Festival Verdi inaugurato con «La forza del destino»

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Spazio musicale

L’edizione 2022 del Festival Verdi di Parma ha preso avvio il 22 settembre con «La forza del destino» al Teatro Regio. È un’opera che gode di ampi favori presso il pubblico ma viene rappresentata raramente, forse a causa dell’impegno che chiede ai teatri. I personaggi sono assai numerosi e anche quelli relativamente poco presenti in scena hanno una notevole funzione da svolgere, per cui   devono essere affidati a cantanti validi o addirittura specializzati in determinati generi di interpretazione. Tale complessità nasce dal fatto che «La forza del destino» abbraccia una grande varietà di tipi umani e avvenimenti. Da un lato presenta membri dell’aristocrazia mescolati a una folla di gente comune, come paesani spagnoli e italiani, soldati, reclute, frati, questuanti, fanciulle e tanto altro ancora; dall’altro, svolge una vicenda che, complice una serie di casi incredibilmente sfortunati, il destino appunto, porta a una conclusione tragica. Ci si può domandare se questo strano intreccio costituisca una fonte di contraddizioni e quindi una debolezza dell’opera. Risponderei di no. Certamente negli episodi drammatici si susseguono fatti inverosimili, furiosi duelli e ricongiungimenti inimmaginabili. In più, il personaggio di Don Carlo è dominato da una sete di vendetta e un odio così efferato che lo rendono scostante. Ne scaturisce una storia alquanto ostica per le esagerazioni e la crudeltà. Comprensibile è dunque l’esigenza di stemperare le tensioni e gli orrori inserendo oasi di semplice umanità e perfino aspetti comici. Assolvono molto bene questo compito la vivacità, ma anche l’onestà, della zingara Preziosilla, gli affari di Mastro Trabuco e le bizzose intolleranze di Fra Melitone.

Detto questo, chi si distingue particolarmente e potrebbe essere considerato la figura dominante dell’opera? Se Don Alvaro con la passione amorosa ma anche la tristezza per l’ostilità di cui è oggetto a causa delle sue origini emerge con una caratterizzazione ben definita, se Don Carlo spicca per la cattiveria, se il Padre Guardiano si fa apprezzare con i suoi modi tranquilli e rassicuranti, da vero uomo dedito alla causa di Dio, il personaggio che si impone maggiormente e assurge a incontestabile protagonista è Leonora. La sinfonia utilizza largamente i motivi dell’opera e si tratta in gran parte di frammenti legati a lei. La donna canta due arie per ragioni diverse molto commoventi, all’inizio e alla fine, ma tocca un vertice di struggente concitazione nella scena con il Padre Guardiano davanti al convento.

A Parma, il direttore Roberto Abbado ha svolto per una larga parte dell’opera un lavoro, per così dire, di ordinaria amministrazione ma negli ultimi episodi ha preso quota e ha dato una versione convincente della partitura. Ai suoi ordini c’erano l’Orchestra del Teatro comunale di Bologna (un buon complesso, del quale merita un elogio speciale il primo clarinettista, distintosi nell’introduzione all’aria di Don Alvaro), il Coro del Teatro comunale di Bologna (istruito da Gea Garatti Ansini) e una compagnia di cantanti di ottimo livello: la soprano Liudmyla Monastyrska, dotata di voce ampia, vibrante ed estesa come pure di forte temperamento, il tenore Gregory Kunde, che dopo un inizio così così è venuto via via migliorando, uno straordinario Amartuvshin Enkhbat, un baritono ideale per la parte di Don Carlo. Buone le prestazioni di Marko Mimica come Padre Guardiano, ottime quelle di Annalisa Stroppa nei panni di Preziosilla (ha una tessitura assai alta, che la mette un poco in ombra nell’ottava bassa ma le consente di produrre acuti bellissimi, un vantaggio non da poco per una parte attribuita a una mezzosoprano ma che si spinge fino al do5) e degno di apprezzamento Roberto De Candia (un Melitone che a differenza di certi suoi colleghi non ha degradato la parte a quasi recitazione sguaiata ma ha cantato con buona voce e dando vita a intensa comicità senza esagerazioni). A posto tutti gli altri. Si può dire che lo spettacolo si è chiuso con un quarto atto di eccellente qualità, con una Monastyrska toccante, un Kunde che a voce calda ha trovato finalmente la giusta calibrazione dei suoi mezzi, un Enkhbat in gran forma, un Mimica capace di prestare al Padre Guardiano gli accenti di un autentico sacerdote, un Abbado uscito dalla mediocrità e assai valido nell’ottenere il meglio dall’orchestra e un regista che ha saputo dar vita in modo impressionante alla terribile conclusione della vicenda.

Sul piano visivo Yannis Kokkos, autore di scene, costumi e regia, ha operato con elementi architettonici fortemente semplificati e stilizzati, quasi da fiaba per bambini, sui quali sono state riversate luci (di Giuseppe Di Iorio) spesso assai belle ma sempre tendenti alle tinte scure. Certamente ci sarebbe da discutere sull’opportunità di presentare, per «La forza del destino» un apparato scenico di questo genere e di optare quasi invariabilmente per ombre e oscurità. Con un melodramma poi così lungo si corre il rischio della monotonia. In ogni caso, la regia merita plauso per il modo in cui ha mosso i personaggi e, non da ultimo, per aver collocato quasi sempre i cantanti vicino al proscenio, favorendo la percezione della loro voce.

Molto calde le accoglienze per i cantanti. Il direttore, invece, è stato oggetto di dissenso, ma non per ragioni artistiche, bensì per aver fatto venire il coro da Bologna, rinunciando ai servizi dell’ottimo coro locale. Tuttavia, gli scontenti hanno fatto sentire le loro proteste prima di ogni inizio d’atto e alla fine ma, molto civilmente, non hanno disturbato le esecuzioni. Con la musica c’è sempre stato un ammirevole silenzio.

Messa da Requiem

Il giorno dopo ho assistito, al Teatro Regio, a una splendida esecuzione della Messa da Requiem. Michele Mariotti, dal podio, ha saputo infondere con grande impegno e forte acume interpretativo una espressione molto sentita in ogni particolare della partitura. Ha potuto contare sull’ottima Orchestra sinfonica nazionale della RAI e sul Coro del Teatro Regio, preparato con l’abituale cura e competenza da Martino Faggiani. Quanto ai cantanti, direi che ognuno si è fatto apprezzare per ragioni diverse ma tutte ugualmente valide. Il basso Riccardo Zanellato è stato ammirato per una impostazione della voce sempre impeccabile e un profondo senso di austerità e gravità. Su una linea analoga, ma con qualche tocco di commozione, si è mossa la mezzosoprano Yarduhi Abrahamyan. Invece, il tenore Stefan Pop ha dato della sua parte una lettura intensamente sofferta, in linea con la musica di Verdi che, nonostante l’assunto religioso, non è opera di contemplazione ma piuttosto un rivolgersi dell’uomo a Dio con le sue ansie e le sue speranze. Da ultimo, sia detto ogni bene della soprano Marina Rebeka, per la prima volta ospite del Teatro Regio e al debutto nella parte. Possiede una voce affascinante per la qualità del timbro, che rimane puro e morbido su tutta l’estensione. Anche sul piano interpretativo ha conseguito risultati di alta classe, tanto nei momenti di dolcezza quanto in quelli richiedenti empito drammatico.

Traboccanti i consensi del pubblico per tutti gli esecutori; otto minuti di applausi e ovazioni al termine danno la misura del successo.

 

Carlo Rezzonico

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