Libera circolazione delle persone: al via la nuova campagna di disinformazione

Lug 10 • L'editoriale, Prima Pagina • 41 Views • Commenti disabilitati su Libera circolazione delle persone: al via la nuova campagna di disinformazione

Eros N. Mellini

Passata o quasi la buriana del Covid-19, si riprende adagio adagio il cammino verso la normale politica quotidiana nella quale, in Svizzera, la democrazia diretta e le sue relative votazioni popolari svolgono un ruolo determinante. Cinque saranno i temi in votazione il prossimo 27 settembre, di cui – a mio avviso – uno d’importanza vitale per il nostro paese, ossia l’iniziativa popolare «Per un’immigrazione moderata – iniziativa per la limitazione», lanciata dall’UDC e depositata con 116 139 firme valide il 31 agosto 2018.

Formalmente, l’iniziativa – lanciata a causa del tergiversare da parte del parlamento sull’applicazione (poi risultata NON-applicazione) dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa, accampando una presunta non chiarezza del testo accolto in votazione – chiede, questa volta senza possibilità di fraintendimenti, che:

1 la Svizzera disciplini autonomamente l’immigrazione degli stranieri;

2 non possano essere conclusi nuovi trattati internazionali o assunti altri nuovi obblighi internazionali che accordino una libera circolazione delle persone a cittadini stranieri;

3 i trattati internazionali e gli altri obblighi internazionali in vigore non possano essere adeguati o estesi in modo tale da contraddire ai capoversi 1 e 2.

Con una disposizione transitoria poi, il testo concede al Consiglio federale un anno di tempo per negoziare con l’UE l’abrogazione della libera circolazione delle persone, dopodiché l’accordo dovrà essere perentoriamente denunciato.

In altre parole, l’iniziativa chiede – senza se e senza ma – che l’accordo di libera circolazione delle persone con l’UE sia rescisso. Se possibile, con una trattativa diplomatica che impedisca una traumatica e irreparabile rottura dei rapporti con l’UE ma, se quest’ultima s’ostinasse, peraltro contro il suo interesse, sulla linea dura, con l’«extrema ratio» della disdetta unilaterale. Quindi, niente più ipocrite quanto inutili applicazioni «soft» da parte di una Berna federale succube di Bruxelles, ma un chiaro e netto BASTA a un accordo sciagurato che, dalla sua introduzione nel 2007, ci ha portato oltre un milione d’immigranti dall’UE, con le relative conseguenze: pressione sui salari, estromissione di lavoratori indigeni dal mercato del lavoro, necessità abnorme di alloggi e infrastrutture scolastiche, ospedaliere, eccetera, intasamenti nel traffico ferroviario e stradale, cementificazione del paesaggio, per non parlare di criminalità importata che ha gravemente intaccato la nostra sicurezza. Come se ogni anno, la Svizzera si «arricchisse» di una città come San Gallo o Lucerna, ma tutta composta di stranieri.

La battaglia riprende

Dopo la pausa imposta dal Covid-19, sono riprese le «ostilità» fra i due fronti della campagna di voto. L’uno, rappresentato da governo e parlamento, supportati da associazioni economiche e sindacati, il cui obiettivo è semplicemente quello – oltre, ovviamente, di ossequiare servilmente l’UE – di far sì che i grandi gruppi industriali e bancari possano disporre di un bacino praticamente inestinguibile di manodopera a buon mercato. Inutile dire che, dati gli enormi interessi finanziari in gioco, questo fronte dispone di fondi pressoché illimitati per la campagna. La controparte, costituita partiticamente dalla sola UDC (e in Ticino dalla Lega) – è supportata dall’Azione per una Svizzera neutrale e indipendente (ASNI) che ebbe un ruolo fondamentale nel successo del NO allo Spazio economico europeo nel 1992. Dalla sua parte, ha il fatto che le conseguenze nefaste dell’accordo di libera circolazione delle persone sono sotto gli occhi di tutti e hanno aggravato la crescente «crisi di rigetto» della popolazione nei confronti dell’UE. L’aumento della disoccupazione che farà verosimilmente seguito all’attuale crisi del coronavirus, dovrebbe irrigidire ancora di più e a giusta ragione l’atteggiamento della gente locale di fronte a un’ondata di lavoratori a buon mercato che, rimasti a loro volta disoccupati nel proprio paese, premeranno sulla Svizzera per trovare un impiego o anche solamente per entrare nel nostro sistema sociale notoriamente generoso.

