Tolleranza, un termine vieppiù abusato

Lug 9 • L'editoriale, Prima Pagina • 181 Views • Commenti disabilitati su Tolleranza, un termine vieppiù abusato

Eros N. Mellini

«La tolleranza arriverà a un livello tale che alle persone intelligenti sarà vietato fare qualsiasi riflessione per non offendere gli imbecilli».

In Internet mi sono imbattuto in questa frase attribuita a Fëdor Dostoevskij e non posso fare a meno di osservare come sempre più si addica alla situazione che stiamo vivendo oggi a livello planetario.

Senza risalire troppo indietro nel tempo, paragono la situazione attuale con quella della mia infanzia – immediato dopoguerra e seconda metà del secolo scorso. A quel tempo c’erano delle regole inderogabili – osservanza della legge, rispetto per genitori, docenti e, perché no, del parroco alle cui lezioni di catechismo dovevamo partecipare in quanto materia scolastica. Dei genitori il cui verbo era un dogma, dei docenti che punivano le intemperanze eccessive con qualche sberla. Perché, giustamente, un comportamento che derogava dalla norma era considerato un’intemperanza e non, come oggi, un legittimo diritto di infrangere le regole in virtù di una male interpretata libertà di pensiero.

Giusto? Sbagliato? Probabilmente un po’ l’uno e un po’ l’altro, ma una cosa è sicura: nella società regnava un ordine dieci, cento o addirittura mille volte superiore al caos in cui ci troviamo a vivere oggigiorno.

Intendiamoci, anche allora non mancavano gli intemperanti, i ribelli, i contestatori, ma la società puniva gli sgarri e normalmente, in età adulta, queste stesse persone si adeguavano alle regole e rientravano nei ranghi, pronti ad assicurare la continuità di un regime tutto sommato non poi così malaccio. Da genitori imponevano a loro volta il proprio dogma ai figlio, da docenti qualche benefica sberla agli alunni, da parroco le spesso indigeste lezioni di catechismo. I «teenager» inglesi, urlanti ai concerti dei Beatles, per esempio, a un certo punto smettevano di far chiasso e – pur continuando ad ascoltare la musica dei loro beniamini – si attrezzavano di bombetta e ombrello e andavano a lavorare nella City. Giuste o sbagliate che fossero – ma forse, più che sbagliate dovrei dire a volte incomprensibilmente severe – le regole erano regole e la società non si adeguava alle intemperanze, bensì le puniva.

Ma venne il ‘68

Purtroppo, la generazione uscita indebolita dalla Seconda guerra mondiale – al motto «non voglio che i miei figli soffrano quanto ho sofferto io» – adottò nei confronti della propria progenie un atteggiamento sempre più indulgente, dapprima concedendo deroghe, per poi elevare a poco a poco quest’ultime a riconoscimento di legittime rivendicazioni. E si raggiunse il culmine con i moti studenteschi del ’68, a seguito dei quali genitori, docenti, politici e autorità all’unisono calarono le brache perdendo del tutto qualsiasi controllo della situazione.

Da allora è stata una sempre più rapida progressione, o meglio una sfrenata deriva, di aberrazioni che hanno stravolto una fino ad allora tranquilla e ordinata esistenza di certezze e sicurezza.

La tolleranza verso l’ostentazione

La parola d’ordine è stata «tolleranza». E fin qui, entro certi limiti, la cosa non è negativa. Tollerare idee e comportamenti diversi fintanto che non infrangano le regole della convivenza comune, può senz’altro essere considerato un passo avanti rispetto alla cieca repressione degna della Santa Inquisizione. Vivi e lascia vivere, per carità! Due omosessuali che pratichino la loro attività sessuale privatamente, non danno più fastidio di un adolescente che si faccia una «pippa» seduto sul water di casa sua. Ma altrettanto, inneggiare in pubblico all’omosessualità con manifestazioni tipo quelle dell’odierno movimento LGBT, è come incoraggiare gli adolescenti ad esercitare in pubblico il loro sesso manuale. Tolleranza sì, ma passare dal cieco ostracismo dell’omosessualità – addirittura considerata in certi paesi come reato penale – all’ostentazione pubblica della stessa con «Love parade» e scritte «Gay is beautiful» sulla maglietta mi sembra un tantino esagerato. Ecco, è proprio questa ostentazione a dare fastidio. Rivendicare l’appartenenza alla «normalità» manifestando in pubblico comportamenti che dovrebbero appartenere allo stretto privato, è un paradosso. La «normalità» non ha bisogno di essere ostentata.

La tolleranza elevata arbitrariamente a imposizione

Il peggio è che, in linea con questa aberrante deriva, lo sciagurato pensiero dominante – per gli amanti degli anglicismi, il «mainstream» – ci vuole imporre l’abuso della tolleranza. E allora – cosa che l’UEFA ha giustamente rifiutato – si vorrebbe illuminare lo stadio di Monaco con i colori arcobaleno, simbolo del movimento LGBT, in occasione dell’incontro Germania-Ungheria. E tutti a urlare contro il rifiuto dell’UEFA e contro il regime di Orban in Ungheria che, a giusta ragione, si oppone a questo abuso della tolleranza.

Mi sorge il sospetto – ma è praticamente una certezza – che la politica ceda sempre di più alle pretese di questi movimenti gay e gender, unicamente per fini elettorali, incurante del fatto che, così facendo, il mondo si trasformerà ben presto da ideale oasi della tolleranza a «casa di tolleranza».

 

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