Una «Bohème» giovanile al Teatro Sociale di Como
Spazio musicale
Opera Lombardia, in coproduzione con il Teatro Regio di Parma e i Teatri di Reggio Emilia, nonché in collaborazione con Opera Europa, ha organizzato, allo scopo di commemorare il centenario della morte di Giacomo Puccini, un concorso tra artisti di età non superiore ai trentacinque anni, che sono stati invitati a presentare un progetto di regia per «La Bohème». Ne è uscita vincitrice la squadra di Marialuisa Bafunno, il cui lavoro ha servito per la serata inaugurale della stagione lirica 2024/2025 del Teatro Sociale di Como il 26 settembre, con replica il 28. Concetto fondamentale è stata la visione del melodramma pucciniano attraverso gli occhi di un artista anziano che trova una scatola di ricordi del periodo più felice della sua giovinezza. Questo personaggio muto, prima dell’attacco dell’orchestra, attraversa il palcoscenico e si siede accanto a un tavolino collocato in un angolo; poi di quando in quando interviene mescolandosi nell’azione. L’idea, in sè sicuramente originale e suggestiva, ha però contribuito poco all’approfondimento dei fatti e nella scena finale è risultata anche ingombrante. Per il resto invece la regia ha dato vita alla vicenda in modo appropriato, con molte idee e baldanza giovanile.
Vengo alla parte musicale, che era nelle mani di Riccardo Bisatti, giovane a sua volta ma già bene in carriera. Ha messo l’orchestra alla frusta con tempi piuttosto veloci, una attenzione scrupolosissima a ogni particolare ed energia straordinaria. Nel primo atto, fino all’arrivo di Mimì, ho avvertito un che di meccanico, ma con i vantaggi di mettere in evidenza preziosi particolari che solitamente passano inosservati, di offrire all’ottima Orchestra I pomeriggi musicali la possibilità di mostrare la sua bravura e non da ultimo di conferire risalto alla modernità di un Puccini che guarda in avanti e non teme l’uso di aggiornatissime risorse tecniche. A partire dal primo incontro dei due innamorati, tuttavia, le grandi onde melodiche del Lucchese hanno preso il sopravvento manifestando senza esitazioni tutta la loro intensità. Parlerei, riassumendo, di una interpretazione al tempo stesso analitica e ridondante di slancio ed espressione.
Chi scrive appartiene al gruppo dei frequentatori dei teatri d’opera che gradisce compagnie di canto giovani nella speranza di conoscere e apprezzare forze nuove, tali da assicurare a questa forma d’arte un futuro attraente. Al riguardo considero doveroso cominciare dalla soprano Maria Novella Malfatti, interprete della protagonista femminile: la sua voce possiede limpidità, volume e smalto. Lo spessore può sembrare quasi eccessivo per Mimì e fa sorgere il desiderio di sentirla anche in parti verdiane. Deliziosa è stata la cinese Fan Zhou, che grazie a mezzi estesi e incisivi dispone delle risorse giuste per la capricciosa e spensierata Musetta. Sul versante maschile mi è piaciuto il baritono Junhyeok Park: ha saputo grandeggiare con esuberanza ed empito vocale alla fine della seconda scena del primo atto (quella del Caffè Momus) quando sta per riconciliarsi con Musetta. Il discorso cambia tono a proposito del tenore Vincenzo Spinelli, dotato di una voce che sale con una certa facilità agli acuti, però stretta e priva di quella ricchezza timbrica e di quello squillo che si desidererebbero in un tenore lirico grande innamorato. A posto gli altri cantanti.
Teatro gremito. Molto entusiasmo. Piuttosto misera la decorazione della sala con piante verdi. Fatta eccezione per alcuni rari spettatori in tenuta decisamente trascurata (un tempo a chi si presentava così veniva vietato l’ingresso) ha assistito allo spettacolo un pubblico decoroso ed elegante.
Carlo Rezzonico
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