Icona dell’ingratitudine

Dic 20 • L'opinione, Prima Pagina • 253 Views • Commenti disabilitati su Icona dell’ingratitudine

Dalla Weltwoche del 19 dicembre 2019 l’editoriale di Roger Köppel

Perché Greta Thunberg ci ricorda l’importanza di essere riconoscenti.

La dichiarazione più significativa dell’anno ci arriva dall’attivista del Greta Thunberg in una requisitoria pronunciata con voce tremante in occasione del vertice delle Nazioni unite sul clima, a New York il 23 settembre scorso. La sedicenne svedese, schiumante di rabbia, ha letto queste frasi che hanno rapidamente segnato per sempre la coscienza collettiva di un pubblico mondiale: «Come osate? [. . .] Avete rubato I miei sogni e la mia infanzia con le vostre vuote parole». Questo discorso incendiario s’indirizzava agli adulti riuniti in seduta plenaria. A causa della loro inazione in materia di politica climatica, starebbero per annientare il pianeta. La giovane icona Greta ha denunciato la generazione dei suoi genitori a nome di tutti. È stato il grido primordiale, violento e sconvolgente di un’adolescente che, di fatto, accusa i suoi genitori di averle rubato la sua vita.

Come padre di quattro figli, il discorso di Greta mi ha irritato non perché ne respingo i presupposti politici e le conclusioni dell’apocalisse verde. Li respingo, ma non sono state le ragioni della mia irritazione. Ciò che mi ha soprattutto fatto arrabbiare è stata l’ingratitudine completamente egocentrica ed egoista di questa ragazza che ha rimproverato sfrenatamente la generazione dei suoi antenati. Greta non è sembrata pensare neppure per un secondo che il mondo nel quale ha avuto la fortuna di crescere in condizioni peraltro privilegiate, è l’opera di queste generazioni e delle generazioni che le hanno precedute, contro le quali si sta scatenando con tanto odio. Naturalmente, Greta è solo un’adolescente, e una delle particolarità degli adolescenti è il loro egocentrismo e il loro egoismo. E quindi, la virulenza e l’ostilità del suo intervento non avevano dopotutto nulla di straordinario. Anzi, in sintonia con i tempi. Viviamo in un’epoca ingrata e Greta è l’icona di questa ingratitudine.

 

Il fatto che questo discorso di odio sia stato mondialmente plebiscitato è inquietante. Le persone appena offese da Greta erano felici, affascinati dall’essere stati vittime del feroce attacco di questa ragazza. Come dei masochisti gementi di piacere sotto la frusta, sembravano essere appagati da questi amari sproloqui. Per chiarire, non ho nulla contro la protezione dell’ambiente o contro le proteste giovanili. Posso perfino, in una certa qual misure, capire le recr4iminazioni di Greta. Colpito dal deperimento delle foreste, io stesso mi recai nell’Europa dell’est a osservare il biancore degli alberi morti. Posso comprendere tutto ciò, ma quello che mi sembra strano, decisamente inquietante, è l’idolatria collettiva nei confronti di questa ragazza, che fa delle sue preoccupazioni per l’ambiente una dichiarazione di guerra alla generazione dei suoi genitori.

L’esempio dell’icona dell’ingratitudine Greta ricorda a che punto la virtù della gratitudine sia importante e facilmente dimenticata. Non sto parlando semplicemente di saper dire gentilmente grazie per un regalo o un servizio reso. E nemmeno si tratta del tipo di gratitudine che si prova dopo l’esito positivo di una transazione o di un acquisto che si rivela redditizio per entrambi le parti. La gratitudine è qualcosa di più profondo, d’esistenziale, è un atteggiamento, una filosofia di vita senza la quale una società non può durare, sopravvivere. Il sociologo tedesco Georg Simmel ha presentato in una bella formula la gratitudine come «la memoria morale dell’umanità». Intendeva con questo dire che qualsiasi  «socializzazione» è fondata sulla «sopravvivenza delle relazioni al di là del momento nel quale hanno visto la luce». Simmel scriveva che la gratitudine era un «affetto lirico». «Circolando in permanenza nella società», la gratitudine diventa uno dei suoi «leganti più potenti».

La gratitudine, in particolare verso le generazioni precedenti, verso i nostri genitori, i nostri nonni, i nostri avi e tutti coloro grazie ai quali i nostri antenati hanno potuto guadagnarsi la vita, è per Simmel l’«humus fertile dei nostri sentimenti» senza il quale non ci possono essere né società, né convivenza, né solidarietà. La gratitudine creata dal legame, dalla relazione, è «connessa» a ciò che fu, che è, ma anche a ciò che sarà. Si è riconoscenti ai propri genitori di essere in vita, senza aver fatto niente a questo proposito. Ma si è anche riconoscenti per tutte le realizzazioni e le conquiste delle generazioni precedenti, senza i cui sacrifici, successi e conoscenze la nostra vita sarebbe ancora più difficile, se non avversa, nonostante tutte le sofferenze e i problemi irrisolti. La gratitudine è lo stato d’animo fondamentale delle persone che sono riuscite a proiettarsi oltre sé stesse.

Nella gratitudine risuona il rispetto e l’umiltà verso ciò che siamo diventati. La gratitudine significa avere la consapevolezza che la vita è un regalo e anche un obbligo di trarne il meglio. In tutta logica, la gratitudine è per forza di cose il rifiuto di un pensiero sovversivo, rivoluzionario – diciamolo senza giri di parole – autistico, di una mentalità da tabula rasa che vuole spianare tutto ciò che intralcia la propria realizzazione. I fan di Greta adorano questo autismo aggressivo, questo culto della gioventù che dice di voler evitare l’apocalisse, che si appresta a sconvolgere i rapporti di Palazzo federale a Berna. Opponiamoci a questo: la gratitudine è modestia, è soprattutto la consapevolezza che le mie preoccupazioni, opinioni e speranze personali non sono l’unica cosa che conta. «La gratitudine», come diceva Cicerone, «non è solo la più grande di tutte le virtù, ma anche la madre di tutte le virtù». Chi è riconoscente sfugge alla prigione del suo io. La gratitudine, e non l’interesse personale, è il mastice della coesione sociale.

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