Julian Rachlin e Ray Chen per la stagione OSI al LAC

Nov 30 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 180 Views • Commenti disabilitati su Julian Rachlin e Ray Chen per la stagione OSI al LAC

Spazio musicale

Il 21 novembre, mentre mi recavo al LAC per ascoltare il concerto della stagione OSI al LAC, mi domandavo per quale motivo la composizione solistica sia stata collocata, non alla fine della prima parte, come è consuetudine, bensì al termine della serata. Sulla via del ritorno credo di aver capito. Probabilmente si è giudicato che la lunga fila di brani non menzionati sul programma, in parte altamente virtuosistici, che il violinista Ray Chen aveva in animo di offrire avrebbe portato il pubblico a una eccitazione tale che, in seguito, non si sarebbe trovato nelle condizioni psicologiche migliori per ascoltare la sinfonia “Incompiuta” di Schubert e l’”Adagio per archi” di Barber. Effettivamente il solista, con il suo temperamento esuberante, vivacissimo, estroso e scattante ha saputo acquisire ampie simpatie tra il pubblico, prima nel concerto per violino e orchestra op. 26 di Bruch e poi, come detto, nella serie di brani supplementari.

Si è cominciato con il Divertimento per archi n. 1 in re maggiore KV 136 di Mozart, che l’ha scritto a sedici anni. Julian Rachlin, dal podio, non lo ha concepito come una manifestazione di impulsività e sfrenata gioia, che sarebbero normali in quell’età, bensì come un brano di sottile raffinatezza, in uno spirito strettamente cameristico; anche così mi è piaciuto, grazie alla sensibilità del direttore e grazie all’eccellente collaborazione avuta dalla sezione archi dell’Orchestra della Svizzera italiana.

Hanno fatto seguito accurate interpretazioni della sinfonia “Incompiuta” di Schubert e, dopo la pausa, dell’”Adagio per archi” di Barber: lavori conosciutissimi, sui quali non è il caso di soffermarsi.

Dedico invece qualche parola al primo concerto per violino e orchestra op. 26 di Bruch, l’unica composizione di questo musicista diventata famosa. Non può certo essere annoverata tra i vertici musicali ma possiede pur sempre valori tali da far sorgere la domanda come mai il suo autore non sia riuscito a creare qualche altro lavoro capace di imporsi ed entrare nel repertorio. Sporadico e irripetibile momento felice della vena creativa o negligenza della critica e degli organizzatori di stagioni sinfoniche, che hanno ingiustamente messo da parte tutto il resto della sua produzione? In ogni caso il concerto di cui sto parlando si distingue non soltanto per la fluidità del discorso musicale e per il pregevole lirismo, qualità che gli vengono generalmente riconosciute, pur con qualche riserva per il sentimentalismo un poco manierato di alcuni passaggi. Ci sono altri aspetti degni di considerazione. Uno di essi è costituito dall’integrarsi pressochè perfetto della parte solistica, compresi gli episodi virtuosistici, nel discorso complessivo, che di conseguenza si presenta molto vario ma anche coerente ed equilibrato. Un esempio viene offerto già dalle prime battute del “Vorspiel”, dove i legni portano un motivo breve e apparentemente insignificante, un lontano mormorio, ma subito lo strumento solista cattura l’attenzione dell’ascoltatore rispondendo con una ascesa “ad libitum”: chiaramente questa ascesa è in funzione del mormorio che la precede, dal quale sembra sbocciare per spiccare un volo.

“Onegin” alla Scala

Nella vicenda del balletto “Onegin”, ispirata dal poema omonimo di Puskin, la timida e inesperta Tat’jana si innamora dell’aristocratico Onegin. Gli scrive ma l’uomo non corrisponde ai suoi sentimenti e, nel corso di una festa, è così scortese da stracciare la lettera davanti ai suoi occhi. Passa il tempo e Tat’jana sposa il Principe Gremin. Onegin, deluso della vita, cerca di ricuperare, dieci anni dopo il loro primo incontro, gli affetti della donna e le scrive. Tat’jana, anche se la sua passione per lui non è del tutto spenta, respinge le profferte; è lei questa volta a stracciare la lettera d’amore.

Evidentemente gli avvenimenti sono dominati dalle due missive, soprattutto quella di Tat’jana. Nel poema il testo scritto dalla ragazza rivela la grandezza di Puskin. Commuove, anche leggendolo in traduzione. Cranko, l’autore della coreografia, ha creato due passaggi mimici: inizialmente Tat’jana è pensosa, si reca allo scrittoio, scrive, viene interrotta dalla nutrice, che le rimprovera di non essere a letto, si rialza non appena la nutrice è partita, scrive ancora. Il mattino seguente, sollevata e colma di speranza, stringe la lettera sul cuore e la consegna alla nutrice affinchè la spedisca. In questi passaggi mimici il coreografo narra i fatti con tocchi semplici e precisi ma, in fondo, ovvi. Tra i due però è inserito un sogno di Tat’jana, che ha la visione di Onegin e danza con la sua immagine: nasce allora un passo a due splendido, uno dei più belli della storia della danza. È estremamente appassionato, trascinante, spettacolare, geniale, in cui le idee coreografiche scaturiscono a getto continuo e tutti i movimenti, spesso acrobatici, vanno in una direzione sola: mostrare la totale dedizione della ragazza all’uomo amato.

Bene ha fatto la Scala a riprendere l’”Onegin” con una serie di rappresentazioni in cui nelle parti principali si sono alternati ballerini e ballerine della compagnia locale con ospiti di prestigio. Ho visto la rappresentazione del 7 novembre. Come Tat’jana ha danzato Marianela Nuñez, che si è confermata artista grandissima, capace di attuare una meravigliosa fusione di tecnica limpidissima e intelligenza interpretativa acutissima; mi scuso per la cascata di superlativi assoluti, ma corrisponde alla realtà. Agnese Di Clemente ha figurato bene come Olga, esibendo una leggerezza da vera ballerina piuma nel passo a due con Lenskij ma anche arguta civetteria quando si concede alle lusinghe di Onegin. Corretti Roberto Bolle come protagonista e Gabriele Corrado come Gremin.

Non vorrei chiudere la recensione senza parlare della scena del duello tra Onegin e Lenskij, che ha mostrato quali livelli di forza artistica si possono raggiungere quando tutti gli elementi dello spettacolo operano con coerenza e qualità. In primo luogo, la drammaturgia, che porta a una circostanza di grande tensione: il geloso Lenskij sfida Onegin a duello e resta irremovibile anche quando questi gli chiede perdono e vuole indurlo a rinunciare; Lenskij viene ucciso. In secondo luogo, la coreografia di Cranko, in particolare l’assolo di Lenskij, che mette in evidenza i turbamenti dell’uomo nel momento cruciale che precede il duello. Tra l’altro Cranko fa uso accorto di un suo stilema tipico, quello di introdurre di quando in quando brevi interruzioni come strumenti per indurre a riflessione. Qui sia menzionata l’ottima prestazione di Claudio Coviello in una scena sicuramente non facile. In terzo luogo, la musica di Cajkovskij, che produce uno sfondo di note gravi, lunghe, tetre, premonitrici e poi, a tragedia compiuta, gesti sonori di orrore. Felix Korobov ha diretto in modo magistrale, seguito nel migliore dei modi dall’orchestra scaligera.

Alla fine, delirio di applausi.

Carlo Rezzonico

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