Venti di guerra

Apr 7 • L'editoriale, Prima Pagina • 316 Views • Commenti disabilitati su Venti di guerra

Eros N. Mellini

Sono in apprensione. 80 anni di pace in Europa, dopo i due sanguinosi conflitti mondiali. Gli europeisti ne attribuiscono – a torto – il merito all’esistenza dell’Unione europea. Quest’ultima, nata nel 1957 come Mercato comune europeo (MEC), quale «sequel» della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) che dal 1951 regolava il mercato in questi soli due settori, costituiva un accordo puramente economico (libera circolazione di merci, servizi, capitali e, ahimè, delle persone). Quindi, niente a che vedere con la pace o con la presunta assenza di conflitti sul territorio europeo. Già, solo presunta, altrimenti come chiamare le botte da orbi che hanno funestato i Balcani a seguito del disfacimento della Iugoslavia? Ma anche prendendo quest’ultime come bagattelle insignificanti e non facenti stato nel contesto globale – casi isolati, si direbbe oggi – la pace sul territorio europeo, oltre che dall’impiego del tempo necessario a leccarsi le ferite e alla ricostruzione, fu dovuta soprattutto alla guerra fredda, ossia al potere deterrente dell’arma atomica in possesso dei due blocchi antagonisti: Unione sovietica e Stati satelliti da una parte, e USA e alleati europei ed extraeuropei dall’altra. È infatti la minaccia di una guerra atomica, delle cui conseguenze si era avuto un modesto assaggio a Hiroshima e Nagasaki, che fece superare indenni delle crisi come quella dei missili russi a Cuba nel 1962.

Il cancro odierno: la politicizzazione dell’UE

Purtroppo, passando da varie fasi – MEC-CEE-CE-UE – quello che era una redditizia alleanza commerciale di mutuo interesse per gli Stati membri, a partire dalla «dichiarazione solenne sull’Unione europea» (Dichiarazione di Stoccarda) del 1983, con i successivi trattati [Maastricht (1992), Amsterdam (1999), Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (2007) e Lisbona (2009)], cedette il passo alla megalomania di coloro che la dirigevano e che, montatisi morbosamente la testa, agognavano a una unione politica dell’Europa. Una sorta di Stato sovrannazionale sul tipo di quello federale degli Stati uniti. Con tanto di potere esecutivo, la Commissione europea, legislativo, il Parlamento europeo e giudiziario, la Corte di giustizia UE (CGUE). Dimenticavo: anche una Banca centrale che, con l’euro, ha cominciato a battere moneta comune a tutti gli Stati che vi hanno aderito (e la cui maggior parte, probabilmente, oggi lo rimpiange amaramente). Una BCE che ha letteralmente inondato l’Europa di banconote, denaro che, prestato generosamente a destra e a manca, ha praticamente legato mani e piedi agli Stati membri i quali, non essendo in grado di restituire il debito, sono obbligati a stare sul carro europeo nella (poca) buona e (tanta) cattiva sorte.

Una escalation di assurdità

Man mano che l’evoluzione politica dell’UE quale Stato sovrannazionale procedeva, aumentava anche la febbre delle regolamentazioni a oltranza, buona parte del tutto assurde. Vi ricordate la curvatura massima dei cetrioli, il diametro minimo delle mele o il numero minimo di piselli in un baccello? E come queste, una quantità di altre regole inutili, che creano molto fastidio e nessun vantaggio pratico per i paesi membri, il cui unico scopo mi sembra essere la sadica vessazione di quest’ultimi, cui si vuole imporre e sottolineare il loro stato di sudditanza. Una Confederazione di Stati dovrebbe occuparsi di una politica estera comune, di una altrettanto comune difesa, e di pochi altri settori nei quali una competenza collettiva sia considerata più efficiente di quella che potrebbero assicurare i singoli Stati. Invece ci troviamo di fronte a un apparato burocratico gigantesco che, per giustificare la sua esistenza, ritiene di dover ficcare il naso in tutti gli affari interni dei membri, subissandoli di nuove leggi e regolamenti.

Una megalomania che si sta facendo pericolosa

Se al penultimo presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, l’assurdità di certe decisioni dell’UE poteva essere attribuita al suo perenne stato di ebbrezza etilica, questa attenuante non può essere concessa all’attuale primadonna, Ursula von der Leyen. Con la differenza, oltretutto, che, mentre l’allegro sommelier, fra un barcollamento e l’altro, si limitava a blaterare e distribuire baci odorosi di vino alle sue omologhe femminili che incontrava (a quelli maschili riservava qualche affettuoso schiaffetto), l’attuale «caudilla» è affetta da una vera e propria mania di grandezza non inferiore a quella del suo famigerato compatriota di qualche anno fa. Non si è ancora attribuita il titolo di «Führer», ma ne sta pericolosamente ricalcando le orme.

Francamente, gli 800 miliardi per l’armamento di un esercito europeo, non possono suscitare entusiasmo ed esaltazione, tanto più sapendo che il nemico – fortunatamente solo nella sua testa bacata, per fortuna – sarebbe una delle due massime potenze nucleari al mondo. C’è da sperare che gli Stati membri dell’UE – i cui figli sarebbero le prime vittime di una guerra non voluta da loro, ma da una piccola accozzaglia di esaltati che tengono bordone a questa invasata, il francese Macron in primis – abbiano la volontà e la forza di impedirglielo. E che – con o senza l’intervento di Trump – si possa arrivare alla pace in Ucraina, prima che su questo fronte si arrivi a un punto di non ritorno, rendendo inevitabile la Terza guerra mondiale. E, vista la «classe politique» che ci troviamo a Berna, magari con un coinvolgimento diretto della Svizzera.

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