Concerti notevoli dell’Orchestra della Svizzera italiana

Mar 6 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 163 Views • Commenti disabilitati su Concerti notevoli dell’Orchestra della Svizzera italiana

Spazio musicale

Tornata al LAC, dopo la breve ma interessante e gradita parentesi all’Auditorio di Besso, l’Orchestra della Svizzera italiana, sotto la direzione di Jérémie Rhorer e con la partecipazione del pianista Alexander Toradze, ha presentato il 6 febbraio un programma interamente russo.

L’ouverture da “Russlan e Ludmilla” di Glinka, in una esecuzione spumeggiante e coloritissima, è stata seguita dal concerto per pianoforte e orchestra op. 102 di Sostakovic. Nel primo tempo di questa singolare composizione il procedere vispo e spigliato del pianoforte come pure i festosi passaggi a pieno volume dell’orchestra danno vita a un’atmosfera improntata all’ottimismo. Si direbbe che il compositore abbia provato una matta gioia nel creare questa musica. L’”andante” reca un discorso pacato dello strumento solista che si svolge su uno sfondo orchestrale scuro: ma non c’è ombra di tristezza, non ci sono problemi né preoccupazioni. Infine il tempo conclusivo si concede a una sfrenata vitalità ritmica con il pianoforte spesso usato come strumento a percussione. In tutto il concerto la fantasia del compositore anima la musica con straordinaria ricchezza di idee. Quanto ho descritto costituisce a mio parere il senso e l’essenza del lavoro di Sostakovic. Il pianista Toradze, seguito con coerenza dal Rhorer e dall’orchestra, ha scelto però una strada completamente diversa. Nell’”allegro iniziale” ha rinunciato a “scolpire” nettamente le note e ha steso sulla musica un tenue sentimento di mestizia. L’”andante” è stato tutto una lunga e accuratissima meditazione, in cui il pianoforte, sul velo severo e austero teso dagli archi, ha sussurrato suoni che parevano venire d’oltretomba. In una interpretazione generalmente ovattata i momenti violenti e virtuosistici del pianoforte sono sembrati corpi estranei. Certamente di ogni composizione musicale si possono dare interpretazioni diverse e tutte valide, sia pure non nella stessa misura. Per chi ha accettato la concezione del Toradze (il quale tra l’altro ha mostrato una bravura tecnica fuori del comune) l’esecuzione ascoltata il 6 febbraio a Lugano sarà stata fonte di godimento; ma secondo la mia opinione il pianista si è spinto troppo in avanti nella ricerca di delicatezze e intimità.

La terza sinfonia di Cajkovskij, posta a conclusione della serata, non possiede le qualità che hanno fatto celebri la quarta, la quinta e la sesta. Dopo una esecuzione a San Pietroburgo il critico musicale e amico del compositore Hermann Laroche la elogiò ma trovò anche che il finale era piuttosto secco. Per parte mia penso che tale aggettivo possa essere esteso a tutti gli altri tempi. Molti sono gli episodi scarsamente ispirati e che tentano di reggersi con vari artifici (come l’abuso di imitazioni). Il Rhorer, dal podio, e l’Orchestra della Svizzera italiana in ottima forma hanno saputo ricavare tutto quanto era possibile da una partitura che solo a tratti e debolmente rispecchia il genio dell’autore.

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Il concerto del 23 febbraio, sempre nel quadro della stagione OSI al LAC, è stato speciale per almeno due ragioni. In primo luogo, perché ha replicato il programma di un giro effettuato dall’orchestra in diverse città della Germania e della Svizzera: Colonia, Regensburg, Essen, Stoccarda, La Chaux-de-Fonds e Ginevra. Questa serie di concerti fuori casa ha raccolto ampi consensi, anche dalla critica tedesca, nota per la sua competenza e severità. Miglior successo il direttore Poschner e il complesso ticinese non avrebbero potuto sperare.

