Quando il centro è di fatto una sinistra (neanche tanto) camuffata

Ott 2 • L'editoriale, L'opinione, Prima Pagina • 13 Views • Commenti disabilitati su Quando il centro è di fatto una sinistra (neanche tanto) camuffata

Eros N. Mellini

Ho sempre affermato che il centro dovrebbe essere una linea che separa la destra dalla sinistra, sia pure concessa qualche piccola nuance di diversa sensibilità all’interno dei due fronti. Ma quando queste nuance si trasformano in veri e propri baratri che spaccano le diverse fazioni all’interno di una forza politica, fino a far sì che l’unico legante sia l’interesse particolare per perseguire il quale l’importante è unicamente avere il potere, succede che la linea di separazione si trasformi in una fascia talmente larga che, sotto lo stesso cappello, trovano casa di fatto due o più partiti. È successo con i liberali e i radicali nel PLRT, con l’ala conservatrice e quella sindacale nel PPD, partiti nei quali il fronte radicale nell’uno, e quello sindacale nell’altro, di fatto, sono un’ala (neanche tanto) moderata del PS. Non hanno più nulla di borghese, aggettivo nel quale, fino ad alcuni decenni fa, entrambi i partiti si riconoscevano in contrapposizione alla sinistra. A differenziare i due partiti maggiori erano soprattutto la laicità del PLRT e il referente cristiano del PPD. Ma per il resto, l’appartenenza all’uno o all’altro era, soprattutto, una questione di tradizione familiare.

L’onta di cambiare marsina

Infatti, se il papà, il nonno, e il bisnonno erano o erano stati liberali, militare in un altro partito sarebbe stata un’onta insanabile per la famiglia e per la comunità. E lo stesso dicasi per i conservatori, guai, il “voltamarsina” era marchiato a fuoco. È logico che, così andando le cose, non c’era più spazio di crescita, salvo quella conseguente alla naturale crescita demografica – che però era comune a tutte le forze politiche e, di conseguenza, percentualmente non incideva granché.  Poi, non si sa bene quando, qualcuno ha pensato di ovviare alla questione aprendo il partito a idee di sinistra e quindi aumentando concretamente il numero dei propri elettori ma, di fatto, snaturando il partito. In altre parole, prima prendiamo il maggior numero di voti possibile poi, in qualche modo, ci spartiremo il bottino di potere, impieghi, appalti, eccetera. E in effetti, per parecchi anni, la cosa ha funzionato. Fino a quando il popolo, o meglio parte di esso, cominciò ad aprire gli occhi su questo dubbio andazzo e, soprattutto, trovò qualcuno capace di coagulare il malcontento generale in un’azione concreta di una valenza politica fino ad allora sconosciuta. E così, in Ticino, la nascita della Lega dei Ticinesi con a capo Giuliano Bignasca, la quale, alla prima partecipazione alle elezioni cantonali, ottiene un ottimo 12,8% evidentemente strappato ai partiti storici. È la fine della bollatura di “voltamarsina” per chi cambia partito, perlomeno quale epiteto spregiativo. Infatti, essendo la Lega dei Ticinesi un movimento creatosi ex-novo, tutti i leghisti sono ex-qualcosa, sia PLR, PPD, PS o altro ancora. Il concetto che a voltare marsina sia stato il partito, e non chi lo abbandona proprio perché è cambiato e non rispecchia più il pensiero di chi per anni l’ha votato, si fa sempre più strada e oggi nessuno fa più caso a precedenti appartenenze partitiche di chi si presenta alle elezioni. A livello nazionale, la svolta avviene nel 1992 con la campagna contro l’adesione della Svizzera allo Spazio economico europeo (SEE), capitanata da Christoph Blocher. Nel 1995, l’UDC passò dall’11 al 15%, e l’ascesa continuò nel 1999 (22,5%), nel 2003 (26,7%) e nel 2007 (29%), per raggiungere il massimo splendore nel 2015 con il 29,4% dei voti. Nel 2019, ha subito, come tutti gli altri partiti, una flessione a causa dell’isteria climatica targata Greta Thunberg, ma resta comunque il maggior partito svizzero con il 25,6%. A questa ascesa dell’UDC si contrappose la progressiva perdita di consensi di PLR e PPD.

Coerenza e continuità

A cosa si deve questo ribaltamento delle forze a favore dell’UDC? A mio avviso, si può tradurre in due parole: coerenza e continuità. Sempre più gente si rende conto che l’UDC è l’unica a mantenere una linea politica coerente anche quando le mode del momento le possono far perdere dei voti. A dispetto di quanto le rimproverano gli avversari “politicamente corretti”, l’UDC mantiene le sue posizioni anche quando si scontrano frontalmente con il pensiero ricorrente (mainstream) che  vorrebbe fargliele annacquare.

La stessa coerenza e continuità non la si trova invece nei partiti che si vantano di essere “al centro” mentre, in realtà, si situano una volta a destra e una volta a sinistra, o meglio, una volta a destra e nove volte a sinistra. Perché, osservando le posizioni quando si votano i singoli oggetti, il centro non esiste, o si sta di qua o si sta di là. E quando si sta “di là” nove volte su dieci, come sta accadendo da ormai diversi anni, garantendo sistematicamente il successo di proposte demenziali della sinistra, ci si può camuffare finché si vuole con l’etichetta “centro” ma, in realtà, si è di sinistra. Ed è ciò che è successo – e sta vieppiù succedendo – ai due partiti storici di cui stiamo parlando: l’ala sinistra, rispettivamente radicali e sindacalisti, ha preso il sopravvento su quella prettamente borghese, per cui molti non s’identificano più nel partito e cercano rifugio nell’UDC, più consona al loro pensiero.

Prese di posizione sempre più motivate dall’interesse di partito

Purtroppo, questa continua erosione di consensi contrapposta a un’UDC perlopiù sempre in crescita, ha fatto sì che i partiti ex-borghesi si stringessero assieme, formando alleanze con la sinistra al solo scopo di frenare l’estensione del divario elettorale che li separa dall’UDC. In altre parole, non ha importanza che il popolo svizzero ne soffra, essenziale è far sì che l’UDC ne esca sconfitta. La conferma di questo atteggiamento la ritroviamo nella stampa dopo il voto di domenica scorsa: i titoli e le affermazioni del tipo “Schiaffo all’UDC”, “Declino dell’UDC”, “Sconfitta dell’UDC”, “Fine dell’ammuffita UDC”, eccetera, hanno generalmente prevalso sui significati e le conseguenze concrete del rigetto dell’iniziativa. Dalla serie: l’iniziativa era dell’UDC, e quindi andava respinta a prescindere da qualsiasi altra considerazione, prima sconfiggiamo l’UDC… poi si vedrà! La politica partitica, nel nostro paese ha ormai da qualche tempo toccato il fondo ma, fintanto che esiste l’UDC, continuerà a scavare.

Questo è lo scopo del “centro” nel quale confluiscono dei partiti che, sotto un’attrattiva etichetta borghese, contribuiscono invece a far scivolare il paese vieppiù verso sinistra.

Comments are closed.

« »