Perché 200 franchi bastano?

Set 9 • Da, Dalla Svizzera, L'opinione, Prima Pagina • 795 Views • Commenti disabilitati su Perché 200 franchi bastano?

(enm) Per questo testo, abbiamo attinto a piene mani da un articolo apparso all’inizio di giugno a firma G.A. nel Mattino della domenica. Il popolare domenicale può anche non essere considerato come esempio indiscutibile d’attendibilità, tuttavia, il fatto che i dati ivi riportati – per i quali, è vero, non abbiamo ritrovato un riscontro ufficiale – siano più che verosimili e, soprattutto, non siano mai stati contestati, dà allo scritto una certa credibilità.

Lo scorso 31 agosto la Cancelleria federale ha dichiarato ufficialmente riuscita l’iniziativa «200 franchi bastano», con 126’290 firme valide. Berna dovrà ora comunicare in quale delle date prossime previste per le votazioni federali sarà inserito l’oggetto. Tutto l’iter potrebbe durare anche un paio d’anni, per cui non c’è fretta e questo articolo può essere considerato un preambolo della campagna di voto.

Si tornerà dunque a dibattere sulla funzione di servizio pubblico della SSR, sulla sua smaccata politicizzazione a sinistra, sulla qualità dei suoi programmi, sul suo presunto spreco di enormi risorse finanziarie e umane, e quant’altro, dopo che un primo capitolo di questa storia infinita si era chiuso il 4 marzo 2018, quando l’iniziativa «NO Billag» fu sonoramente bocciata dal 71,6% dei votanti.

Cosa è successo nel frattempo?

Purtroppo, niente. Le promesse fatte dai vertici di SSR in campagna di voto, volte a un serio esame di coscienza con conseguenti misure concrete per migliorare una situazione che – seppure non giustificasse l’abolizione del canone – si riteneva necessitasse perlomeno di qualche ritocco, sono state disattese. Dalla serie: «passata la festa, gabbato lo santo». Limitiamo il discorso al Ticino: ci si attendeva soprattutto qualche taglio di personale – particolarmente nei quadri ad alto stipendio – una maggiore imparzialità dell’informazione (specialmente quella politica), un cambiamento tangibile dei palinsesti. A ragion veduta parliamo di «cambiamento» e non necessariamente di «miglioramento», dato che il secondo è un termine soggettivo che non può quindi fare l’unanimità. Ma un cambiamento tangibile, che avrebbe quantomeno costituito un tentativo di fare qualcosa nel senso auspicato da tutte le parti durante la campagna di voto, il comune cittadino non l’ha percepito.

Tagli sul personale? Manco per il c….

Leggiamo nell’articolo in questione: «Nonostante le promesse di risparmio, oggi la RSI conta praticamente lo stesso numero di dipendenti di 15 anni fa. Nello stesso periodo è però aumentato il numero di quadri dirigenti. E sono pure aumentate le remunerazioni, con un salario medio per i dipendenti che oggi supera i 107’000 franchi, mentre tra i quadri dirigenti supera addirittura i 176’000 franchi, secondo le ammissioni della stessa SSR nel suo rapporto di gestione.»

E continua: «Più 20% di dirigenti – Malgrado le promesse di risparmio, oggi la RSI conta ancora 1.115 collaboratori, con una differenza impalpabile rispetto a quindici anni fa, quando alla greppia della radiotelevisione pubblica si nutrivano 1.133 persone. Ma ciò che è più clamoroso è che in questo lasso di tempo sono persino aumentati i quadri dirigenti. In base ai dati disponibili sul sito dell’Ufficio cantonale di statistica si evince che nel 2007 sotto la voce “direttori e quadri” figuravano 63 persone, mentre l’anno scorso in questa categoria c’erano ben 76 persone. Quindi mentre si fingeva di voler risparmiare, si è ingrossato il numero di dirigenti di oltre il 20%! Alla faccia del risparmio!»

Risparmio e moderazione? «Cifòla!»

«Così le spese per il personale continuano ad aumentare. Lo scorso anno la SSR ha speso ben 810 milioni di franchi in stipendi, in crescita rispetto ai 782,8 milioni di franchi dell’anno precedente.

Una cifra enorme, dovuta al fatto che ai dipendenti SSR si continua a voler assicurare salari nettamente superiori a quelli dei comuni mortali. Nel rapporto di gestione, la radiotelevisione pubblica ammette senza vergogna che lo stipendio medio tra i suoi collaboratori è di 107.741 franchi per posto a tempo pieno. Centosettemilasettecentoquarantun franchi! A titolo di paragone, l’anno precedente lo stipendio medio era di 102.897 franchi, ciò che significa che pure in tempi di crisi alla SSR ci si concede molto volentieri un aumento.»

E avanti: «La realtà è che il numero di dipendenti rimane stabile e che costoro continuano a nuotare nell’oro, alla faccia dei poveri operai che devono farsi in quattro per riuscire a pagare i 365 franchi della fattura di Serafe.

