Eisler, Hindemith e Brahms ai Concerti dell’Auditorio

Mar 7 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 2194 Views • Commenti disabilitati su Eisler, Hindemith e Brahms ai Concerti dell’Auditorio

Spazio musicale

Hanns Eisler, compositore tedesco nato nel 1898 e morto nel 1962, mirava, secondo una citazione che trovo sul “Dizionario enciclopedico universale della musica e dei musicisti” della UTET, a “uno stile che al più alto livello artistico, riesca a raggiungere le grandi masse”. Era un’utopia. Il godimento artistico richiede una capacità intellettuale e soprattutto una sensibilità particolare che non esiste o esiste in misura insufficiente nella maggior parte degli uomini. Composizioni musicali (o quadri, sculture e così via) che trascinano le folle   raramente posseggono un valore artistico, al massimo servono come intrattenimento o come stimolo a certe azioni (nel caso di Eisler i cori rivoluzionari di operai, contadini e disoccupati o le musiche di agitazione e di lotta). Errato sarebbe anche l’opposto. Lavori estremamente studiati ed elaborati, pertanto riservati a una cerchia strettissima di ascoltatori, perdono il contatto con la vita, si riducono a elucubrazioni intellettualistiche, sono aridi e solo in casi eccezionali acquistano valore artistico. Penso che i compositori (o i pittori, gli scultori e così via) debbano rivolgersi a coloro che, senza essere specialisti e senza aver compiuto studi approfonditi, posseggano però una intelligenza attiva e molta sensibilità. Costoro possono costituire un pubblico alquanto vasto, ma pur sempre notevolmente più esiguo della massa. Un rapporto intenso tra artisti e pubblico di questo tipo può creare un presupposto favorevole per una fioritura artistica.

Con idee del genere nella mente ho ascoltato la “Kleine Sinfonie” op. 29 di Eisler, primo numero del concerto dell’Auditorio svoltosi il 13 febbraio. Ci sono motivetti spensierati, agili assoli dei fiati, improvvisi scotimenti dell’orchestra, molti contrasti dinamici e qualche concessione al grottesco. È sempre evidente il desiderio di piacere alla gente semplice o sempliciotta. Musica “al più alto livello artistico”, proprio no. Musica accessibile alle grandi masse, forse.

Il Concerto su antichi canti popolari per viola e piccola orchestra “Der Schwanendreher” di Hindemith, secondo numero della serata, inizia con una lunga cadenza del solista, poi l’orchestra entra con un fare un po’ pomposo e burbanzoso. La composizione è composta di frammenti nei quali ho trovato pochi spunti interessanti. Nella loro successione non ho ravvisato nessi artisticamente validi. Grava su tutto il colore scuro, dovuto anche all’organico (gli archi si riducono a violoncelli e contrabbassi). Sono abbastanza suggestivi i passaggi per la viola e l’arpa, ma più grazie ai timbri degli strumenti che alle idee musicali. L’indiscutibile bravura degli interpreti – Danilo Rossi come solista, Antonello Manacorda come direttore e l’Orchestra della Svizzera italiana – non è bastata per riscattare un lavoro a mio parere mediocre e appartenente alla produzione minore di Hindemith.

A risollevare gli assopiti spiriti hanno poi provveduto un elettrizzante numero fuori programma e la Serenata n. 1 in re maggiore per orchestra op. 11 di Brahms, una composizione giovanile, questa, che a tratti, specialmente nell’”adagio ma non troppo”, prende un respiro ampio e rivela già qualche aspetto rilevante della produzione successiva del compositore tedesco.

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La sinfonia numero 59 di Haydn, detta “Sinfonia del fuoco, che ha aperto il concerto dell’Auditorio del 27 febbraio, prende avvio in modo assai stringato. Ritmo e dinamica dominano il primo tempo. Il movimento è “presto”, abbondano note ribattute e brevi incisi ripetuti insistentemente, passaggi in “forte” e passaggi in “piano” si alternano senza tregua. Il secondo tempo utilizza due motivi di carattere diverso, piuttosto scontroso il primo, luminoso e sereno, con i primi violini in zona acuta, il secondo. Dopo il minuetto viene un “allegro assai” abbellito da interventi dei corni, che portano piacevoli note di colore. Markus Poschner, alla testa dell’Orchestra della Svizzera italiana, ha dato della sinfonia una lettura raffinata e sfumata, indubbiamente bella, ma nella quale parte del “fuoco” è rimasta sacrificata.