Sempre gli stessi temi anzi, no, sempre lo stesso tema

I temi che gli avversari propongono per contrastare l’iniziativa sono sempre gli stessi anzi, in definitiva è uno solo: la famigerata clausola ghigliottina. Al di là dell’ingenuità dimostrata da chi ha l’ha sottoscritta che in essa non ha visto, o non ha voluto vedere, una clausola che difende esclusivamente gli interessi dell’UE negli accordi che più le interessano, quello che dà fastidio è l’utilizzo tendenzioso che di essa fanno gli eurofili fautori del NO all’iniziativa. Con un SÌ all’iniziativa salteranno (tutti) gli accordi bilaterali – dicono sapendo di mentire.

Non i «bilaterali, semmai i «Bilaterali I»

Infatti, la clausola ghigliottina tocca lega solo i sette accordi del primo pacchetto, ossia: libera circolazione delle persone, ostacoli tecnici al commercio, appalti pubblici, agricoltura, trasporti terrestri, trasporto aereo e ricerca. Ma, anche qualora l’UE s’incazzasse per la disdetta unilaterale dell’accordo di libera circolazione delle persone, non è per nulla scontato che applichi una clausola che, a quel momento, avrà perso il suo principale scopo – ossia fare pressioni sulla Svizzera affinché cali ancora una volta le braghe – e le si rivolterà contro.

L’interesse dell’UE negli accordi bilaterali è preponderante rispetto al nostro

Sì, perché è l’UE ad avere il maggiore interesse in questi bilaterali, non la Svizzera che, sebbene non ci sputi sopra, potrebbe sopravvivere confortevolmente anche senza.

Libera circolazione delle persone: praticamente solo a vantaggio dell’UE con un potenziale di ca. 500 milioni di abitanti che potrebbero immigrare liberamente in Svizzera per trovarvi un impiego o sistemarsi confortevolmente nel nostro sistema sociale già messo a dura prova.

Ostacoli tecnici al commercio: questo accordo facilita le registrazioni e l’accesso dei prodotti ai reciprochi mercati interni, quindi si può considerare sì di mutuo interesse, ma ben lungi dall’essere d’importanza vitale.

Appalti pubblici: l’apertura degli appalti pubblici alle ditte della rispettiva controparte sembrerebbe essere di interesse per entrambi ma, in realtà, mentre le aziende elvetiche vengono estromesse dagli appalti in Svizzera dalle ditte estere offerenti dei prezzi stracciati per rapporto ai nostri standard, per lo stesso motivo non ottengono gli appalti all’estero perché soppiantati dalle industrie locali. Il discorso potrebbe non applicarsi ai grandi gruppi o imprese, ma non  dimentichiamo che l’economia svizzera è per il 98% composta da piccole e medie imprese (PMI).

Agricoltura: questo accordo è unicamente a vantaggio dell’UE, che può esportare in Svizzera a prezzi con i quali le nostre aziende agricole non possono competere.

Trasporti terrestri: anche qui, l’interesse è unicamente di Bruxelles, i cui bisonti dispongono di una via di transito sull’asse Nord-Sud a un prezzo ridicolmente basso (TTPCP). È praticamente impensabile che Germania, Italia, Austria, Francia e Benelux permetterebbero che questo accordo venisse a cadere.

Trasporto aereo: con la rescissione dell’accordo sui trasporti aerei non c’è da temere un crollo del traffico aereo, perché molte compagnie aeree fanno volentieri rotta sulla Svizzera, e i precedenti accordi internazionali sono tuttora in vigore. E non bisogna dimenticare, naturalmente, la Lufthansa con la sua società più redditizia in Svizzera.

Ricerca: Anche i programmi di ricerca dell’UE – parola-chiave: Horizon 2020 – vengono sopravvalutati. Con Brexit, l’UE non dispone più di università fra le migliori 10 al mondo, mentre Zurigo figura al 6° posto. La ricerca svizzera può andare avanti (e forse meglio) senza i costosi programmi UE.

Da ciò si evince come ci sia spazio di manovra affinché la Svizzera possa negoziare con l’UE un’uscita dall’accordo di libera circolazione delle persone senza eccessivi traumi e senza che l’UE s’intestardisca ad applicare una clausola ghigliottina che farebbe male più a lei che a noi.

Una denominazione fuorviante

Un nostro lettore mi fa notare – personalmente non ci avevo pensato, ma non sempre al pubblico è perfettamente chiaro ciò che lo è a noi più o meno addetti ai lavori – come la denominazione «libera circolazione delle persone» faccia temere alla gente che, se rescindiamo l’accordo, i cittadini svizzeri saranno in qualche modo impediti nei loro spostamenti all’estero. Assolutamente no, quando si parla di libera circolazione delle persone si intende la migrazione a scopo di un insediamento stabile o di pendolarismo per lavorare (frontalieri o padroncini). Le nostre vacanze all’estero o i nostri viaggi culturali non sono toccati dall’iniziativa per la limitazione. Quindi, tutti a votare SÌ.

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