Che poi quando parliamo di salari medi di oltre 107.000 franchi, parliamo dei semplici dipendenti. Perché nella sempre più gonfia categoria dei quadri dirigenti, le remunerazioni sono ovviamente ancora più generose. In questo caso il rapporto di gestione della SSR non fornisce una media. Ma basta prendere l’importo totale dei salari versati ai dirigenti e dividerlo in base al numero di costoro per dedurre che il salario medio supera addirittura i 176.000 franchi!»

L’articolo prosegue poi: «Stipendi da nababbi – Nella parte alta della piramide salariale troviamo i membri del Comitato direttivo della SSR, tra i quali fa parte pure il ticinese Mario Timbal. Costoro percepiscono una remunerazione media di 388.173 franchi. Ancora meglio va al direttore generale Gilles Marchand, cui spetta uno stipendio di ben 514.184 franchi. Oltre mezzo milione di franchi per dirigere una pachidermica azienda finanziata col sudore dei semplici cittadini!

A titolo di consolazione si noti che al Teletext le retribuzioni sono appena più modeste: i membri del comitato di direzione percepiscono una media di “appena” 254.253 franchi. Poverini.»

E termina: «Diversità e inclusione – Potremmo andare avanti elencando ulteriori prodezze che la SSR compie grazie ai soldi di tutti noi cittadini. Per esempio, la nomina, a fine 2022, di una “specialista in diversità e inclusione” presso la RSI, con il compito di “analizzare regolarmente la rappresentanza femminile nelle trasmissioni” e, immaginiamo noi, pure di scrivere quegli assurdi annunci di lavoro infarciti di asterischi che vorrebbero essere politicamente corretti ma hanno il solo effetto di far scompisciare dalle risate l’intero Ticino.»

A tutto questo, si aggiunge – per noi di destra, ma supponiamo che sia tangibile anche ai politicamente privilegiati che, ovviamente, non hanno ragione di puntare il dito – la palese tendenziosità dell’informazione di orientamento rossoverde nelle sue molteplici sfumature: politica a tutti i livelli, ecologia, cambiamento climatico, pandemie, e chi più ne ha più ne metta. Indipendentemente da come la si pensi sui vari temi, il servizio pubblico della SSR dovrebbe limitarsi all’informazione pura e semplice, non all’influenza mediatica sull’utenza. Quest’ultima, ricordiamolo, è costituita da «pro vax» ma anche da «no vax», da ambientalisti più o meno radicali, ma anche da persone che, senza necessariamente essere degli inquinatori dolosi e consapevoli, hanno verso i fenomeni climatici un approccio ben più prudente e razionale. A tutti costoro viene estorto un canone obbligatorio che permette alla SSR gli «stralussi superflui» attualmente in atto, che vanno ben oltre il servizio pubblico addotto a giustificazione del canone televisivo più elevato del mondo.

Che differenza «200 franchi bastano» e «NO Billag»?

In effetti, se il parlamento federale non avesse a suo tempo respinto sprezzantemente la proposta del consigliere nazionale zurighese Gregor Rutz, che chiedeva un canone di 200 franchi quale controprogetto all’iniziativa «NO Billag», verosimilmente quest’ultima sarebbe stata ritirata e oggi non saremmo chiamati di nuovo al voto. L’attuale iniziativa, infatti, non fa che riprendere la proposta Rutz bocciata dal parlamento.

Ma, mentre «NO Billag», che chiedeva l’abolizione tout court del canone, spaventò buona parte degli utenti che vi videro a rischio la sopravvivenza stessa dell’emittente nazionale, «200 franchi bastano» è molto meno drastica e, pur obbligando la SSR a delle misure di risparmio – che, come detto all’inizio, erano comunque state promesse (e disattese) in occasione del primo suffragio – lascia alla stessa un’abbondante entrata (ca. 600 milioni + 200 milioni di pubblicità), più che sufficiente a finanziare – sempre che ci sia la volontà di farlo – un servizio pubblico d’eccellenza e dei palinsesti più che soddisfacenti. È quindi suscettibile di attirare il sostegno di chi, nel dubbio, aveva votato nel 2018 contro «NO Billag», ottenendo questa volta la maggioranza dei consensi.

Solo a titolo di paragone

La Svizzera italofona costituisce circa l’8% della popolazione (350’000 Ticinesi e 15’000 Grigioni italiani, più il resto in ordine sparso), su 8’815’400 (dati 2022), un bacino di 705’232 abitanti (compresi neonati, e non fruitori dei programmi). Tanto per fare due conti della serva: la RSI impiega oltre 1’100 dipendenti, ossia ca. 1 dipendente ogni 641 abitanti.

In Italia, per ca. 59’000’000 abitanti (senza contare la popolazione italofona nel mondo) la RAI impiega ca. 12’750 dipendenti, una persona ogni 4’620 abitanti.

E non ci si dica che – al di là di una probabilmente pari tendenziosità dell’informazione – la qualità dei servizi RAI sia inferiore a quella della RSI.

NO, decisamente 200 franchi bastano… e verosimilmente avanzano.

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