La nostra libertà è in pericolo

Gen 27 • Dalla Svizzera, In terza, L'opinione, Prima Pagina • 622 Views • Commenti disabilitati su La nostra libertà è in pericolo

Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo il seguente articolo apparso nella Schweizerzeit del 20 dicembre 2024 e pubblicato quale inserzione a pagamento nella NZZ dell’11.01.2025

Nell’orazione funebre di Pericle troviamo una profonda e toccante saggezza: «Il segreto della felicità è la libertà. Ma il segreto della libertà è il coraggio».

Sono passati circa 2400 anni da quando, nell’antica Atene, Pericle avrebbe formulato questo detto nella sua orazione funebre. L’indipendenza, la soddisfazione e la felicità richiedono libertà, e per raggiungere e mantenere la libertà ci vuole coraggio. Ciò che sembra ovvio e semplice è stato ed è probabilmente la sfida più grande per noi e per il nostro paese.

La lotta per la libertà ha caratterizzato la storia della Svizzera: le battaglie per la libertà dei Confederati nel periodo della fondazione, i miti e le storie che circondano il nostro eroe della libertà Guglielmo Tell, le lotte per una costituzione liberale e liberista e persino la resistenza nelle guerre mondiali sono caratterizzate da un’incrollabile volontà di libertà e dal coraggio di difenderla sempre, con la massima determinazione. Questo non è stato assolutamente un dono di Dio, ma è sempre stata la grande sfida delle generazioni che ci hanno preceduto, sia all’interno che verso l’esterno.

Impostazione della rotta

Ancora una volta ci troviamo di fronte alla necessità di definire la rotta della nostra Svizzera in un’Europa in crisi. La domanda cui dobbiamo rispondere è: come vogliamo impostare il nostro rapporto con l’Unione europea?

A questo riguardo, è necessario sottolineare che la delega di ogni decisione a un’istanza esterna implica una perdita di libertà.

Questo sarebbe il caso di un accordo quadro, per esempio, sulla questione della giurisdizione, dell’immigrazione, dell’emanazione di norme economiche, ecc. Ancora una volta, c’è questa deriva verso l’adattamento avvilente e l’abbandono di sé, a favore della sottomissione a un’entità antidemocratica e burocratica.

Per tutte queste persone inclini alla sottomissione deve valere la seguente regola: nel dubbio, privilegiare la libertà. Consideriamo il segreto dell’eccezionale storia di successo della Svizzera. Il segreto di questo successo è la libertà che caratterizza il nostro sistema politico. Per continuare questa storia di successo e preservare la libertà ci vuole coraggio. Dobbiamo porre fine all’arrendevole conformismo, con un atteggiamento coraggioso, sicuro di sé e al tempo stesso discreto.

Ci sono altre decisioni da prendere che mettono a rischio la nostra libertà di decidere. Penso all’infelice avvicinamento alla NATO e al servilismo nei confronti di Bruxelles. I politici stanno giocando in modo sconsiderato con la neutralità della Svizzera, un pilastro centrale del nostro Stato.

Il mondo giudica questa neutralità in modo diverso dai media e dai politici di sinistra o dagli esponenti dei governi dei nostri vicini. Noi non dobbiamo essere amati, ma rispettati. Il segreto della nostra felicità e del nostro successo risiede nella libertà di prendere le nostre decisioni e di non sottoscrivere accordi capestro.

Dovrei qui anche menzionare l’intero dibattito sul clima e sul coronavirus. Abbiamo in gran parte lasciato che ci venisse tolta la libertà di prendere le nostre decisioni e siamo andati avanti in modo ottuso e cieco. E a pagarne le conseguenze non è stata la politica. La libertà richiede un coraggio che, evidentemente, ci è mancato per la maggior parte del tempo.

La libertà personale

Oltre che per la libertà e l’indipendenza dello Stato, dobbiamo sempre lottare per la libertà personale. Per trasmettere il dono della libertà come eredità, dobbiamo avere il coraggio di batterci per questa libertà. Nella nostra società «woke», ci lasciamo sottrarre sempre di più la libertà. Stiamo osservando un’evoluzione sfavorevole, che incontriamo in ogni momento della nostra vita quotidiana. Il nostro linguaggio sta diventando una trappola, si cercano puntigliosamente espressioni che ieri erano conformiste e oggi sono molto sospette, addirittura perseguibili. Subito viene impugnata la clava del razzismo, viene fatto un paragone con i nazisti, eccetera, sempre con l’obiettivo di mettere alla gogna una persona o un gruppo politicamente scorretto.

