Socialisti e musulmani pro e contro l’iniziativa antiburqa

Feb 19 • Dalla Svizzera, L'opinione, Prima Pagina • 64 Views • Commenti disabilitati su Socialisti e musulmani pro e contro l’iniziativa antiburqa

Giorgio Ghiringhelli – Promotore iniziativa ticinese “antiburqa”

Negli scorsi giorni si è saputo che a far parte del Comitato costituitosi  in Ticino contro l’iniziativa antiburqa vi sono, oltre a tutta la costellazione di partiti e gruppuscoli rossoverdi, pure il Coordinamento delle donne di sinistra e la Comunità islamica del Ticino, ossia l’associazione creata nel 1992 dalla corrente fondamentalista dei Fratelli musulmani che, a livello mondiale, propaga l’idea discriminatoria secondo cui il corpo della donna è indecente e fonte di peccato per l’uomo, per cui va coperto con dei veli. Fa un certo effetto vedere le femministe occidentali e i misogini islamisti uniti contro l’iniziativa, da loro considerata «inutile, sproporzionata, controproducente, razzista, sessista, liberticida e anticostituzionale» . Le «nonne» negli anni 60 bruciavano i reggiseni sulle pubbliche piazze come simbolo dell’oppressione femminile; le «nipotine» di oggi inneggiano invece al burqa come strumento di libertà delle (e per le) donne: è il mondo che va alla rovescia!

In Ticino, almeno un socialista a favore dell’iniziativa c’è …

Ma in casa socialista v’è anche chi la pensa differentemente come, ad esempio, Bruno Cereghetti, il quale è favorevole  all’iniziativa «sulla base del discorso socialista laico e repubblicano francese (la legislazione in materia in Francia è stata sostenuta da un socialismo moderno, progressista e laico: Manuel Valls, Gérard Collomb, …)». L’ex-municipale locarnese  ha fatto suo il pensiero di Manuel Valls  secondo cui «l’atteggiamento critico verso queste forme estreme di sottomissione femminile non mette in dubbio in alcun modo la questione della libertà individuale, bensì evidenzia la non accettabilità civile, sociale e umanistica delle forme estreme dell’islam politico e radicale che, nel caso di specie, ledono la dignità della donna».

 Saïda Keller-Messahli: «il 99,9% dei musulmani è contro il burqa»

Pure fra i musulmani vi sono voci a favore dell’iniziativa. In un’intervista apparsa su «Le Temps» del 28 gennaio scorso, Saïda Keller-Messahli, presidente del Forum per un islam progressista, ha detto che «il 99,9% dei musulmani non è favorevole al velo integrale, e certi slogan contro l’iniziativa  dimostrano che la sinistra non ha argomenti da far valere e  non ha il coraggio di ammettere che, in questo caso, un comitato di destra ha sollevato un problema che essa stessa avrebbe dovuto sollevare». Per lei, il velo integrale è un simbolo dell’islam politico: un simbolo aggressivo non solo verso la società democratica svizzera, ma anche verso le donne musulmane. E ha pure espresso la sua delusione nel vedere delle paladine dell’uguaglianza dei sessi che chiudono gli occhi sul velo integrale «per paura di farsi accusare di islamofobia».

L’islamismo in occidente cresce soprattutto per colpa della sinistra?

Anche il deputato biennese di origini algerine Mohamed Hamdaoui, membro del Gran Consiglio del canton Berna, ha aderito al comitato romando «À visage découvert»  (www.a-visage-decouvert.ch) a favore dell’iniziativa, composto da varie personalità e politici non di area UDC. In un’intervista pubblicata su «Le Temps» del 14 aprile 2018, quando ancora era membro del Partito socialista, aveva detto di ritenere «molto plausibile» che l’opposizione del suo partito all’iniziativa  fosse dovuta al fatto che la stessa era stata lanciata da un comitato vicino all’UDC. «Sono persuaso – aveva aggiunto – che la sinistra sia in parte responsabile per la crescita dell’islamismo in Occidente, perché per non favorire la crescita dell’estrema destra, ha evitato di aprire un dibattito su questo fenomeno. E in tal modo rischia di perdere sui due fronti, perché da una parte l’estrema destra continua ad avanzare e, dall’altra, il dibattito sull’islam è sempre più presente fra la popolazione».  Nel corso di un dibattito alla radio romanda svoltosi il 2 febbraio scorso, Hamdaoui ha detto chiaro e tondo che il velo integrale è una «saloperie ambulante», ossia una «porcheria ambulante» .

