Apparire batte operare 4-1

Ott 24 • L'editoriale, Prima Pagina • 1686 Views • Commenti disabilitati su Apparire batte operare 4-1

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

“È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.” Questa frase, attribuita a Winston Churchill, la dice chiara: la democrazia, nonostante sia la forma di governo di gran lunga migliore, non è priva di difetti. Intendiamoci, io non credo assolutamente che fra questi si possa annoverare quello troppo spesso evocato dal fronte sconfitto in una votazione, ossia che il popolo non è in grado di capire l’oggetto su cui vota – al contrario dei parlamentari che, con l’elezione, ricevono invece il dono dell’onniscienza. “Il popolo non ha capito…” dicono. E invece no, il popolo ha capito benissimo, e quella parte che non ha capito si spalma comunque uniformemente sui SÌ e sui NO, neutralizzandone quindi l’effetto. Per contro, io credo che il risultato sia tanto più giusto quanto più grande è la base interpellata. O forse “giusto” non è il termine esatto, quello corretto è “accettabile”. Il popolo sarà sempre più disposto ad accettare il verdetto – anche ritenuto oggettivamente sbagliato – imposto da una sua maggioranza nelle urne, che non quello di un’infima minoranza, il 50,1% di 246 parlamentari che formano le Camere federali. Sotto questo aspetto la democrazia diretta è (quasi) perfetta, a condizione che chi siede in governo e in parlamento si tolga di dosso l’arrogante spocchia dell’essere superiore incompreso dal popolino idiota, dei cui errori è chiamato a rimediare. Primo, perché la volontà popolare rende giusti anche eventuali “errori”. Secondo, perché l’elezione in un gremio politico non fa della persona un essere superiore, bensì un interprete ed esecutore delle decisioni popolari, che le ritenga giuste o sbagliate, non ha importanza.

Altro discorso è invece quello delle elezioni. Se l’appoggio a un partito piuttosto che a un altro è determinato da un’ideologia abbastanza chiaramente identificabile, quello ai singoli candidati è invece molto influenzabile. Qui entrano in ballo fattori emotivi, spesso abilmente pilotati da chi meglio sa gestire la propria immagine, magari anche alterandola. Se lo si fa in modo convincente, le lucciole fanno presto a diventare lanterne o addirittura fari il cui scopo non è tanto quello di illuminare, quanto di attirare il maggior numero di falene sotto forma di voti personali. E il peggio è che, a elezione avvenuta, quasi nessuno fa più caso se il deputato si comporterà come ha promesso in campagna elettorale. Al massimo ci sarà qualche avversario partitico che glielo rinfaccerà, ma solo fra quattro anni, quando potrà negare spudoratamente ogni addebito, tanto la maggioranza degli elettori sarà colpita da amnesia e pronta a ridare fiducia al candidato che gli propinerà nuove fandonie o che meglio alimenterà le sue illusioni.

D’altra parte, scegliere uno o più candidati non è come optare per una soluzione a un problema ben definito, valutando i pro e i contro che i sostenitori e i contrari alternativamente comunicano in modo più o meno convincente, e informandosi in un’abbondante documentazione disponibile in libri o su Internet. A differenza della votazione su temi specifici per le quali si hanno a disposizione due fronti – uno a favore e l’altro contrario – fra i quali scelgo il più convincente negando quindi automaticamente l’alternativa, l’elezione necessita di un’analisi più sfumata. Innanzitutto, difficilmente alle dichiarazioni “Io sono bravo, intelligente, onesto e pure belloccio, evviva me” si contrappone un “Non credergli, è un mascalzone, scemo, disonesto e brutto come il peccato, non votarlo”. La denigrazione è comune fra partiti, perché è uno scontro ideologico astratto e impersonale, ma fra candidati – ancorché esista in determinati casi – viene evitata perché, tutto sommato, è controproducente. A nessuno piace l’attacco personale per cui, spesso e volentieri, l’interlocutore ne percepisce la meschinità e fa il contrario di quanto gli raccomandi.

Per cui, ritengo che almeno l’80% di una campagna elettorale sia volta a dare all’elettorato la migliore immagine possibile di sé, propinandogli informazioni che – false o veritiere – sono comunque unilaterali e difficilmente confutabili. Quando un deputato uscente dice “Io non ho mai votato Widmer-Schlumpf” chi nel potenziale elettorato è in grado di rispondergli “Balle, nel 2007 (o, ancora peggio, nel 2011) l’hai votata” prove documentabili alla mano? Oppure, pensate forse che ci si possa fidare di un candidato che alla domanda “Sei a favore o contrario all’adesione all’UE?” risponde evitando accuratamente di dire sì o no e ricorrendo a frasi del tipo “L’adesione all’UE non è un tema, il popolo svizzero non la vuole”? Evidentemente è a favore – lo era più esplicitamente anni fa, non si vede perché dovrebbe non esserlo oggi – ma l’immagine acchiappavoti sotto elezioni gli impedisce di esprimersi schiettamente. Solo il 20%, a mio avviso e credo di essere generoso, del successo elettorale è dovuto all’attività politica seria e impegnata. Un lavoro poco appariscente – ma che è poi quello per il quale il popolo elegge i suoi deputati – che non rende più di tanto in termini di consenso elettorale. Non c’è da meravigliarsi quindi, se un intervento parlamentare arriva ai media prima ancora di essere inoltrato all’autorità responsabile. O se si moltiplicano gli interventi nel dibattito parlamentare – non importa se pertinenti o no – solo perché c’è la ripresa diretta TV in streaming da poi “postare” su Facebook. O se certi deputati trascurano esageratamente la presenza in aula prediligendo il contatto con i rappresentanti dei media nei corridoi del palazzo. Apparire, apparire, apparire. Operare non è così importante, se gli elettori non ti vedono.

E purtroppo, la gente vede ciò che le passano i media, in particolare la televisione. E sull’impressione che ne trae basa il proprio voto. E allora, anche il colore della cravatta o la pettinatura durante un dibattito, hanno il loro peso, quanto o magari più delle doti politiche dell’individuo.

C’è da sperare che, come capita per le votazioni, anche l’influenza negativa di questo metro di misura si spalmi su tutti i candidati, neutralizzandosi così da sola.

Perché, d’accordo con Churchill, con tutti i suoi difetti, la democrazia è e rimane la meno peggiore forma di governo. E dobbiamo tenercela stretta.

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