Questa «wokeness» ha assunto lo status di setta. Il dibattito sul clima è stato innescato da una sedicenne svedese. Il mondo dei media è caduto ai suoi piedi e ha diviso la popolazione in negazionisti e credenti. Come nel Medioevo, è stata inventata una nuova indulgenza: si può fare penitenza pagando.

Abbiamo vissuto la stessa esperienza con il coronavirus. Ancora una volta, si è dovuto credere incondizionatamente a ciò che veniva diffuso dalle autorità e dai media. Ancora una volta, c’erano negazionisti del coronavirus, cospiratori, attivisti anti-vaccinazione, assassini, ecc. Lo Stato li ha separati: i buoni che potevano partecipare alla vita sociale, i cattivi che ne venivano esclusi. Come sempre, a soffrire sono stati i membri più deboli della società, gli anziani e i bambini. Hanno dovuto e devono tuttora sopportarne le conseguenze sociali.

Queste misure sproporzionate ci tolgono sempre un pezzo di libertà. Una nuova tendenza sta aggravando la situazione: la politica e i media, ma anche parti della società, moralizzano. Ci dividono in buoni e cattivi. Chiunque ponga domande critiche viene additato e messo alla gogna.

Ma attenzione: la moralità non è la stessa cosa del moralismo. In questo caso, un’autoproclamata élite ritiene di essere moralmente superiore. Per darle ancora più credito, si ricorre allo strumento dei cosiddetti esperti. Prima si diffonde una tesi – spesso del tutto priva di prove concrete – e poi si trovano presunti esperti che confermano e addirittura amplificano tali tesi. Ogni giorno un nuovo scenario dell’orrore. A ben guardare, questi cosiddetti esperti si rivelano essere sostenitori ideologici e politici. La sinistra verde detta, gli esperti assecondano e i professionisti dei media di sinistra applaudono.

Veniamo monitorati

In questo modo si silura la libertà di opinione e di parola. Sempre meno cittadine e cittadini osano esprimere apertamente la propria opinione. Temono la repressione contro loro stessi e i propri parenti, la perdita del lavoro o di contratti. Presso i nostri vicini a nord, si è già un passo più avanti. Senza alcuna base legale si ipotizzano contatti sospetti e si sorveglia, anche con la minaccia di divieti. È possibile semplicemente vietare altre opinioni, per esempio quelle dell’AfD, che si sta avvicinando al venti percento dell’elettorato? E perché? Solo perché si tratta di un’opinione diversa? Se guardiamo verso nord, ci stiamo avvicinando a un regime totalitario. All’epoca lo conoscevamo con il nome di STASI, il Ministero per la Sicurezza dello Stato della DDR. Per quanto riguarda la Germania, in realtà dovremmo parlare di STASI 2.0. Ci sono analogie nell’atteggiamento e nell’approccio, e dietro di loro ci sono persone con lo stesso atteggiamento di base. Opponiamoci a questi inizi nel nostro Paese!

Possiamo dire che la libertà personale è minacciata tanto quanto la libertà e l’indipendenza dello Stato. Questo ci inquieta e può renderci infelici e depressi.

Ricordiamoci: il segreto della felicità è la libertà. Il segreto della libertà è il coraggio. Dobbiamo resistere con tutte le nostre forze a questo cambiamento culturale. È uno sviluppo che sta cambiando la società. Se la libertà viene meno e lo Stato inserisce nuove leggi in questo spazio rimasto vuoto, la nostra libertà va a farsi benedire.

In Svizzera abbiamo il potere di porre fine a tutto questo. Ciò richiede coraggio, coraggio civile e l’insopprimibile volontà di fermare questo cambiamento politico e culturale. Nel dubbio, che si privilegi la libertà.

Ueli Maurer (nato nel 1950) è stato membro del Consiglio federale dal 1° gennaio 2009 al 31 dicembre 2022, prima come capo del Dipartimento federale della difesa, della protezione della popolazione e dello sport DDPS (2009-2015) e poi come capo del Dipartimento federale delle finanze DFF (2016-2022), nonché presidente della Confederazione nel 2013 e nel 2019.

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