Un ennesimo sussidio dello Stato assistenziale

Gen 10 • L'editoriale, Prima Pagina • 278 Views • Commenti disabilitati su Un ennesimo sussidio dello Stato assistenziale

Eros N. Mellini

È in corso la raccolta delle firme per il referendum lanciato da un gruppo interpartitico, ma sostenuto a maggioranza dall’UDC nazionale (in particolare dalle sezioni svizzero-tedesche), contro la modifica della legge federale sulle indennità per le perdite di guadagno che prevede l’introduzione di due settimane di congedo paternità. Il comitato di UDC Ticino ha deciso il mese scorso, dopo un’accalorata discussione, di non appoggiare il lancio del referendum, ma di lasciare ai suoi membri la piena libertà di impegnarsi o no nella raccolta delle firme. Approfittando di questa libertà, mi permetto di portare alcune riflessioni a favore del NO a questa legge a mio avviso superflua e costosa.

Si tratta evidentemente di un argomento che fa leva sull’emotività e, personalmente, dubito che, quand’anche si arrivi a raccogliere le necessarie 50’000 firme, il popolo si pronunci poi nelle urne contro una misura vista come “aiuto alle famiglie e ai ceti meno abbienti” – oltre, naturalmente, al fatto che nessuno sputa su due settimane di vacanza in più, seppure concesse occasionalmente una o più volte nella vita.

“Siamo il partito della famiglia e del popolo, e quindi diciamo sì a questo piccolo segnale a favore di una politica concreta in questo senso” – è stato detto, più o meno, da uno dei sostenitori del congedo paternità presente alla riunione.

Ma intanto, 250 milioni di franchi l’anno – senza calcolare i costi indiretti che fanno lievitare la somma in misura non indifferente – non sono bruscolini, e metterli a carico di un’istituzione sociale come l’IPG che, con le sorelle AVS e AI, è già a rischio di bancarotta, è come regalare al proprio figlio lecca-lecca e gelati togliendo i soldi dal salvadanaio in cui stiamo risparmiando il denaro necessario a comperargli le scarpe. Certo, il costo di un lecca-lecca è irrisorio ma, a furia di togliere i 50 centesimi o il franco necessario al voluttuario, l’indispensabile – nella fattispecie le scarpe – non le compreremo mai. Un “piccolo segnale” vale veramente un salasso milionario delle nostre opere sociali? Secondo me, no.

E non dimentichiamo che, essendo le nostre assicurazioni sociali già abbondantemente tartassate dal continuo aumento di beneficiari che vi attingono grazie alla nostra sciagurata politica d’immigrazione, ben presto il finanziamento batterà cassa ai prelievi salariali. Che, è bene sottolineare, non vanno a colpire solo la grande economia, bensì in parti uguali tutti i lavoratori salariati e tutte le aziende con sede in Svizzera, di cui il 98% è costituito da piccole e medie imprese, quindi da artigiani che non nuotano certamente nell’oro.

Ma quello che mi preoccupa, non è il congedo paternità che, preso singolarmente, potrebbe tutto sommato essere sostenibile: no, inquietante è il fatto che esso sia solo un ulteriore tassello di una politica che da sociale è ormai divenuta assistenziale. Una miriade di misure sociali spesso più a misura di parassita che non a misura d’uomo.

Seppure debitamente considerando il potere d’acquisto del franco di allora, non posso fare a meno di notare come i nostri genitori e nonni tirassero grandi con dignità anche 8 o 12 figli, con un solo stipendio e senza tutti i sostegni statali di oggi. Certo, non c’era la televisione e le alternative d’intrattenimento serale non erano molte, inoltre c’era spesso di mezzo una religione che condannava qualsiasi pratica anticoncezionale, tuttavia è innegabile che la responsabilità di mantenere la famiglia se l’assumevano i genitori.

Il mondo evolve, mi si dirà, ma è davvero un’evoluzione incitare sempre più il cittadino a sfruttare il denaro della comunità, per concedersi gli stessi agi (non sempre enormi) che gli altri devono guadagnarsi con il proprio lavoro?

Negli ultimi decenni non si fa che ripetere che gli Svizzeri non fanno più abbastanza figli e che quindi, la crescita demografica è assicurata solo dall’immigrazione. Chi, come me, è vissuto in una Svizzera di 4,5 milioni di abitanti non può negare che – a parte le comodità portateci dall’evoluzione tecnologica – si stava “di un bene, ma di un bene…” che l’odierna generazione non può nemmeno sognare. Sono perciò dell’opinione che la crescita demografica serva solo ad aumentare il consumismo, a unico vantaggio dell’economia, e non a “pagarci le pensioni” come ci si vorrebbe far credere. Infatti, dato che l’evoluzione tecnologica tende piuttosto a eliminare posti di lavoro, una buona parte dei nuovi nati (e dei nuovi insediati, grazie all’immigrazione incontrollata) è destinata alla disoccupazione – e quindi non paga i contributi delle opere sociali, bensì ne provoca un aumento supplementare dell’attingimento delle rendite.

Di conseguenza, una ragionevole politica a favore delle famiglie dovrebbe essere volta a incentivare non tanto le nascite tout court, quanto a dare maggiori possibilità agli autoctoni di procreare con senso di responsabilità individuale. In altre parole, assicurando loro l’impiego, non sussidiandone la disoccupazione. Diamo a tutti un posto di lavoro, e il resto verrà da sé – con o senza (meglio senza, a mio avviso) congedo di paternità. Ma per farlo, dobbiamo innanzitutto abolire la libera circolazione delle persone, cosa che potremo fare in maggio 2020 votando l’iniziativa per la limitazione.

Ma, intanto, evitiamo di aumentare i prelievi salariali di tutti a favore di pochi, e appoggiamo il referendum contro il superfluo congedo paternità.

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