Piccolo è bello

Nov 15 • L'editoriale, Prima Pagina • 117 Views • Commenti disabilitati su Piccolo è bello

Eros N. Mellini

Oggigiorno, la facilità dell’accesso all’informazione – o più spesso alla disinformazione – tramite Internet, social network, blog e altri strumenti di denominazione altrettanto esotica, fa sì che la grande massa umana segua pedissequamente ciò che le viene inculcato dal furbetto di turno, nell’illusione di far parte di movimenti “spontanei” capaci di migliorare (a loro modo di vedere) un mondo avviato pericolosamente verso l’apocalisse. Da qui, i grandi movimenti ecologisti, umanitari, pacifisti e quant’altro che, sia pure su fronti diversi, sono accumunati da una caratteristica comune: “scassare i marroni” a chi, giustamente, si concentra su problemi a lui ben più vicini (lavoro, famiglia da mantenere, un ragionevole benessere, eccetera) che non sul futuro dell’intero pianeta. Ne consegue, logicamente, una morbosa tendenza a interferire negli affari degli altri. Dall’imporre la propria visione o modello di vita al vicino di casa per il semplice cittadino, al sostenere o addirittura fomentare conflitti fra Stati nel caso di grandi comunità o nazioni.

I movimenti popolari spontanei? Una fake news.

Pensare che un movimento coinvolgente migliaia, centinaia di migliaia o milioni di persone possa essere spontaneo, è un’utopia. In realtà, nessun movimento popolare è mai stato, è, né mai sarà spontaneo. La spontaneità la si può concedere al primo che ha l’idea, ma poi, dal momento in cui gli si accodano i primi simpatizzanti, essa lascia il posto a un’oligarchia più o meno folta di “piloti” i cui interessi idealistici cedono ben presto il passo a quelli personali. Personaggi che, sfruttando l’ingenuo idealismo delle masse – abilmente alimentate di sani princìpi tramite un sempre più potente quarto potere -, lucrano per sé e/o per le lobbies di cui a loro volta sono pedine. Un piccolo esempio: la rivoluzione francese. A mio avviso, sarebbe un errore credere che questo evento – che avrebbe stravolto tutti i criteri allora in auge concernenti la ripartizione del potere e la conduzione dello Stato – sia nato spontaneamente. Che ci sia stato qualcuno che per primo disse “Quando è troppo è troppo!” è verosimile. Ma già il ridotto branco di facinorosi che attaccarono la Bastiglia nel 1789 era stato “pilotato” dai vari Desmoulins, Danton, Filippo d’Orleans. Nel prosieguo della rivoluzione fu poi la volta di Robespierre, Marat e di altri “grandi camaleonti” che, al contrario degli altri che fecero una brutta fine, passarono indenni attraverso i vari regimi che si succedettero e che portarono all’impero di Napoleone Bonaparte. Dove starebbe dunque la spontaneità della rivoluzione francese? E, se è contestabile nel caso del grande evento citato, come si può credere che – nell’era della (dis)informazione informatica – dei movimenti come quello ecologista, quello femminista, le varie rivoluzioni della primavera araba, quelle in atto in Sudamerica e in altre parti del mondo, siano “spontanei”? Di spontaneo c’è semmai il sentimento diffuso (a giusta ragione ma, probabilmente, anche amplificato ad arte) di malessere che rende facile la manipolazione delle masse da parte dei suddetti “piloti”.

Farsi gli affari (eufemismo) degli altri: una comoda scappatoia per evitare i propri problemi

È anche il frutto di una società ormai troppo (finché dura) benestante. Sì, perché quando delle persone che non sanno come tirare la fine del mese, che dipendono da sussidi statali in tutte le salse, che non riescono a pagare i premi della cassa malati, che vorrebbero aumentare le loro rendite pensionistiche, e chi più ne ha più ne metta, trovano il tempo di andare in piazza a protestare per il clima (a protezione del quale, si noti bene, propongono di aumentare considerevolmente le spese delle economie domestiche), significa che la società sta ancora abbastanza bene da potersi occupare dei classici “fastidi grassi”. Purtroppo, però, questa è una visione un po’ falsata della situazione: infatti, a fare il casino maggiore non è tanto chi appartiene al ceto medio, che viene tassato fino all’ultimo centesimo e non gode di esenzioni, quanto i meno abbienti che di imposte pagano poco o nulla e, in compenso, gli aiuti statali li prendono tutti. In realtà, questo apparente interessamento alle cause globali è astutamente pilotato da chi vuole distogliere l’attenzione dal fatto che non riesce a risolvere i problemi di casa, nella fattispecie determinati partiti e deputati politici.

La globalizzazione è una porcheria… sì, ma anche quella politica

La globalizzazione economico-commerciale causa gravi danni ai piccoli produttori che non possono tagliare i propri costi ai livelli della grande industria. Per questo si deve intervenire con qualche correttivo, generalmente di carattere protezionistico, affinché possano vivere del loro lavoro. Se si pensa che il 99,6% (dato del 2013) delle aziende svizzere è costituito da PMI (massimo 249 dipendenti) che occupano il 65% di tutti i lavoratori dipendenti in Svizzera (addirittura l’83,99% ha meno di 10 dipendenti), si può facilmente immaginare come l’economia svizzera debba avere un particolare riguardo per i suoi piccoli produttori. Ma di questo si prende cura, nel limite del possibile, la Confederazione.  Ciò contro cui lo Stato può fare poco o niente, invece, è la globalizzazione politica, o meglio la diffusione del pensiero unico. Che funge poi, come già detto, da facile scappatoia per distogliere l’attenzione della gente dall’incapacità dei partiti di risolvere i suoi problemi. Il che non sarebbe poi così grave, se non comportasse il successo elettorale di questi stessi inetti partiti. Ne è la prova l’attuale onda verde che sta imperversando nel mondo e, ahimè, anche in Svizzera. O si pensa che i neo-eletti paladini del mondo siano in grado di procurare il benché minimo aumento o anche solo un consolidamento del benessere concreto del paese?

Per una volta, facciamoci i cacchi nostri!

Noi i compiti li abbiamo fatti. Emettiamo un millesimo della CO2 prodotta nel mondo, paghiamo già tasse considerevoli su carburanti e olio da riscaldamento, abbiamo un’aria relativamente pulita (se lasciamo perdere l’inquinamento causato dal traffico pendolare dei frontalieri, risolvibile però con l’applicazione dell’articolo costituzionale 121a contro l’immigrazione di massa, e non con ulteriori tasse sulla benzina). E vogliamo castrarci ulteriormente, ben sapendo che i maggiori inquinatori (Cina, India, Stati uniti, eccetera) neutralizzerebbero in poche ore il nostro risparmio energetico di un intero anno? Ma facciamoci i cacchi nostri! Curiamo il benessere della nostra piccola Svizzera, e ancora prima del nostro piccolo Ticino o dell’ancora più piccolo nostro comune. E prima ancora, della nostra famiglia, di noi stessi. Più il problema è vicino e circoscritto e tanto più facile è la sua soluzione. Piccolo è bello!

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