Cina

Giu 12 • L'opinione, Prima Pagina • 299 Views • Commenti disabilitati su Cina

Dalla Weltwoche del 4.06.2020 l’editoriale di Roger Köppel

Roger Köppel, Consigliere nazionale e capo-redattore della Weltwoche

Che cosa Donald Trump può imparare da Richard Nixon. 

Anche gli attuali disordini negli USA devono essere visti nel contesto delle molteplici polarizzazioni che vanno infiammandosi e inasprendosi a vicenda a seguito del coronavirus. Che un solo atto criminale – peraltro condannato universalmente – perpetrato da un poliziotto bianco  nei confronti di un sospettato nero scateni una sorta di guerra civile urbana non ha alcun rapporto con il crimine all’origine. Oltre agli interessi politici in vista di un’elezione del governo, le reazioni contro il presidente e un complesso di colpa  accumulato dalla fine della schiavitù durata 150 anni, lo stress sociale da coronavirus agisce come benzina sul fuoco.

E che il presidente Trump voglia spegnere gli incendi con il lanciafiamme, non aiuta di certo. La sua retorica esplosiva, volta a contrastare ogni critica con una raffica di controaccuse, non elimina le tensioni, bensì le aumenta. Un politico – che di fatto politico non è e reagisce a ogni accusa che gli viene mossa – perde l’occasione di lasciare, tramite la noncuranza,  che gli attacchi cadano nel vuoto e si esauriscano da soli. Il credente presidente dovrebbe leggere più spesso nella Bibbia: «Ma io vi dico: non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra» (Matteo 5.39). Continuando sistematicamente a contrattaccare, Trump mantiene in vita la faida che dovrebbe invece superare.»

Nell’attuale calderone del coronavirus, mancano dei politici che, in situazioni analoghe, fecero meglio. Occorrerebbero dei leader nazionali che si impegnassero con tutte le forze insieme agli altri per il benessere e la pace nei loro paesi. Quale modello emerge l’oggi screditato e a suo tempo esautorato presidente degli USA, Richard Nixon che, dal 1968 fino alle sue ingloriose e forzate dimissioni nel 1974, resse i destini degli USA in un particolare momento di crisi, con un misto di genio e di follia.

Chiaro, Nixon autorizzava effrazioni, fece lanciare bombe su Stati neutrali e intercettare comunicazioni dei suoi collaboratori. L’efficienza della sua politica estera, tuttavia, non sarà mai sottolineata abbastanza e deve essergli riconosciuta proprio perché Nixon, nel pieno della crisi, non solo riuscì ad andare oltre le sue convinzioni ideologiche, bensì osò anche, in un clima di globale irrigidimento, una mossa tanto fantasiosa quanto rischiosa verso una maggiore distensione.

Nel 1971, Nixon era sull’orlo dell’abisso. La guerra in Vietnam era una ferita aperta e sanguinante. I disordini razziali avevano causato delle vittime illustri. In strada dimostravano a centinaia di migliaia contro il governo. La Guardia nazionale aveva tirato contro gli studenti e i media sparavano spietatamente contro l’uomo alla Casa bianca. In questo caos delirante, Nixon lanciò la sua più coraggiosa iniziativa in politica estera. Nessuno se l’aspettava. Il famigerato divoratore di comunisti e combattente della guerra fredda aprì alla Cina le porte fino ad allora sbarrate. Tramite il suo massimo diplomatico Henry Kissinger, grazie a un primo contatto via Pakistan di una squadra nazionale americana di ping pong, fece dapprima combinare un incontro supersegreto con il fondatore dello Stato cinese Mao e il capo del governo Zhou Enlai. Questo ebbe luogo, fra il plauso meravigliato di tutto il mondo, dal 21 al 28 febbraio 1972.

Nixon e Kissinger non erano delle colombe della pace. Si consideravano dei duri paladini della “Realpolitik”. E riconoscevano che non si deve emarginare un paese di un miliardo di abitanti, bensì lo si deve coinvolgere nell’architettura diplomatica internazionale. Entrambi  superarono allora la loro profonda avversione per la dittatura comunista vecchio stile che era ancora la Cina sotto Mao. Non perché questa ideologia o il sistema  fossero loro diventati simpatici, ma perché agivano preoccupandosi della pace internazionale.

Ciò che era giusto ai tempi di Nixon, non può essere sbagliato oggi. La Cina si è riformata e si è avvicinata all’Occidente. Senza l’economia cinese, traballa il motore del benessere mondiale. Ciononostante, la pandenmia ha suscitato un risentimento anticinese. Non abbiamo la presunzione di voler spiegare agli Americani come dovrebbero comportarsi con la superpotenza orientale, ma riteniamo che l’approccio di Nixon porti di più di uno scontro fra strategie all’insegna di un’umiliante arroganza e dell’esclusione. Forse la Svizzera potrebbe offrire un piccolo contributo alla comprensione, senza vantarsi o darsi delle arie.

A rischio di diventare stucchevoli: la crisi del coronavirus ha evidenziato il bisogno di frontiere e di Stati nazionali ma, appunto, anche della necessità di una collaborazione internazionale sulla base di un minimo di fiducia. Un internazionalismo sbagliato sogna l’eliminazione di tutte le frontiere e di tutti gli Stati. Un internazionalismo ragionevole riconosce che ci sono Stati differenti con altrettanto differenti interessi e che il meglio che possiamo sperare è che questi Stati possano vivere in pace indipendentemente l’uno dall’altro, collaborando a mutuo vantaggio.

In Svizzera si fa sentire sempre più un appello a una «Strategia Cina». Dietro ciò si cela l’auspicio che il piccolo Stato finanziariamente potente si esprima più criticamente nei confronti della Cina e delle sue vere o presunte trasgressioni. Le pose eroiche volte a impartire lezioni morali possono fare notizia, ma buoni risultati non ne producono. La Svizzera dovrebbe curare invece la sua benevole neutralità nei confronti della Cina. È un punto di forza rinunciare – quale unico paese – a un’immagine di moralità peraltro falsa.

Nixon e Kissinger furono aspramente criticati al loro ritorno da Pechino: «Mao ha ottenuto Taiwan, noi abbiamo ottenuto degli involtini primavera.» Il presidente USA avrebbe concesso troppo al grande capo Mao. Quasi quattro decenni dopo, Kissinger ricordava: «Abbiamo evitato a una generazione un pericoloso burrone. USA e Cina hanno mantenuto dei rapporti amichevoli e Taiwan, grazie al nostro aiuto, è rimasto forte e democratico.» La disponibilità di Nixon era stata proficua per entrambe le parti.

PS: Nel 1972, Nixon fu rieletto alla grande. Le violente dimostrazioni di massa non l’avevano danneggiato, al contrario.

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