Opera di Nino Rota a Como e concerto sinfonico a Chiasso
Spazio musicale
La stagione d’opera 2022/2023 del Teatro Sociale di Como si è conclusa il 13 gennaio con «Napoli milionaria!» di Nino Rota. Il titolo farebbe pensare a uno spettacolo spensierato. Invece ci viene mostrata una società stravolta dalla seconda guerra mondiale, in preda a strazi, corruzione e affari loschi con esito tragico. Alcuni critici trovano che l’opera sia ancora più amara rispetto tanto al lavoro teatrale di Eduardo De Filippo quanto alla sua versione cinematografica. Gli avvenimenti del conflitto si intrecciano con due vicende amorose: da un lato la passione che nasce tra Errico «Settebellizze» e Amalia durante l’assenza per servizio militare del marito di questa, il quale, contrariamente alle previsioni che lo davano per morto, torna stanchissimo e malandato, dall’altro lato la fiamma di una ragazza per un soldato americano, in procinto di tornare in patria a guerra finita e costretto a confessarle, al momento del congedo, che laggiù lo aspettano la moglie e tre figli; la giovane donna napoletana aspetta da lui un bambino e il soldato la chiama «Butterfly», un nome evidentemente di tristissimo significato.
Anche in quest’opera, che è la sua ultima, Nino Rota si conferma abilissimo nell’uso degli strumenti. L’orchestra è sempre molto attiva, ricca, colorita e pronta a sottolineare ogni particolare della vicenda e a riflettere ogni moto che scuote l’animo dei personaggi. Per esempio, il concitato recitativo di Gennaro Iovine quando racconta le terribili vicissitudini sofferte al fronte e nella deportazione reca un ritmo affannoso e stridori strumentali che lo rendono ancora più allucinante. D’altra parte, l’inventiva feconda del compositore emerge anche in campo melodico, specialmente nei punti in cui le passioni amorose balzano in primo piano e Rota si rivela degno continuatore, ma sempre con tocchi di originalità e attingendo a diversi generi e stili, della grande tradizione del melodramma italiano.
Per la rappresentazione vista a Como ci sono da esprimere soltanto elogi. Di fronte a un tessuto orchestrale assai complesso nei ritmi, nei timbri e nelle armonie, ma mai ingombrante, il direttore James Feddeck ha ottenuto dall’ottima Orchestra I Pomeriggi Musicali una prestazione maiuscola. Per i diciannove personaggi gli organizzatori dello spettacolo sono riusciti a reclutare altrettanti cantanti bene in voce, adatti alle rispettive parti e, cosa assai importante in un’opera come questa, entusiasti nell’interpretazione. Evidentemente non posso parlare di tutti. Ma un discorso particolare meritano Clarissa Costanzo come Amalia (voce solida, incisiva, limpida, capace di arroventarsi nei momenti cruciali, come quando esplode, dopo qualche esitazione, una inarrestabile passionalità nel duetto con l’amante, degnamente impersonato da Riccardo Della Sciucca), Maria Rita Combattelli (si è disimpegnata molto lodevolmente nonostante una indisposizione) e Mariano Buccin (sempre irreprensibile nei panni di un uomo capace di conservare qualche scrupolo di onestà pur vivendo in un ambiente degradato e che alla fine, con il racconto delle sofferenze subite in guerra ed i presagi, purtroppo fondati, di altre sciagure, si è rivelato anche attore di primo piano). Non dimentichiamo il Coro Opera Lombardia, istruito da Diego Maccagnola, distintosi soprattutto nella scena finale, dove la musica assume un respiro e una grandiosità di forte valenza tragica.
È stata molto apprezzata la regia di Arturo Cirillo, il quale ha saputo infondere vita a tutti i momenti di una storia dagli aspetti molteplici e contrastanti; ha toccato un vertice con la scena dell’addio del soldato americano a Maria Rosaria, un episodio davvero commovente, grazie anche alla delicata figura e alla sensibilità di Maria Rita Combattelli.
Teatro molto affollato, consensi vivissimi.
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La sera del 26 gennaio, al Cinema Teatro di Chiasso, c’erano molti musi lunghi. Tanta gente era accorsa per ascoltare il pianista Alexander Romanovsky nel quinto concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven. Ma poi, non appena varcata la soglia del teatro, seppe che l’insigne interprete non si sarebbe presentato. I motivi della defezione non erano chiari ma, secondo quanto si diceva, andavano ricondotti ai problemi con artisti russi o legati alla Russia in seguito alla barbara invasione dell’Ucraina. Si era trovato però un sostituto nel pianista franco-canadese Louis Lortie.
La serata è stata aperta dal Notturno per orchestra op. 70 n. 1 di Giuseppe Martucci, una composizione equilibrata, fine, di gradevole ascolto, nella quale un uso sapiente del contrappunto punteggiato qua e là di assoli dei legni e del violoncello ha prodotto una atmosfera di tranquilla contemplazione.
Il lavoro successivo, la quarta sinfonia, «Italiana», di Mendelssohn, ha poi rappresentato un radicale cambiamento. L’esuberante, festoso, solare e slanciato tema iniziale ha investito l’ascoltatore come una ventata di ottimismo e gioia. Due punti mi sembrano degni di essere rilevati in modo particolare nell’esecuzione offerta dal direttore Rizzi Brignoli e dall’Orchestra della Svizzera italiana. In primo luogo, ho apprezzato le sonorità ricche e corpose, assai lontane da certe velocissime letture tecnicamente perfette, ma secche ed affilate, come se si trattasse di una composizione del ventesimo secolo, ad esempio quella registrata da Levine con i Filarmonici di Berlino. In secondo luogo, mi ha dato ampia soddisfazione l’«italianità» dell’interpretazione (che ha fatto onore alla designazione «Italiana» attribuita alla sinfonia): intendo dire la cura e l’eleganza nel porgere all’ascoltatore l’affascinante patrimonio melodico di Mendelssohn, ad esempio il motivo con cui inizia l’«andante con moto», che crea subito lo spirito di un racconto tranquillo e pacato di una storia antica. Inappuntabili, splendide e trascinanti le prestazioni del direttore e del complesso ticinese.
La seconda parte è stata occupata dal quinto concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven (invertendo l’ordine abituale dei concerti sinfonici, dove il concerto solistico viene collocato nella prima parte e la sinfonia nella seconda). Il Lortie possiede una tecnica solida, ama le note scultoree e granitiche nonché i fraseggi netti. Con questi mezzi si è lanciato in una interpretazione ridondante di fierezza ed energia. A chi scrive questa composizione piace così (mentre trovai inadeguate, in un concerto di alcuni anni fa a Lucerna, le finezze e le cesellature di Andras Schiff). Lodevole, soprattutto considerando le circostanze, è stata l’intesa con l’orchestra, peraltro meno incline ad assecondare il solista nella sua veemenza e più propensa a qualche sfumatura.
Il pubblico, assai numeroso, ha manifestato i più ampi consensi a tutti gli esecutori. Quelli al Lortie non erano soltanto una espressione di gratitudine per aver «salvato» la serata ma avevano anche e soprattutto un significato di autentica ammirazione per un lavoro interpretativo più che notevole. I musi lunghi non c’erano più.
Carlo Rezzonico
« Echi dal Gran Consiglio Es reicht mit der importierten Gewalt! »