In secondo luogo, la serata del 23 febbraio al LAC è stata speciale per l’eccellenza delle esecuzioni. L’unica riserva concerne l’interpretazione della sinfonia dell’”Italiana in Algeri”, che è stata accuratissima, ma che avrei preferito più colorita, più scintillante, più rossiniana insomma. Una impressione diversa ho ricevuto invece dall’esecuzione della sinfonia del “Barbiere di Siviglia (o meglio anteposta dal compositore al “Barbiere di Siviglia” togliendola da altre opere), suonata fuori programma al termine della serata: qui la meravigliosa finezza di ogni particolare non ha impedito il manifestarsi per così dire a pieno regime dell’inconfondibile vena del Pesarese. Già nell’”andante maestoso” iniziale, dopo gli accordi in fortissimo di tutta l’orchestra inframmezzati dalle figurazioni ascendenti a note staccate degli archi e del fagotto, l’emergere dell’oboe, con le note lunghe non solo eseguite diligentemente, ma anche rese attraenti da delicate e quasi impercettibili variazioni di volume e colore, veramente “dolci” come scritto sulla partitura, ha rappresentato un piccolo capolavoro interpretativo. Il che serva come esempio in rappresentanza di cento altri momenti di uguale fascino.

Veniamo ora al terzo concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven, presentato su una linea di rigore c controllo severo, eppure con grande ricchezza di umori e accenti. Credo che anche gli ascoltatori più assidui ai concerti sinfonici e che del capolavoro beethoveniano conoscono ogni nota abbiano trovato nell’interpretazione offerta al LAC tutto quanto potevano desiderare. Equilibrio impeccabile, fusione perfetta e bellezza delle sonorità non sono mai venute meno. Cito un esempio di eccellenza, ancora una volta in rappresentanza di cento altri. All’inizio ho apprezzato la netta differenziazione delle tre versioni del motivo principale: la prima da parte degli archi in unisono, in “piano”, con un tono severo e misterioso, la seconda affidata ad accordi di oboi, fagotti e corni, quindi in chiaro contrasto timbrico e armonico, con una espressione di lamento, grazie in particolare allo “sforzando” sul terzo accordo, che è stato molto ben dosato (alcuni direttori lo trascurano, altri calcano troppo la mano), la terza, infine, poderosa e trionfante. In un’ottima intesa con il direttore la pianista Khatia Buniatishvili ha messo in luce qualità eccezionali. Ha mano sciolta e leggera, da cui la musica fluisce con naturalezza e semplicità, eppure portando tutte le sfumature e i valori espressivi di una straordinaria sensibilità. D’altra parte, sa produrre, dove occorre, potenza ed empito. Per citare, sempre a titolo di esempio, un particolare, menziono il suo modo di eseguire i saliscendi, dove la musica sembra sprofondare paurosamente nel vuoto per poi rimbalzare verso la zona acuta in un respiro musicale fortemente suggestivo.

Nella seconda parte della serata la sesta sinfonia di Schubert, dopo un capolavoro come il concerto beethoveniano, ha fatto figura di cosa gracilina. Tuttavia, l’esecuzione, sempre di alto livello, ha supplito per quanto possibile alle sue debolezze. Così si sono apprezzati la spigliatezza dell’”allegro”, la bonarietà dell’”andante” e dello scherzo come pure l’ammiccante e sorridente andamento dell’”allegro moderato”.

Il successo è stato pieno per il Poschner, l’Orchestra della Svizzera italiana e la Buniatishvili. Questa si è compiaciuta nel recitare la parte di diva, approfittando tra l’altro di una presenza assai bella. Si è mostrata con un ampio e vistoso vestito tutto rosso. Ha esibito la sua lunga capigliatura scagliandola all’indietro nei momenti salienti. Ma ha riscosso ugualmente molte simpatie, innanzitutto per l’innegabile bravura di artista, poi per l’atteggiamento aperto e cordiale nei confronti del pubblico e, cosa meno comune, degli orchestrali.

 

Carlo Rezzonico

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