L’oasi felice UE

Mar 18 • L'opinione, Prima Pagina • 175 Views • Commenti disabilitati su L’oasi felice UE

Dr. Francesco Mendolia

Ho terminato di raccogliere queste notizie il 12 marzo 2022. Il 12 marzo del 1999 Ungheria, Polonia e la Repubblica Ceca entrano a far parte della Nato.

Ucraina, Europa

Prima che la situazione al confine fra Russia e Ucraina precipitasse, la comunità internazionale aveva fatto diversi tentativi per evitare una escalation. Un pezzo dei negoziati era stato condotto dagli Stati Uniti, in quanto leader informali della NATO, la principale alleanza militare dei paesi occidentali. Ma la gran parte degli sforzi era stata affidata ai leader europei. In pochi giorni avevano incontrato o parlato al telefono col presidente russo Vladimir Putin tutti i principali capi di Stato e di governo europei. Eppure non è servito a nulla: ormai da tre giorni la Russia di Putin ha invaso l’Ucraina, consegnandoci una guerra di una brutalità che in pochi avevano pronosticato. Dai leader europei sono arrivate fermissime condanne dell’invasione, a parole. E, in parallelo una, serie di sanzioni contro la Russia giudicate troppo timide ancora prima che venissero ufficialmente approvate. Omissis Quasi nessuno si aspetta che l’Europa risolva la crisi in corso. Eppure, sarà proprio l’Europa a subirne le conseguenze peggiori, comunque vada a finire: come hanno notato in molti, non esistono più soluzioni accettabili. Da quando cioè si è capito che la Russia di Putin non aveva alcuna intenzione di aderire al ruolo subalterno che l’Europa le aveva ritagliato e che, anzi, intendeva restaurare l’antica area di influenza che apparteneva all’Unione Sovietica. Putin lo disse esplicitamente nel citatissimo discorso tenuto nel 2007 all’annuale Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera, e lo rese chiaro nel 2008, quando invase l’Ossezia del Sud, in Georgia, per aiutare un gruppo indipendentista filorusso. Da allora, l’Europa non ha più trovato un approccio condiviso nei confronti della nuova aggressività russa, limitandosi a sperare che prima o poi Putin avrebbe cambiato idea: o dietro la pressione degli abitanti della Russia rurale, povera e indietro anni luce ai paesi europei per qualità della vita, oppure della classe media urbana, desiderosa di replicare il modello di sviluppo occidentale. O ancora, più semplicemente, che Putin rinsavisse.
Ma Putin in questi anni ha dimostrato di non agire secondo parametri che gli Europei considerano razionali. La Russia ha una spesa militare altissima, un’economia che non produce nulla di innovativo o particolarmente richiesto tranne i combustibili fossili, una demografia insostenibile sul lungo periodo. E negli anni Putin ha fatto scelte assai spregiudicate nella propria politica interna ed estera. Eppure, è rimasto saldamente al potere, con qualche crepa appena visibile. È evidente che in Russia non si applicano le regole di potere e consenso che invece sono valide in Europa; forse anche grazie alla colossale macchina della propaganda statale, di cui fino a pochi anni fa si aveva poca coscienza. Omissis. La scelta di comprare forniture sempre più ingenti di gas naturale russo aveva senso per avvicinare sempre di più la Russia all’Europa. Era stata la grande scommessa di Angela Merkel, l’unica politica occidentale che in tutti questi anni ha mantenuto un dialogo costante con Putin. Secondo alcuni, il ragionamento di Merkel era il seguente: maggiori legami la Russia riuscirà a sviluppare con l’Europa, anche solo di tipo commerciale, minori saranno le possibilità che la Russia si isoli sempre di più dal mondo occidentale. Come sostiene una dottrina politica di grande successo, infatti, l’interdipendenza è garanzia di pace e stabilità, mentre l’isolamento alla lunga porta a incomprensioni e conflitti.
Certo, in questo modo anche la Russia è diventata in qualche modo dipendente dal mercato europeo, che ogni anno garantisce entrate di 50 miliardi di euro soltanto per il gas naturale. Ma anticipando un eventuale peggioramento delle relazioni, che alla fine è avvenuto davvero, ha preso le dovute contromisure, come faceva notare qualche settimana fa il Financial Times:
«Già dal 2015 il governo russo ha obbligato i propri cittadini più ricchi a far rientrare in Russia il proprio patrimonio, vietando ulteriori esportazioni all’estero. Mosca ha anche accumulato riserve d’oro e di valute straniere per circa 546 miliardi di euro, dei quali soltanto un sesto è in dollari. Le entrate derivanti da petrolio e gas naturale sono state parzialmente convogliate in un fondo sovrano da 167 miliardi di euro, mentre il proprio debito pubblico rappresenta appena il 20 per cento del PIL». In altre parole: la Russia ha molto meno bisogno dell’Europa di quanto l’Europa abbia bisogno della Russia. Così facendo, fra l’altro, si è anche messa sempre più al riparo dalle sanzioni occidentali. Omissis. Se anche la guerra di questi giorni si concludesse con una mezza sconfitta, la Russia potrebbe uscirne con un controllo più saldo dell’Ucraina orientale: e fra due, tre o quattro anni potrebbe chiedere che l’integrazione nel proprio territorio venga riconosciuta dalla comunità internazionale – come ha appena fatto con la Crimea – e applicare di nuovo la stessa strategia con un altro pezzo della vecchia Unione Sovietica. Sempre che nel frattempo non cambi qualcosa nell’approccio europeo. Omissis. A Putin, comunque, restano almeno due alleati molto preziosi: uno è la Bielorussia, che ha accettato di fargli da deposito di armi e porta d’accesso all’Ucraina. L’altro è la Cina, che apparentemente resta cauta ma è molto interessata a vedere cosa fa la Russia in Ucraina, per varie ragioni.

