nella produzione di Britten, poco più di una semplice curiosità. Bisogna aggiungere però che l’alta qualità dell’interpretazione ascoltata a Lugano ha fatto passare in seconda linea i limiti della composizione. Baiba Skride è stata una impareggiabile fraseggiatrice e ha estratto dal suo pregevolissimo strumento, tra l’altro, suoni acuti di una splendida luminosità. Dal canto suo Ivan Vukcevic ha messo in evidenza una bella e calda cavata ed è stato scattante e trascinante nei passaggi più decisi.

La seconda parte della serata ha offerto tre sinfonie da opere di Rossini («Guglielmo Tell», «Semiramide» e «Gazza ladra») in limpide e scintillanti esecuzioni. Dedico spazio all’ultima, forse la più nota e amata dal pubblico. Si distingue in particolare per la festosa esuberanza dell’esordio, che sembrerebbe l’introduzione a un melodramma di allegra comicità. Anche il titolo del melodramma medesimo, indicando come protagonista un uccello che commette un furto, suscita, con la sua stranezza, aspettative dello stesso genere. Tuttavia, la lettura del libretto e l’ascolto della musica smentiscono in buona parte questa impressione. La vicenda trae origine da un errore giudiziario realmente avvenuto in seguito al quale una domestica, accusata ingiustamente di aver rubato una posata di argento, fu condannata a morte; quando la verità venne a galla il comune di Palaiseau, dove i fatti si erano svolti, fece celebrare una serie di messe (chiamate «messes de la pie», «messe della gazza») in suffragio della povera domestica. Su questo argomento Jean-Marie-Théodore Baudouin d’Aubigny e Louis-Charles Caigniez crearono un dramma dal titolo «La pie voleuse ou la Servante de Palaiseau» che andò in scena a Parigi nel 1815. Il successo fu enorme, con centinaia di repliche, e si estese oltre i confini della Francia. Così Rossini, quando nel 1817 cercava una vicenda per un’opera da rappresentare alla Scala, decise di accettare un libretto in italiano sulla gazza ladra. Trovò che il soggetto era bellissimo. Oggi si fatica a condividere gli entusiasmi del Pesarese per un lavoro che sul piano drammaturgico lascia molto a desiderare. Ciò non gli impedì di scrivere pagine di valore, soprattutto per le parti serie dell’opera. Toccante è la scena in cui il padre della domestica, un vecchio militare, racconta il suo litigio con il capitano, che non gli consentiva di venire ad incontrarla, e la fuga per non essere giustiziato. Non meno commovente è il momento in cui la ragazza, in attesa di passare al patibolo, si congeda dal fidanzato e da un servitore affezionato (qui il pubblico francese versò molte lacrime). Poi tutto si risolse, un attimo prima dell’esecuzione, con la scoperta che il furto di due posate, imputato alla domestica, in realtà venne commesso da una gazza, che le aveva nascoste nel suo nido. In tal modo fu spianata la strada al lieto fine (a differenza del fatto storico, che si concluse tragicamente).

Carlo Rezzonico

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