Pure l’imam di Berna,  Mustafa Memeti, ha dichiarato negli scorsi giorni al giornale «Der Bund»  che  il burqa non ha nulla a che vedere con la religione islamica e che l’iniziativa «è una sorta di salvagente per l’emancipazione delle donne nell’islam».

Sull’islam, il PLR rappresenta ancora i suoi elettori ?

Sull’altro fronte, a dare indirettamente man forte agli  islamisti e ai loro «alleati» rossoverdi, si sono schierati a livello nazionale anche molti politici di primo piano del Partito liberale (https://www.prescriptions-vestimentaires-non.ch), fra cui i due rappresentanti ticinesi del PLR in Consiglio nazionale, Alex Farinelli e Rocco Cattaneo. E proprio la scorsa settimana, nel corso di una seduta del Comitato cantonale del PLR, il 54 % dei partecipanti ha preso posizione contro l’iniziativa «antiburqa», malgrado che, secondo i sondaggi, il 70% dei Ticinesi – fra cui presumibilmente la stragrande maggioranza degli elettori del PLR – sarebbero favorevoli: un bell’esempio di autolesionismo… Uno dei motivi addotti dai liberali per osteggiare l’iniziativa è che, siccome nel nostro paese il numero di donne che portano il velo integrale è minimo, gli effetti diretti del divieto sarebbero limitati. A parte il fatto che un simile divieto non riguarda solo poche donne ma mira a salvaguardare tutta la società dall’avanzata dell’islamismo, va ricordato che, in occasione della recente votazione federale sulle «imprese responsabili»,  un esponente di peso del PLR, Dick Marty, a chi gli faceva notare che una simile legge era inutile dato che la grande maggioranza delle imprese svizzere all’estero si comporta in modo corretto, aveva risposto che «le leggi vanno fatte anche se riferite a esigue minoranze» (cfr. il Corriere del Ticino dell’11 novembre 2020).

In Ticino, la Lega dei musulmani non vuole che le donne si emancipino

In Ticino, i maggiori esponenti della religione islamica non hanno dimostrato lo stesso spirito moderno e laico dell’imam di Berna Mustafa Memeti. Nel 2013, poco prima della votazione sull’iniziativa antiburqa approvata il 22 settembre dal 65,4% dei Ticinesi, l’imam della Lega dei musulmani, Samir Jelassi Radouan  (che fino al 2005 era l’imam della Comunità islamica), aveva dichiarato (cfr. «Le Temps» del 10 settembre 2013) che l’iniziativa era «irresponsabile ed estremista» perché «incoraggiava l’islamofobia mettendo in pericolo la pace sociale e religiosa», e aveva ribadito che l’islam è una “religione di pace” e che la paura di un’islamizzazione della Svizzera era «insensata». Dal canto suo, il presidente della stessa  associazione, Gasmi Slaheddine, aveva dichiarato al «Wall Street Journal» del 19 settembre 2013 che l’iniziativa «era un attacco all’islam».

Forse sono proprio certe dichiarazioni di stampo integralista a incoraggiare l’islamofobia e a diffondere una giustificata diffidenza verso certi personaggi in odore di salafismo che, a parole, sostengono di operare a favore dell’integrazione dei musulmani nella nostra società ma, nei fatti, operano esattamente nella direzione opposta. Perché sanno che, per islamizzare, colonizzare e conquistare un paese – e sostituire la democrazia con la sharia – occorre assolutamente evitare che i musulmani e, soprattutto, le musulmane (che secondo la loro religione non possono sposarsi con gli «infedeli»),  si occidentalizzino…

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