Ha fatto seguito il terzo concerto per pianoforte e orchestra di Bartok. Molti compositori e interpreti, quando giungono in età avanzata, effettuano una specie di decantazione tanto dei mezzi tecnici quanto dei contenuti e i loro lavori assumono caratteri di moderazione, serenità e talvolta spiritualità. Un processo simile a quello descritto, se non proprio uguale, è avvenuto anche in Bartok. Il terzo concerto per pianoforte e orchestra, scritto nel 1945, l’anno della morte, possiede attributi insoliti nella produzione del compositore, smussa gli angoli, rinuncia alla violenza ritmica e usa le dissonanze con una certa sobrietà, facendo posto a una attitudine meno aggressiva. Sono relativamente poche le pagine in cui la musica mostra i denti o si espande in sonorità lussureggianti, più numerose quelle delicate e introspettive: qui appaiono frammenti che sembrano punti interrogativi (all’inizio del primo tempo) o episodi indugianti a lungo in riflessioni amare (nel pregevolissimo secondo tempo). Roberto Cominati, che evidentemente ama questo concerto e l’ha studiato a fondo, ne ha dato una interpretazione maiuscola. Splendido, d’altra parte, il lavoro del Poschner e dell’orchestra.

La seconda parte è stata occupata dalla seconda sinfonia di Weill, nella quale il compositore mette pienamente in luce le sue particolari qualità: trasparenza, linee nitide, sonorità corpose, bei colori. In special modo si apprezzano i momenti elegiaci. Di nuovo sia detto ogni bene del Poschner e dell’orchestra. In questa alcune prime parti si sono distinte con esecuzioni assai belle dei numerosi assoli di cui la partitura è ricca.

Danza a Chiasso

Una serata di danza relativamente breve (circa un’ora, senza intervallo) ma molto concentrata è stata quella offerta il 21 febbraio al Cinema Teatro di Chiasso dal gruppo Parsons Dance. Benchè il programma menzionasse “atletici ballerini” io parlerei di veri e propri artisti. Infatti lo spettacolo ha presentato numeri mozzafiato sprizzanti esuberanza giovanile inframezzati da momenti lirici densi di sentimento, il tutto usando una tecnica che non ha rinnegato completamente quella accademica ma l’ha ampliata con elementi arditi e spregiudicati,  rimanendo sempre nell’ambito del gusto e del decoro. Nei ballerini e ballerine si sono apprezzate l’agilità, la rapidità dei movimenti, la disciplina (notevole nei pezzi d’insieme), ma anche la leggerezza, la fluidità e l’eleganza. Particolarmente affascinante (e continuamente sottolineato da manifestazioni di entusiasmo da parte degli spettatori) è stato il numero intitolato “Caught”, nel quale – uso ora le parole del foglio illustrativo distribuito al pubblico – “grazie all’uso delle luci stroboscopiche, il ballerino è catturato al culmine di salti ed evoluzioni che lo fanno apparire continuamente sospeso in aria in un gioco di luci e di sorprendente atleticità.” Teatro colmo e successo calorosissimo.

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Un altro appuntamento con la danza non meno importante è quello di sabato 7 marzo, per il quale sono annunciati “principals” del New York City Ballet (“principal” è il grado più elevato nella gerarchia della compagnia americana). Due grandi coreografi sono stati determinanti nella storia del New York City Ballet: Balanchine, nato a San Pietroburgo, russo naturalizzato americano, che nel Nuovo Continente ha rappresentato un tipo di danza avente carattere universale, senza particolari legami nazionali, e Jerome Robbins, nato a New York, il quale invece si è distinto come creatore avente inconfondibili attributi americani. Sarà dunque interessante vedere nello spettacolo che andrà in scena a Chiasso alcuni lavori di questi coreografi presentati da interpreti appartenenti a una delle più famose compagnie degli Stati Uniti (e del mondo). Con ciò il Cinema Teatro di Chiasso continua, nel campo della danza, su una linea particolarmente attraente e sicuramente di spicco nel nostro Cantone, che mi auguro venga mantenuta e possibilmente intensificata in futuro.

 

Carlo Rezzonico

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