Sottile come un filo di seta

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Dalla Weltwoche del 16.04.2020 l’editoriale di Roger Köppel

Roger Köppel, consigliere nazionale e capo-redattore della Weltwoche

Il Consiglio federale naviga alla cieca. Il suo arbitrio deve finire. 

Sappiamo di non sapere niente. Il Consiglio federale prolunga il Lockdown sino a fine mese.

Scenari d’uscita non ce ne sono. Un piano non è ancora in vista. Non abbiamo il benché minimo sentore di una presentazione dei dati e dei modelli sulla base dei quali il governo nazionale intende elaborare la sua politica. I media hanno sostanzialmente abdicato dal loro ruolo di istanza critica. Siamo tutti consiglieri federali.

Perfino gli Stati più duramente colpiti, Spagna e Italia, stanno pensando a un allentamento. Gli Austriaci hanno riaperto i negozi. Vige il rigoroso obbligo di indossare la maschera di protezione. Danimarca e Norvegia riaprono in questi giorni o fra breve le loro scuole. Nella Repubblica ceca – pure con l’obbligo della maschera –  negozi di biciclette, di prodotti da giardinaggio e campi da tennis sono accessibili, seppure a determinate condizioni.

In Svizzera, la politica e il giornalismo sono occupati a darsi reciprocamente delle pacche sulle spalle. Chi critica si rende impopolare. Uno stato maggiore di crisi grigionese trova essere una buona idea che gli utilizzatori di case di vacanza annuncino la loro età alle autorità. Ancora meglio, che restino a casa. Ci si crogiola nell’infallibile mancanza d’alternative della politica ufficiale.

Ciò che non quadra, non esiste. La Svezia, per ciò che riguarda contagi e decessi sta meglio della Svizzera e di molti altri Stati europei. I paesi nordici hanno rinunciato a un lockdown per tutti, proteggendo invece in modo mirato i gruppi a rischio. Non c’è stata né un’esplosione dei contagi, né tantomeno un crollo del sistema sanitario. La società diventa più rapidamente immune all’agente patogeno. È possibile che, alla fine, la Svezia ne uscirà meglio degli altri.

Nessuno afferma che i governi si sono trovati a prendere delle decisioni facili. L’approccio a un nuovo tipo di patologia pone esigenze altissime. Nessuno era pronto. La maggior parte dei politici, non solo il presidente USA Trump, non si è dimostrata all’altezza. I minimizzatori sbagliano quanto gli esagerati. Brancoliamo alla cieca di fronte alla realtà di un virus che sta buttando all’aria il mondo con la forza della natura.

Il Consiglio federale si appella, per le sue decisioni, alle conoscenze scientifiche e all’imprevedibilità della malattia. Senza dubbio, la scienza è importante. Bisogna ascoltare i virologi e i medici. Riveste un ruolo essenziale anche come l’agente patogeno agisce sugli esseri umani. Ma la scienza non è Dio, e in governo non siedono né epidemiologi né virologi, bensì politici. Loro devono decidere. Si spera, su una solida base scientifica.

E qui s’inserisce la critica. Il Consiglio federale non presenta alcun dato. Non abbiamo idea sulla base di quali calcoli si agisce. Ai primi segnali di crisi c’è stato il lockdown. C’è stata comprensione. L’obiettivo era l’abbassamento della curva dei contagi per evitare un intasamento degli ospedali. L’obiettivo è stato raggiunto, ma il lockdown è stato prolungato. Perché? Nella sua ultima comunicazione, il governo non ha fornito alcuna concreta motivazione. La decisione era sufficiente di per sé stessa. Benvenuti nella monarchia.

Il fotomontaggio in copertina non è satira a buon mercato. Illustra perfettamente la realtà dei fatti. Purtroppo. Il Consiglio federale naviga perlopiù alla cieca attraverso questa crisi. Nella lotta contro una pandemia, due indicatori sono imprescindibili. Il governo non ne conosce nemmeno uno: contagio e mortalità. Tutto il resto dipende da essi. Quali misure sono appropriate? Chi deve essere particolarmente protetto? Chi deve egli stesso proteggersi efficacemente? È necessaria la chiusura dell’economia e della società? E, soprattutto, come si procederà una volta domate le prime fiamme? Come ci prepariamo a nuove ondate di contagio?

A questo riguardo, dal governo svizzero non abbiamo finora sentito niente. Assolutamente niente. Quando fu imposto il lockdown, il coronavirus era tre volte e mezzo più contagioso e da trenta a cento volte più letale dell’influenza. Le istituzioni e le autorità, diffondendo le loro errate previsioni, remavano controcorrente. La quota di contagi dovette essere corretta della metà verso il basso, il coefficiente di mortalità moltiplicato per il fattore 25. Secondo un nuovo studio dalla Germania, la mortalità per coronavirus ammonterebbe allo 0,37% dei contagiati. Un’influenza stagionale ha un equivalente valore dello 0,1%. Di SARS morì il 10% dei contagiati.

A scanso di equivoci: il coronavirus è pericoloso. Bisogna prenderlo sul serio. Ma dobbiamo anche tener conto degli effetti collaterali della cura federale. Il lockdown costa all’economia 500 milioni di franchi – al giorno. Al mese, la Svizzera perde dai 15 ai 20 miliardi di franchi. I programmi d’aiuto stanno divorando le riserve degli ultimi cinquant’anni. Vaccini e terapie efficaci sono previsti fra dodici e diciotto mesi. Al minimo. Nessun paese può essere tenuto così a lungo in coma artificiale. Non esiste alcuna soluzione facile. Si cercano difficili compromessi.

Una cosa è chiara: il dispotismo arbitrario del Consiglio federale deve finire. L’intrasparenza serve solo ai potenti che vogliono tenersi aperte tutte le via d’uscita e tutti i pretesti. I rischi sono ripartiti in modo disuguale. Gli scienziati non devono rispondere della loro ignoranza. Anche gli errori e le esagerazioni del governo li pagano altri. Il Consiglio federale si presenta come nobile salvatore di vite e distributore di denaro che non gli appartiene. Nel caso del coronavirus recide con eleganza, quasi inosservato ma nel contempo applaudito, il legame – in politica sottile comunque come un filo di seta – fra decisione e responsabilità.

La Svizzera, disconnessa come sotto effetto della droga, deve svegliarsi dal coma.

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