Spettacoli di valore con “La sonnambula” e “Macbeth” a Como

Nov 15 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 667 Views • Commenti disabilitati su Spettacoli di valore con “La sonnambula” e “Macbeth” a Como

Spazio musicale

È gracilina la vicenda della “Sonnambula”: una comune storia di gelosia che si svolge in un villaggio svizzero di montagna all’inizio dell’800. Eppure, il genio di Bellini l’ha rivestita di melodie così belle, soavi, affabili e ariose nonché di colori strumentali così vivaci ma al tempo stesso delicati da farne un capolavoro. Alla fine c’è la sublimazione della protagonista, secondo l’uso dei tempi, qui però non nella follia ma in un dolce e morbido sonnambulismo. Nell’edizione dell’opera andata in scena il 24 ottobre al Teatro Sociale di Como il direttore Leonardo Sini, alla testa dell’ottima orchestra I Pomeriggi Musicali, ha messo in valore queste peculiarità con esemplare diligenza e acume interpretativo. È giovane, non ha ancora trent’anni, e penso che da lui ci si possa aspettare molto. In palcoscenico, nei panni di Amina, ha figurato onorevolmente Veronica Marini. Possiede buona voce, vocalizza bene e sale con bravura nella stratosfera dell’estensione (le sue prestazioni migliorerebbero ulteriormente se riuscisse a eliminare o almeno limitare i portamenti con cui accede agli acuti e ai sovracuti). Soprattutto si è ammirato in lei l’impegno nell’approfondimento del personaggio come pure il canto intenso e commosso. Mezzi ben calibrati ha messo in luce come Elvino il tenore Ruzil Gatin. Giulia Mazzola si è fatta apprezzare nell’importante parte di Lisa, l’albergatrice passata dalla tracotanza della tessitrice di intrighi all’umiliazione nella disfatta finale. Un caldo elogio sia fatto al basso Davide Giangregorio, che si è disimpegnato abilmente nel mostrare le ambiguità, ma alla fine anche l’onestà, del Conte Rodolfo. In una compagnia di canto raccolta con mano particolarmente felice, notevoli per volume e qualità di voce sono stati tutti i comprimari: Sofia Janelidze (Teresa), Luca Vianello (Alessio) e Claudio Grasso (notaio).

La regia di Raul Vazquez, a parte l’immancabile trasferimento della vicenda in altra epoca (un luogo comune negli allestimenti d’oggi), merita larga approvazione: ha svolto un lavoro intenso nello studio dei personaggi, non soltanto quello della protagonista, si è sempre mostrata all’altezza delle situazioni e ha assecondato fedelmente la musica di Bellini.

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Con “Macbeth” il Teatro Sociale di Como ha offerto, dopo “La sonnambula”, un altro spettacolo di alto valore. Hanno concorso al buon esito tanto la parte musicale quanto quella visiva. Angelo Veccia, già apprezzato l’anno scorso per una superba prestazione come Scarpia nella “Tosca”, ha dato nei panni di Macbeth una nuova prova delle sue notevoli capacità. Possiede una voce ricca di timbro, flessibile e omogenea su tutta l’estensione. Ha pienamente convinto alle prese con un personaggio straordinariamente complesso, che è assetato di potere e che per conseguirlo e poi mantenerlo compie una serie di efferatezze, tuttavia non senza dubbi, esitazioni, paure e rimorsi. Importantissima nella vicenda è anche la moglie, spregiudicata istigatrice, la quale svolge un ruolo essenziale nel produrre la rovina materiale e morale della coppia. A Como la parte era affidata a Silvia Della Benetta, una soprano dalla voce un poco ruvida (per una donna come Lady Macbeth era quella che ci voleva), incisiva, penetrante, capace di farsi sentire autorevolmente sopra i grandi affreschi corali ma soprattutto cantante intelligente, ottima fraseggiatrice e personalità dotata di temperamento forte. Il basso Alexey Birkus ha delineato con sicurezza la pacata ma intensa figura di Banco mentre il tenore Giuseppe Distefano come Macduff si è distinto grazie a una voce bella e squillante. Degni di elogio tutti gli altri. Sia detto ogni bene del Coro Opera Lombardia, istruito da Diego Maccagnola, in quest’opera chiamato in causa assai spesso, dai grotteschi interventi delle streghe (che Verdi considerava molto importanti), agli stupendi concertati che chiudono il primo e il secondo atto e al brano finale dal ritmo battente e originalissimo. Dal podio Gianluigi Gelmetti ha messo a profitto dello spettacolo la sua lunga esperienza; se nei primi atti non sempre l’esecuzione è stata caratterizzata dal massimo impegno e dalla massima accuratezza, nel quarto il direttore ha grandeggiato, estraendo dall’orchestra con mano finissima le stupende sottigliezze di un Verdi che, in quel punto, guardava molto in avanti; la scena del sonnambulismo, grazie anche alla bravura della soprano, ha attinto la perfezione.