( Il Post Konrad febraio 2022)

La guerra dei presidenti americani, dal 1945 a oggi

Tutti i presidenti USA hanno iniziato una guerra, o l’hanno continuata. Da Truman a Obama, tutti   i conflitti. Omissis. Chi non ci credesse può facilmente fare una ricerca e scoprire tutte le guerre dei presidenti degli Stati Uniti: io l’ho fatto a partire dalla seconda guerra mondiale  e la offro qui sotto, in sintesi.

Harry Truman (1945-1963 Democratico) è stato l’uomo della guerra di Corea.  Dwight D.Eisenhower (1963-1961. Repubblicano) ereditò la guerra di Corea e giunse all’armistizio, ma impegnandosi  nell’escalation della guerra fredda aveva l’idea che gli Americani dovessero essere più aggressivi  nei confronti di Mosca. John Fitzgerllad Kkennedy (1961-1963 Democratico) portò in pochi mesi i consiglieri militari  statunitensi in Vietnam da qualche centinaio a 16.000 e di fatto fu l’iniziatore del conflitto che avrebbe segnato l’America per generazioni. Fu anche  il presidente della Baia dei Porci e cioè del tentativo fallito, di invadere la Cuba di Fidel Castro. Lyndon Johnson (1963-1969. Demcratico) fu colui che prese il posto  di Kennedy e verrà ricordato per l’escalation della guerra del Vetnam. Nel 1965, ordinò anche l’invasione della Repubblica Domenicana per rovesciare il governo soocialista di Juan Bosch Gavino. Richard Nixon (1969-1974 Repubblicano) chiuse la guerra in Vietnam dopo un’escalation di bombardamenti a tappeto sulle città e le campagne del Nord e, segretamente, in Cambogia e Laos. Divenne, nonostante non lo avesse iniziato, il simbolo negativo di quel conflitto. Gerald Ford (1974-1977 Repubblicano): in così poco tempo, il successore di Nixon non combattè tecnicamente alcuna guerra, anche se chiese al Congresso il permesso di farne una. Infatti, nonostante gli accordi di pace di Parigi del 1973, nel dicembre del 1974, le colonne militari nord-vietnamite  si diressero verso il Sud e il governo sudvietnamita  chiese aiuto agli USA. Ford allora decise  l’intervento, ma Capitol Hill disse di no. Jimmy Carter (1977-1981 Democratico):quando l’unione sovietica invase l’Afghanistan, mandò aiuti militari segreti ai mujaheddin afghani, attraverso i Sauditi  e i Pachistani. Fu la sua guerra, l’embrione di quella che divenne  la jihad di Osama Bin Laden contro gli Stati Uniti. Carter fallì anche il blitz militare per liberare gli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran. Ronald Reagan (1981-1989 Repubblicano) dopo avere chiuso la guerra fredda, fu protagonista di due azioni militari: l’invasione  di Grenada nel 1983, decisa perché un regime filo marxista non si affiancasse a quello cubano in quell’area, e il bombardamento di Tripoli, nel 1986 con l’obiettivo di colpire Gheddafi. George H.W. Bush (1989-1993 Repubblicano) combattè e vinse la prima guerra del Golfo, dopo l’invasione da parte di Saddam Hussein del Kuwait. Diede anche l’ordine di invadere Panama nel dicembre  del 1989, 24.000 soldati americani sbarcarono  nel piccolo ma importantissimo stato del centroamerica per abbattere il dittatore Manuel Noriega. Bill Clinton (1993-2001 Democratico) inviò e poi ritirò le truppe americane  dalla Somalia. Due anni dopo, ordinò i raid aerei contro i serbi di Bosnia  per costringerli a trattare e, dopo gli accordi di Dayton, dispiegò una forza di pace  nei Balcani. Nel 1998, in risposta agli attentati di Al Qaeda per ritorsione, fece bombardare  obiettivi in Afghanistan e in Sudan. Un anno dopo, il teatro di guerra tornarono a essere i Balcani: gli USA furono protagonisti  della Guerra  del Kosovo e della caduta di Milosevic. George W. Bush (2001-2009 Repubblicano) è il presidente  delle due ultime guerre americane (a questo punto penultime) in grande stile in Afghanistan e Iraq, come risposta all’attacco delle torri gemelle. Se la prima ebbe l’appoggio di quasi tutti gli Americani, la seconda invece venne largamente contestata dalla opinione pubblica statunitense e mondiale. Barack Obama (2009-2017 Democratico) è da subito contrario all’invasione dell’Iraq, eletto per far tornare le truppe a casa da Baghdad e Kabul e vincitore del Nobel per la pace, oltre ai noti interventi in Siria, Libia, Iraq e Afghanistan, ha bombardato anche lo Yemen, la Somalia e il Pakistan. Secondo alcuni analisti,  è stato il presidente che ha tenuto in guerra gli Stati Uniti per più tempo.

(Mauro Leonardi 08 gennaio 2020)

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