Ofelé fa el to mesté

Gen 13 • L'editoriale, Prima Pagina • 11 Views • Commenti disabilitati su Ofelé fa el to mesté

Eros N. Mellini

Un tempo, un amico lo traduceva «Ofellaio, fa il tuo mestaio», ma temo fosse un’interpretazione molto personale. No, il noto detto milanese significa letteralmente «Pasticciere, fa il tuo mestiere» e, più precisamente, è un invito a ognuno a desistere dall’impicciarsi in un lavoro che non sia in grado di fare o che non gli competa.

Purtroppo, soprattutto fra i politici di milizia assurti a cariche legislative esclusivamente in virtù di ideologie perlopiù chimeriche ma accettate quale dogmi dall’imperversante pensiero unico – il famigerato «mainstream» che ha ormai conquistato quella gran parte della popolazione che ha trovato più comodo e meno impegnativo adagiarvisi che non pensare con la propria testa – il saggio proverbio meneghino ha sempre meno sostenitori. E, di conseguenza, sempre più «politici» (le virgolette sono d’obbligo) obnubilati dalle dottrine rossoverdi (o magari soltanto dalle imminenti elezioni cantonali?) che hanno ormai irrimediabilmente contaminato anche le frange sinistre che predominano oggi negli ex-partiti borghesi, ritengono che i comuni e i cantoni debbano occuparsi di temi planetari o etico-morali che esulano dalle competenze affidate loro dall’elettorato, ossia le gestione e la soluzione di problemi prettamente locali, i quali subiscono così dannose battute d’arresto.

In un paese come la Svizzera, già fin troppo all’avanguardia in materia di socialità, ambiente, diritti fondamentali – compresa la parità dei sessi, checché ne dicano femministe radicali e comunità LGBTQ – politica climatica e chi più ne ha più ne metta, i cantoni e i comuni dovrebbero prendere ulteriori provvedimenti oltre a quelli già imposti dal diritto superiore federale.

Il tutto a suon di commissioni, gruppi di lavoro, «think tank» tematici che, perlopiù, sono solo fucine ben retribuite di totalmente inutili «blabla» volti a soddisfare qualche ego e a mettere in pace qualche coscienza. Generalmente ne sfociano dei rapporti che, per fortuna, si depositano in qualche cassetto delle amministrazioni, occupate ad affrontare problemi ben più concreti e riguardanti da vicino la cittadinanza.

L’ultima di queste trovate, in ordine di tempo, la riporta «La Regione» del 26 dicembre 2022: un’iniziativa parlamentare generica per «migliorare il rispetto dei diritti umani» depositata da Maddalena Ermotti Lepori (Centro/Ppd) e cofirmatari di diversi partiti. Come se nel nostro cantone si fosse dediti alla tortura o alla schiavitù (che, insieme al diritto alla vita e al diritto all’impossibilità della retroattività dell’azione penale, costituiscono i quattro diritti inderogabili riconosciuti dalle Nazioni unite), gli iniziativisti ritengono sia necessaria una vigilanza  preventiva e quindi: «Chiediamo che la legge sul Gran Consiglio venga modificata per introdurre una nuova commissione parlamentare – Commissione dei diritti dell’Uomo – che si occupi della vigilanza sul rispetto dei diritti umani, e ogni anno presenti il proprio rapporto (blabla, NdA) al parlamento.» Un’altra possibilità, in aggiunta o in alternativa alla Commissione parlamentare, secondo i firmatari «potrebbe essere quella di affidare il monitoraggio e l’esame dell’applicazione delle convenzioni a un Ombudsman/Ombudswoman cantonale, che si potrebbe nominare (anche qui, assumendo una persona nuova, oppure attribuendo questo compito a una persona o a un ufficio)». E giù a spendere soldi, tanto paga il contribuente!

Un rapporto annuale che ad altro non servirebbe che a dare la possibilità ai singoli parlamentari in cerca di consenso ideologico di avere i loro cinque minuti di gloria in una discussione generale. D’accordo che il termine «Parlamento» indica l’azione di parlare, ma qui si sta scadendo in una logorrea fine a sé stessa e totalmente inutile.

Inutile perché, capo primo, il problema a livello cantonale e comunale non sussiste o è comunque di scarsa entità. Secondo, quando i diritti umani sono lesi, non è competenza del Legislativo, bensì del potere giudiziario intervenire, sulla base di leggi già esistenti (queste sì che sono semmai di competenza del Gran Consiglio!).

Terzo, perché pensare di cambiare il mondo (come detto, il cantone ne è toccato solo marginalmente) dall’«alto» del Gran Consiglio o, ancora peggio, di un Consiglio comunale, è come pretendere che il Consiglio parrocchiale di Corippo (ammesso che esista) possa modificare i dogmi della Chiesa.

Perciò: pasticciere fa il tuo mestiere, «ofelé fa el to mesté», e non rompere con costose iniziative di puro stampo ideologico.

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