Quanto agli aspetti visivi non mi par vero di poter elogiare per la seconda volta consecutiva la regia per i riguardi dedicati alla musica (l’ho fatto, come detto sopra, anche nel caso della “Sonnambula”). Elena Barbalich ha mosso i personaggi in modo efficace ma con discrezione e senza imporre loro posizioni o movimenti tali da rendere difficile l’emissione della voce. Ha anche lasciato che il preludio venisse eseguito a sipario chiuso, il che è giustissimo (molti registi nostri contemporanei, impazienti di sfogare il loro esibizionismo, lo fanno aprire non appena attacca l’orchestra e talvolta anche prima). Appropriati i costumi di Tommaso Lagattolla. Semplici ma capaci di creare le giuste atmosfere per ogni episodio le scene del Lagattolla stesso unitamente alle luci di Giuseppe Ruggiero; queste sono state affascinanti specialmente nell’ultimo atto, sia quando un vago color ruggine ha avvolto la desolazione del popolo sofferente, sia nel finale, dove una tinta azzurra si è intensificata progressivamente riflettendo il sollievo e poi l’esultanza della gente.

Molto pubblico (sempre più folto il gruppo dei ticinesi e in modo speciale dei bellinzonesi) e successo caloroso.

Musica nel Mendrisiotto

Musica nel Mendrisiotto ha ospitato il 3 novembre il pianista Giovanni Umberto Battel per un programma dedicato a Debussy e Ravel. Interprete scrupoloso, sensibile, tecnicamente agguerrito, il Battel si è trovato a suo agio tra le preziosità, le evanescenze e le rifrazioni del compositore francese. Ha suonato “Suite Bergamasque”, “Valse Romantique” e “La plus que lente”, valse. Ne ha dato esecuzioni limpide e convincenti, eccellendo particolarmente in alcuni momenti di ineffabile delicatezza. Poi è venuta “La valse” di Ravel, riveduta dallo stesso Battel. Una nota sulla partitura dice che inizialmente si scorgono dietro un velo figure sfuggenti di coppie impegnate a danzare valzer; a poco a poco il velo si dirada e appare un immenso salone con numerosissime persone che girano in un vortice mozzafiato. Tuttavia, non appena l’eccitazione raggiunge il massimo la musica cessa improvvisamente. Si può, semplificando, ravvisare una specie di programma di questo genere: la danza prende avvio, sconfina presto nell’eccesso, acquistando una connotazione negativa, e quando la ridda tocca il punto più sconvolgente finisce. Qui si è affacciato alla mia mente un curioso paragone con certi avvenimenti del mondo contemporaneo: l’evoluzione tecnica diventa sempre più rapida e invadente, avanza tumultuosamente, ignora gli aspetti umani, assume un significato negativo e si trasforma in una ridda tecnologica. Verrà il momento in cui si spezzerà a sua volta? Dalle mani del Battel “La valse” è uscita mirabilmente con tutti i suoi impeti, le sue turbolenze e i suoi contenuti sinistri. Il pubblico, che ha occupato ogni angolo della Sala Musica nel Mendrisiotto, ha intensamente applaudito.

 

Carlo Rezzonico

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