Marianela Nuñez affascinante Giulietta alla Scala

Nov 15 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 1626 Views • Commenti disabilitati su Marianela Nuñez affascinante Giulietta alla Scala

Spazio musicale

Ci sono molti motivi per apprezzare “Romeo e Giulietta” di MacMillan. Uno di questi, forse il più importante, è l’equilibrio pressochè perfetto tra le esigenze del racconto e quelle della danza. Prendiamo i duelli: sono rapidi, incalzanti, intrecciati come duelli veri eppure con quel tanto di stilizzazione e di simmetrie che li fanno rientrare nel campo della danza e come danza possono essere goduti. Prendiamo anche i passi a due: sono appassionatissimi, quello del terzo atto è agitato anche dalla disperazione per il distacco che gli amanti devono subire a causa dell’esilio di Romeo, ma non si perdono mai in gesticolazioni disordinate, mantenendosi costantemente, ancora una volta, nell’ambito della danza.

Il teatro d’opera, dovendo conciliare vicende teatrali e musica, ha un problema analogo e nell’Ottocento l’aveva risolto assai bene ma a partire dalla prima metà del secolo scorso l’equilibrio si è quasi completamente rotto. Solitamente nei lavori moderni la musica, per seguire in modo pedante ogni parola del libretto, si frantuma in tanti spunti, rinuncia a sviluppare un respiro ampio e alla fine annoia. Così esistono balletti di creazione recente che riempiono le sale mentre le opere contemporanee raramente richiamano un pubblico passabilmente numeroso.

Alla sfasatura formatasi tra l’evoluzione della danza e quella del teatro d’opera ho pensato ammirando, il 21 ottobre, una delle dodici rappresentazioni di “Romeo e Giulietta” di MacMillan andate in scena alla Scala il mese scorso. Marianela Nuñez ha delineato una Giulietta particolare e affascinante. Alla sortita ha rinunciato a mettere in risalto esuberanza giovanile e spensieratezza. Invece ha presentato subito una giovane donna delicata, diafana e dolcissima mediante una danza ariosa, leggera e incorporea. Tanto più ha fatto spicco, in seguito, l’eroismo nel rifiutare nozze non volute, nonostante le angherie dei familiari, e nel mantenere fedeltà assoluta all’uomo amato. In questo quadro la prestazione della ballerina può essere qualificata di altissima classe; il pubblico ha largamente riconosciuto i suoi meriti e l’ha festeggiata con calore. Gabriele Corrado si è disimpegnato correttamente come Romeo ed è stato a sua volta molto applaudito mentre una notevole prova di efficienza hanno fornito tutti i solisti e il corpo di ballo della Scala. Lo spettacolo si è avvalso di costumi bellissimi, dovuti a  Odette Nicoletti, e di una scena unica semplice ma intonata allo spirito del balletto, di cui è stato autore Mauro Carosi.

Sul piano musicale Zhang Xian dal podio e l’orchestra della Scala hanno conseguito risultati straordinari. Si sono ammirate l’accuratezza puntigliosa in ogni particolare, le melodie svolte con grande intensità espressiva, le prospettive sonore impeccabili, i ritmi scanditi con la massima chiarezza, l’energia e il trasporto. Ma soprattutto in un punto l’interpretazione della Zhang Xian ha superato tutte le altre a me conosciute: l’esaltazione dello splendore timbrico della partitura. Penso all’imperiosa e lucente fanfara degli ottoni quando il duca impone ai contendenti di deporre le armi; alle note lunghe, tese, affilate e nitide del passo a tre di Romeo, Mercuzio e Benvolio; alle sonorità scure della danza dei cavalieri, le quali hanno contribuito a rafforzare quella atmosfera grave e solenne e al tempo stesso inquietante, perfino sinistra, che nasce dalle contorsioni melodiche; ai gesti strazianti degli strumenti nell’”adagio drammatico” che conclude il secondo atto; e si potrebbe continuare a lungo. L’orchestra ha seguito la direttrice con bravura. Faccio un solo esempio. La qualità di un complesso si riconosce in modo speciale dalle entrate. Bene, quando all’inizio del terzo atto la partitura, con entrate successive di diversi strumenti che si sovrappongono, costruisce a grado a grado un accordo lacerante, gli strumentisti hanno saputo produrre attacchi tecnicamente perfetti e d’una forza espressiva impressionante.

Felice inizio dei Concerti d’autunno

L’inaugurazione di una stagione concertistica è sempre un avvenimento festoso per chi ama la musica. Anche in questo profilo mi è piaciuto che l’edizione 2014 dei Concerti d’autunno abbia preso avvio con una sinfonia rossiniana, quella della “Cenerentola”. L’Orchestra della Svizzera italiana, diretta da Markus Poschner, ne ha dato una esecuzione limpida e stringata.

Ha fatto seguito una composizione che per almeno due aspetti presentava un interesse speciale. In primo luogo il suo autore è quel Franz Anton Hoffmeister, nato nel 1754 e deceduto nel 1812, più noto come editore di musica che come creatore. In secondo luogo lo strumento solista è la viola, che raramente appare in tale funzione. Questo Concerto per viola e orchestra in re maggiore rivela una fresca e originale vena melodica. Nel tempo di mezzo appare una pregevole espressione elegiaca. È un lavoro godibile, che ha dato soddisfazione al pubblico, non da ultimo per l’alta qualità dell’esecuzione. Antoine Tamestit come solista gli ha dedicato tutto l’impegno possibile e ne ha messo in rilievo con intelligenza e sensibilità ogni valore.

Dopo la pausa si è passati, con la terza sinfonia di Beethoven, a musica d’altro spessore. Questo capolavoro cattura l’interesse dell’ascoltatore e lo avvince su tutta la sua estensione. Ma se dovessi scegliere i due elementi che maggiormente lo rendono sublime menzionerei il tema principale dell’”allegro con brio” e la marcia funebre. La sinfonia, dopo due accordi di tutta l’orchestra, entra subito nel vivo e presenta un motivo che, pur nella sua straordinaria semplicità (usa solo le note di un arpeggio), induce alla riflessione. Direi che in esso trova espressione magistrale il sentimento di un eroe conscio della serietà degli avvenimenti che lo attendono ma anche sicuro di sé in quanto possiede la calma degli uomini forti. Anche lui, subito dopo, si lascia sfuggire, con le note ribattute e sincopate dei primi violini, un attimo di strazio, ma se ne libera presto con una decisa figurazione conclusiva di crome. Quello della marcia funebre è un soggetto che ha ispirato parecchi capolavori in tutti i generi musicali. Qui ci troviamo in presenza di una composizione sinfonica, ma nel campo della letteratura pianistica si può menzionare il terzo tempo della sonata numero 2 di Chopin, nell’opera la marcia funebre per Sigfrido del “Crepuscolo degli dei” e nel balletto il funerale di Giulietta (mi riferisco alla partitura di Prokofiev). Quanto al secondo tempo della terza sinfonia di Beethoven suscita sempre in me un sentimento particolare il passaggio al “maggiore”, che è una inattesa schiarita, un momento di sollievo dopo la tristezza e gli spasimi precedenti.

L’interpretazione data a Lugano dal Poschner e dall’Orchestra della Svizzera italiana è stata molto accurata, sempre tesa ed efficace; ha riscosso ampi consensi da parte del pubblico.

Carlo Rezzonico

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